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Spazio sacro della creatività

Fatale Amor… Oh Amor Fatale … di Ester M. A. D’Agostaro

Un atto creativo attinge a differenti registri, mi sono ispirata forse indegnamente a Amore, direi che l’ho fatto con la beltà dell’umiltà, ho invocato le Muse che sapientemente hanno guidato la mia mano a scolpire parole che potessero descrivere il riverbero di emozioni che si facevano strada nei meandri di ricordi andati: Calliope e Talia per assistermi nella composizione della poesia del narratore che riproduceva note dalle tinte scure e chiare, piene di tristezza e riflessione per poi sollevarsi e navigare nella lieta gioia e spensieratezza leggiadra, Euterpe per scegliere la musica che doveva accompagnare la mise en scène de la pièce de téatre, Tersicore che accompagnasse i passi della danza che serviva a rappresentare le emozioni scaturite dal cuore e dai dialoghi dei personaggi scelti, ora seduttivi ora carichi di risentimento e delusione, ora celebranti la vita ora lenti e pesanti pronti a scolpire movimenti carichi di simbologia di morte e decadenza.

L’opera che ha preso forma ha giocato con l’Animus e l’Anima interiore; descrivere le corde che ha toccato è arduo, vi sono segreti sepolti nella coscienza che ha creato un ponte con l’oscuro inconscio ; non è facile, e forse il velo di Maya deve adagiarsi su tutto ciò che non è dato sapere.

Coloro che hanno il piacere di leggere quest‘opera si troveranno da un lato a varcare le soglie del sentire di chi lo ha ideato, ovvero la sottoscritta, e dall’altro sarànno condotti in versi e in prose appartenenti ai grandi autori, scelti con perizia, che hanno cantato di Amore. Questa è un atto creativo che nasce per il teatro ma si può anche adattare alla lettura. Lasciate che i versi e la parola vi penetri, attivate il registro del vostro sentire. Parlare di Amore non è semplice, non voglio essere presuntuosa, non vi sono soluzioni, ma semplicemente vi sono parole che cercandone altre, compongono frasi che possono far vibrare emozioni, forse.

Ogni verso composto o scelto vuole essere una modesta riflessione sull’Amore che tanto ricerchiamo e agogniamo, idealizziamo, viviamo. Ho indossato per un po’ in questo atto creativo le ali di Amore e ho attraversato richiamandole, tutte le emozioni che ho provato e forse proverò nella mia vita.

Creare attira a sé Amore, culla la vita e la morte, instilla un seme che spera di far crescere, vi sono dei momenti di perdita e altri in cui il germe riverbera forte e trova la sua strada, in quanto è quello in suo destino.

Amore crea sempre e comunque, al di là della nostra comprensione, non sono necessarie pozioni, è un Sentire che vuole passione, ardore, disillusione, la libertà   del giudizio quindi addio pregiudizio.

Buona lettura.

( Se volete potete richiedere la messa in scena alla sottoscritta in privato potete scrivermi. L’opera e soggetta a copywriter. L’Opera è già stata messa in scena due volte)

Musas

(le 9 Muse)

Amore Fatale… Oh Fatal Amor …

Narratore ( di Ester M. A. D’Agostaro)

Amor Fatale …. Oh Fatale Amor

Esta è una legge dell’Amor? Deh esto è il rito

Connubio di antiche nozze…

Nozze che sanno di sangue color rubino.

Amor che va ogni oltre ogni confine dell’umano giudizio

La vittoria non porta alcun vessillo

Il Fato è il vincitore

Di un gioco infinito tra essere e apparire.

Volto sublime ha Amor

L’uomo è il cavaliere senza macchia,

il fratello, la donna, la famme fatale che avanza a passo di dansa,

si nasconde nei meandri di un cuor che lotta con la ragione.

Antico è il suo apparire e va ogni qual si voglia Perire.

Eva si accompagna a Lilith e assaggia il fuoco della Sapienza

Lo restituisce a noi umani.

Fatale dire il suo, celato in uno scrigno

La chiave giace sotto il segno di Amore.

Oh Fatale Amore a cui grandi poeti hanno dedicato il Verbo invocando Muse…

Allor Signori e Signore chiediamo all’Antica Grazia

Che scenda in mezzo a noi

La parola si insinui nella nostra mente e giochi leggera con il vigile sentire.

Non abbiate timore del beato ardire.

Le visioni sono impalpabili illusioni.

Attraversate le soglie

Scoprite le armonie di un cuor che batte

Perdetevi nel suono del sacro dire

 Lì nell’invisibile orizzonte scoprirete

L’ineffabile

Oh quanto l’Amore è Fatale … E.M.A.D

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le belle dame

La Belle Dame sans merci di John Keats

“Per i prati vagando una donna
Ho incontrato, bella oltre ogni linguaggio,
Figlia d’una fata: i capelli aveva lunghi,
Il passo leggero, l’occhio selvaggio.

Una ghirlanda le preparai per la fronte,
Poi dei braccialetti, e profumato un cinto:
Lei mi guardò come se mi amasse,
E dolce emise un gemito indistinto.

Sul mio destriero al passo la posi,
E altro non vidi per quella giornata,
Ché lei dondolandosi cantava
Una dolce canzone incantata.

Mi trovò radici di dolce piacere,
E miele selvatico, e stille di manna;
Sicuramente nella sua lingua strana
Mi diceva, “Sii certo, il mio amore non t’inganna”.

E mi portò alla sua grotta fatata,
Ove pianse tristemente sospirando;
Poi i selvaggi suoi occhi selvaggi le chiusi,
Entrambi doppiamente baciando.

Poi fu lei che cullandomi
M’addormentò – e, me sciagurato,
Sognai l’ultimo sogno
Sul fianco del colle ghiacciato.

Cerei re vidi, e principi e guerrieri,
Tutti eran pallidi di morte:
“La belle dame sans merci”, mi dicevano,
“Ha ormai in pugno la tua sorte”.

Vidi le loro labbra consunte nella sera
Aprirsi orribili in un grido disperato,
E freddo mi svegliai, ritrovandomi lì,
Sul fianco del colle ghiacciato.

Ed ecco dunque perché qui dimoro,
E pallido indugio e solo,
Anche se sono avvizziti i giunchi in riva al lago,
E nessun uccello canta, prendendo il volo”

 Romeo e Giulietta  monologo di W . Shakespeare

Quando si ama al massimo
delle nostre forze ,spesso
si rovina cio’ che amiamo.

La parole contengono falsita’
e artifizi; E’ nello sguardo
il linguaggio del cuore
evitate di esprimere giudizi,
poiche’ tutti siamo peccatori

E cos’altro puo’ essere l’amore se non una
segreta pazzia, una opprimente amarezza
e una benefica dolcezza.

se l’amore ti si dimostra acerbo, mostrati tu acerbo con l’amore, pungi amore per averti punto,e riuscirai cosi’ a domarlo.

Don Giovanni, di Moliére –  Atto Primo – Scena Seconda

Come! Vorresti che un uomo fosse costretto a limitarsi alla prima donna che gli piace, che rinunciasse per lei a vivere e che non avesse più occhi per nessun’altra? No, no, la costanza è la virtù delle persone da poco…

Ogni bella donna ha il diritto di sedurci, e il vantaggio di essere arrivata prima non deve togliere alle altre il diritto, che tutte giustamente rivendicano, di aspirare al nostro cuore. Dovunque io la trovi, la bellezza mi conquista, e cedo volentieri alla dolce violenza con la quale mi attira. Per quanti obblighi abbia preso, l’amore che ho per una donna non mi induce assolutamente ad essere ingiusto verso le altre; conservo occhi per vedere i meriti di tutte, e concedo a ciascuna quelle attenzioni e quei tributi che la natura rende doverosi.

    Comunque sia, non posso rifiutarmi di offrire il mio cuore a ciò che mi par degno d’essere amato: ne avessi diecimila, di cuori, e un bel volto me li chiedesse, tutti li darei! Le simpatie nascenti, in definitiva, hanno un fascino inspiegabile, e tutto il piacere dell’amore è nei suoi mutamenti. Estrema è la dolcezza che si prova nel conquistare, con infiniti complimenti, il cuore di una bella giovane, nell’osservare giorno dopo giorno i progressi ottenuti, nel combattere con ardore, con sospiri e pianti, l’innocente pudore di un’anima che cede l’armi a fatica, nel vincere a poco a poco le sue piccole resistenze e condurla dolcemente là dove vogliamo che giunga.

Ma una volta che la conquista è fatta, non c’è più nulla né da dire né da volere; tutto il bello della passione se n’è fuggito via, e nella tranquillità di quell’amore finiamo per addormentarci, finché un nuovo oggetto non viene a risvegliare il desiderio e a sedurre il nostro cuore con l’attrattiva irresistibile di una conquista da fare. Infine, niente è così dolce come il trionfare sulla resistenza di una bella personcina; ho la stessa ambizione dei conquistatori, che volano perennemente di vittoria in vittoria e non possono certamente limitare l’impeto del loro volere. E quindi nulla può arrestare l’impeto dei miei desideri: ho un cuore che può amare il mondo intero; e come Alessandro vorrei che ci fossero altri mondi, per estendere le mie conquiste amorose.

Narratore ( Ester M. A. D’Agostaro):

Chi mai potrebbe domare colei che intesse il perir dell’uomo con le sue ammalianti arti.

Eccoti:

Miro il tuo flessuoso corpo

Ondeggi leggera

Per ogni velo di color dell’iride

Io dono a te il mio cuore.

Carmen Carmen Carmen

legami

Danza  danza ancor

E nel fuoco bruciam il fatale Amore

Carmen-2

(Carmen di Bizet a Teatro)

carmen al cinema(L’immaginario seduttivo di Carmen è composito ed ha traversato le soglie delle arti: approda al teatro e poi conquista l’onirismo del ventre delle sale cinematografiche. Carmen è bianca ma diventerò anche nera, ka seduzione e l’amore non conosce colore se non quello del cuore rosso fiammeggiante)

carmen Jons

Habanera di Bizet

Carmen
L’amore è un uccello ribelle
che nessuno potrà mai addomesticare,
ed è davvero inutile chiamarlo,
se lui preferisce sottrarsi.
Niente lo smuove, minaccia o preghiera,
uno parla bene, l’altro tace;
ed è l’altro che io preferisco:
non ha detto niente, ma mi piace.
L’amore! ecc.
L’amore è un piccolo zingaro,
non ha mai conosciuto legge alcuna:
Se tu non mi ami, io ti amo;
se io ti amo, stai attento a te! ecc.

Coro
Stai attento a te! ecc.
L’amore è un piccolo zingaro, ecc.

Carmen
L’uccello che tu credevi di catturare
con un colpo d’ali è volato via –
l’amore è lontano, tu puoi aspettarlo;
non l’aspetti più, eccolo là!
Tutto intorno a te, veloce veloce,
viene, se ne va, poi torna –
tu credi di tenerlo, lui ti evita,
tu credi di evitarlo, lui ti tiene.
L’amore! ecc.

Narratore ( Ester M. A. D’Agostaro)

Amore muovi il ciclo imperituro della vita e della morte,

scrigno di segreti

Ah quanto è  funesto il destino!

Due anime nate nell’ugual dimora

Si abbeverarono alla tua rilucente fonte.

Annegarono la loro innocenza ,

In tua presenza scolpirono su ogni battito del cuore

La loro tragica esistenza.

Lo sguardo indagatore reputò il loro Amore una perversione.

Il sacrificio fu scelto dai due amanti

Le lor favelle sacre grondavano di un sentire

Che non riuscivano a lenire.

Languidi erano gli abbracci

Languide le carezze

le loro labbra disegnavan sui corpi ali di perfezione.

Vivevano l’agognata passione

Quella che non mente

Essa si innalza pura al di là della vile legge di Natura .

Amor li guardava e muto era custode di ogni sussulto.

Di color rubino fu la scelta degli amanti

Con grande sgomento e ripugnanza degli astanti. ,,, E.M.A.D.

images (1)

(Peccato fosse una sgualdrina venne messa in scena dal grande Visconti a Teatro, i costumi erano di Piero Tosi. Alain Delon e Romy Schneider erano i protagonisti di questo amore fatale che ricalcava in parte la vicenda personale che stavano vivendo in quegli anni, Il loro amore era maledetto così come nella realtà ed avevano il vantaggio di non essere fratelli e superare il dolore dell’incesto ma vi era ben altro. Siate scevri da giudizi, nella vita tutto può accadere le porte di Amore sono tante e varcarne la soglie conduce il nostre essere a vivere esperienze che mettono in gioco dinamiche perverse e di mancanze, bisogni, desideri)

 Peccato che fosse una sgualdrina di J. Ford

(qui ho apportato delle modifiche al copione , chi desidera una vera messa in scena come ho già scritto di può rivolgere alla sottoscritta).

GIOVANNI :  Se  vuoi  vedere  una  bellezza  più  perfetta  di  quella  che  l’arte  può comporre o la natura foggiare, guardati nello specchio e contemplaci la tua.

ANNABELLA  :  Sei proprio un giovane di spirito!

GIOVANNI  : Prendi. (Le presenta il suo pugnale.)

ANNABELLA : Per farne cosa?

GIOVANNI :  E questo è il mio petto: miraci diritto! Su, lacerami il petto; vi potrai contemplare un cuore dove è scritta la verità che io dico. Perché esiti?

ANNABELLA : parli sul serio?

GIOVANNI  : Sì, quanto più seriamente si può. Sei tu incapace di amare?

ANNABELLA : Amare Chi?

GIOVANNI :  Me. L’anima mia tormentata ha sofferto negli ardori della morte. Oh, Annabella, sono disfatto! L’amore per te, mia sorella, e la vista della tua immortale bellezza hanno  turbato ogni armonia e della mia quiete e della mia vita. Perché dunque non mi colpisci?

ANNABELLA : Vietatelo, miei giusti timori! Se questo è vero, sarebbe meglio fossi io morta.

GIOVANNI  : Vero? Annabella, non è questo il momento di scherzare. Troppo a lungo ho soffocato le mie fiamme nascoste, che m’hanno quasi consumato; molte silenziose notti ho trascorso tante in gemiti e sospiri, ripensando tutti i miei pensieri, disprezzando il mio destino, ragionando contro le ragioni del mio amore; ma trovato tutto inutile: è mio destino che tu debba amare o io morire .

ANNABELLA : Parli seriamente?

GIOVANNI  : Mi colga sventura e non tardi, se dissimulo qualche cosa.

ANNABELLA : Tu sei mio fratello, Giovanni.

GIOVANNI :  Sì,  Annabella, sorella mia;  lo  so.  E  potrei  spiegarti  le mie  ragioni  per  cui  sento d’amare, proprio per questo. Fu perciò che la saggia natura nel crearti volle farti per prima cosa mia; sarebbe stata altrimenti una colpa e un’indegnità impartire a due anime una sola bellezza. Vicinanza di nascita e di sangue non può che comportare più stretta vicinanza d’affetto. Ho chiesto consiglio alla Santa Chiesa, ed essa mi dice che posso amarti; ed è giusto che, potendo farlo, io lo faccia; e lo farò, sì lo farò. Debbo ora vivere o morire?

ANNABELLA: Vivi. Hai vinto senza nemmeno combattere. Ciò di cui tu volevi persuadermi, il mio cuore soggiogato ha deciso da tempo. Arrossisco nel dirtelo, ma è tempo che io lo dica… Per ogni sospiro che tu hai speso per me io ne ho sospirato dieci; per ogni lacrima io n’ho sparse venti: e non tanto  perché  amavo,  quanto  perché  non  osavo  dire  che  amavo,  e quasi nemmeno pensarlo.

GIOVANNI :  Fate che questa musica non sia soltanto un sogno, o dei, per pietà, ve ne prego!

ANNABELLA : In ginocchio  (s’inginocchia),  fratello, per  le ceneri stesse di mia madre, questo io ti chiedo: di non darmi in pasto al tuo dileggio o al tuo odio. Amami o uccidimi, fratello.

GIOVANNI   In ginocchio  (s’inginocchia),  sorella, per le ceneri stesse di mia madre, questo io ti chiedo: di non darmi in pasto al tuo dileggio o al tuo odio. Amami o uccidimi sorella.

ANNABELLA:  Questa allora è la cara verità?

GIOVANNI  : La verità più vera, sì: e spero che lo sia anche per te. Di’: io non mento

ANNABELLA : Posso giurarlo, io.

GIOVANNI  :  E Anch’io; e per questo bacio (la bacia) e per questo, e per quest’altro ancora… ora alziamoci (si alzano.) Per questo bacio non cambierei un tale istante con l’Eliso. Che facciamo ora?

ANNABELLA : Quello che vuoi.

GIOVANNI  : E Allora Vieni: dopo aver versato tante lacrime, impariamo ad amoreggiare con i sorrisi, a baciarci e a dormire insieme. (Escono.)

NARRAZIONE:

BEFFARDO E AMORE FATALE:

ANNABELLA: Addio piaceri, e voi tutti, sterili minuti, nei quali ingannevoli gioie hanno filato lo stame di una vita caduca! Da queste mie vicende io prendo commiato. Tempo prezioso, tu che senza posa corri veloce pel mondo, sofferma qui l’irrequieto corso, concludi il volgere della mia ultima ora, e tramanda alle età ancor non nate la tragedia d’una donna perduta e sventurata. La mia coscienza si erige ora contro la mia lussuria, con accuse incise a caratteri d’infamia e mi dice che io sono perduta: ora io faccio confessione. La bellezza che riveste l’apparenza del volto è maledetta se non è rivestita di virtù. Qui pari ad una tortora reclusa in una muda, senza compagno, io converso con l’aria e con le mura, e sfogo, in vane parole la mia ignominiosa infelicità. Oh Giovanni, che ha depredato le tue stesse virtù e il buon nome della mia onesta, vorrei che tu fossi stato meno schiavo delle stelle che sventuratamente regnavano  quando io nacqui. Oh vorrei che il flagello dovuto al mio nero peccato non toccasse te, vorrei soffrire io sola i tormenti d’una fiamma senza remissione ! …

GIOVANNI: E che !  Sei Cambiata in così breve tempo? Ha forse  il tuo nuovo signore, gagliardo qual’è, escogitato qualche diversivo ai giochi notturni che nella nostra complicità noi non potevamo conoscere? Ah! È così? O ti viene  il capriccio di tradire i voti e giuramenti passati?

ANNABELLA : Perché ti fai beffe della mia sventura, senza renderti conto dell’imminente pericolo in cui ti trovi?

GIOVANNI : Quale pericolo eguaglia a metà soltanto la tua ribellione? Sei una sorella infedele: o sapresti che né la perfidia né qualsiasi tradimento potrebbero tener testa alle mie sopracciglia aggrottate. Io tengo il destino stretto in pugno, e potrei impormi al trascorrere dell’eterno moto del tempo, solo se tu fossi stata  un po’ più ferma di un mare quand’è in riflusso. E come? Ora hai in mente di essere onesta? È questo che hai deciso?

ANNABELLA:  Fratello, fratello caro, ricorda quello che sono stata, e sappi che ora non c’è che lo spazio e il  tempo di un banchetto fra noi e la nostra perdizione. Non perdiamo queste ore preziose in discorsi inutili e vani. Ahimè, queste liete vesti non mi sono state fatte indossare senza una ragione: questa improvvisa solennità non è stata indetta per sperperare denaro; io che sono stata sinora chiusa in questa camera sola, separata dalla mia governante e da ogni altra persona , non per nulla sono ora improvvisamente ridonata alla libertà. Non farti illusioni, fratello, questo banchetto è foriero di morte per te e per me. Renditi conto di questo, preparati a riceverla.

GIOVANNI : E così sia, dunque. I filosofi insegnano che tutto questo globo di terra si consumerà e diventerà cenere in un istante.

ANNABELLA : Anche io ho letto questo ….

GIOVANNI : Ma sarebbe alquanto  strano veder bruciare l’acqua; se io potessi credere questo possibile, potrei credere anche all’esistenza del cielo e dell’inferno.

ANNABELLA : Esistono di certo.

GIOVANNI : Sono sogni, sogni! altrimenti in quell’altro mondo noi ci si vedrebbe ancora..

ANNABELLA : Ci rivedremo, sicuro.

GIOVANNI : Tu hai sentito dire questo?

ANNABELLA : Certamente.

GIOVANNI : E credi allora che io ti rivedrò lì? Guardami!. Potremo baciarci, conversare, ridere, fare insieme quel che facciamo qui?

ANNABELLA : Questo non lo so. Ma … fratello, in questo momento, che cosa intendi fare per liberarti dal pericolo? Cerca un qualche modo di metterti in salvo; sono certa che gli invitati sono già venuti.

GIOVANNI : Alza gli occhi, Guardami. Che cosa vedi sul mio viso?

ANNABELLA : Follia, Disperazione, una coscienza turbata, un’anima piena d’affanno.

GIOVANNI : Morte, e un subitaneo furore di ribellione. Ma guarda ancora. Cosa vedi nei miei occhi?

ANNABELLA : Mi sembra che tu pianga.

GIOVANNI E : Appunto :  queste sono lacrime di lutto sparse sulla tua tomba; sono le stesse che rigarono le mie guance quando  primamente amai e non sapevo ancora parlare d’amore. Vaga Annabella, se ripetessi ora la storia della mia vita, perderemmo solo del tempo. Siano testimoni gli spìriti dell’aria, e ogni altra cosa che esiste al mondo, che giorno e notte, all’aurora e al tramonto, il tributo che il mio cuore ha pagato al sacro amore di Annabella sono state queste lacrime, che lamentano ora la sua morte! Mai fino ad ora aveva la Natura spiegato ogni suo potere per mostrare  al mondo una incomparabile bellezza, che in un istante, quasi prima che fosse veduta, gli invidiosi fati reclamarono. Prega, Annabella, prega! Giacché noi dobbiamo separarci; va, immacolata nell’anima, ad occupare un trono d’innocenza e di santità nel cielo. Prega, prega, sorella!

ANNABELLA : Vedo ora, che cosa ti proponi …. angeli benedetti proteggetemi!

GIOVANNI : Ed io dico altrettanto; Baciami. Se i tempi futuri udranno mai del nostro bene così tenace, sebbene forse le leggi della coscienza e delle costumanza umane possano giustamente condannarci, pure solo che essi sappiano del nostro amore cancellerà la colpa che in altri incesti sarebbe aborrita. Su, dammi la mano: con quanta dolcezza scorre la vita in queste vene dal delicato colore!  Con quale sicurezza queste palme promettono salute! Ma io potrei biasimare  la Natura per questa perfida adulazione … Baciami ancora …  perdonami…

ANNABELLA : Con tutto il cuore.

GIOVANNI : Addio!

ANNABELLA : Vuoi andar via?

GIOVANNI : Spegniti, fulgido sole e fa diventare questo mezzogiorno una notte, ché i tuoi raggi dorati non contemplino un evento  che renderebbe il loro splendore più fuligginoso che i poeti non fingano il loro Stige che si fingono! Ancora un bacio, sorella.

ANNABELLA : Cosa vuol dire questo?

GIOVANNI . Salvo il tuo onore e ti uccido con un bacio(La pugnala.) E così muori, muori di me,  per mano mia! La vendetta è mia; l’onore detta legge all’amore.

ANNABELLA : Oh, fratello, per mano tua!

GIOVANNI : Quando sarai morta darò le mie ragioni per quello che ho fatto; ma perché disputare ora con la tua adorata bellezza – bella perfino nella morte – mi farebbe tremare di aver compiuto un atto di cui tanto mi glorio.

ANNABELLA : Perdonatogli o Cielo,… e a me i miei peccati! Addio,  fratello crudele, crudele,  c Pietà, gran Dio! Oh, oh! (Muore.)

GIOVANNI È morta, ahimè, anima benedetta! Lo sventurato frutto che nel suo grembo ricevette vita da me, ha avuto da me e culla e tomba. Non devo perdere tempo. Questo triste letto nuziale, queste vesti solenni, l’hanno vista viva e morta.. Soranzo, hai fallito il tuo colpo in questo. Ho prevenuto ormai i tuoi piani ambiziosi, e ho ucciso un amore, per ogni goccia di sangue del qual e avrei impegnato il cuore. Mia dolce Anna- bella, quanto risplendi gloriosamente nelle tue ferite, trionfando sopra l’infamia e l’odio!… Non arretrare, mano coraggiosa, resta forte, mio cuore. E compite con audacia l’ultima mia gesta e la più  grande! (La scena si chiude.)

Narratore (Ester M. A. D’Agostaro) 

Oscuro è alle volte l’Amor

Il cavalier è preso da una morsa

E l’ardire si trasforma inesorabile in fatale perire

Amore mostra allor la sua potenza ferina

Famelico è il suo ordire

Il fato sa e dorme sopito

Al limite della Morte

Eros accecato cerca E sa che il telo delle Parche

Ha trovato il suo respiro …

Giace inerme il concupito

Il dolore invade la sua Essenza

Oh Amor Fatale …

Fatale l’alma che tira a sé

L’anelito di una scelta infima e senza onore

Ma virtù richiede altro …

Muori! è tale ciò che deve essere!!

Navigherai errante

il tuo timone sarà Inesorabilmente Amore

La lanterna si spenge.

Il buio ti donerà la novella scintilla.

La furia sarà placata

In quel orrendo buio la scintilla risorgerà e risorgerà ancor

Oh Fatale Amore …

(Pausa)

Narratore ( Ester M. A. D’Agostaro)

Vi sono scelte d’Amor che conducono al sacro spirare

 Gentili signori e signore

Il vostro cuor fin ora ha sussultato

Per il periglioso fato

Ora è giunto il momento

Di lasciare le acque del tormento

Il destino ci indica un’altra via

E’ Fatal anche questa?

Il riso sarà la nostra guida

Le parole di Amore si vestiranno

Di soave testardaggine

Di ironica e apparente irriverenza.

L’Amore volerà ancor in alto

Risuonerà in melodiose armonie

E sorgeranno altre epifanie!

Donne vezzose che vi muovete sinuose fra pizzi e merletti

coprite giocose i vostri difetti …

Amor promette e non sottomette

Allor care non abbiate paura dell’avvenente bellezza

Alcun di voi hanno il candor di Bianca

Altre sfuggono l’ardire simil a Caterina …

Avete forse paura del potere della parola mendace

Proferita da un uomo audace?

E’ difficile navigar nelle acque perigliose di Amor …

Ecco la vela si dispiega

l’ancora poggia sul mistero dell’incertezza

Gridiam allor gaudenti alla sottomissione

Eterna favola dell’illusione!

Oh amate Donne abbandonate ogni inutile orpello

Frutto dell’agognato anello …

I capricci velano solo antiche ferite di un cuore di bambina abbandonato

Scegliete come Eva il frutto della passione: la Sapienza!

Siate quindi virtuose e ammiccanti per i vostri uomini infanti!

No care Signore,

non è sottomissione

e voi Signori non fraintendete

esser domata è una scelta

è sentirsi una prescelta dell’Amore.

L’Amore è il vero Signore.

Nel gioco del dare e ricevere cade il giogo

Tutto diviene lieve …

E.M.A.D.

la bisbetica domata

La Bisbetica Domata. W. Shakespeare

CATERINA – (Alla Vedova)

Vergognati! Vergognati!

Spiana quella tua fronte corrucciata,

cessa di dardeggiare dai tuoi occhi

sdegnosi sguardi a ferire il tuo sposo,

il tuo signore, il tuo governatore,

il tuo re! Questo modo tuo di fare

macchia la tua bellezza,

come mordono i geli i verdi prati,

e rovina la tua reputazione

come rovinano a primavera

i forti venti i teneri germogli

e non è cosa bella né gentile.

Una donna invasata dalla collera

è simile a una fonte intorbidita,

fangosa, sporca, ripugnante, viscida,

priva d’ogni attrattiva, d’ogni fascino,

cui nessun uomo, per quanto assetato,

si guarderà di accostare le labbra,

o di toccare soltanto una goccia.

L’uomo ch’è tuo marito è il tuo signore,

il tuo custode, la tua stessa vita,

il tuo capo, il tuo re; egli per te,

per la tua cura e il tuo mantenimento

non esita ad esporre il proprio corpo

alle fatiche, in mare come in terra,

a vegliar tra la furia d’uragani,

a restar giorni interi in mezzo al gelo

perché tu te ne stia, salva e sicura,

al buon tepore dentro la tua casa:

da te non esigendo altro tributo

che un po’ d’amore, un viso sorridente

e un’obbedienza convinta e sincera:

assai modesta paga, in verità,

per una sì cospicua obbligazione.

Ogni donna dovrebbe a suo marito

ossequio non diverso

di quel che deve un suddito al suo principe

Se invece ella è testarda, pervicace,

scontrosa, arcigna, acida, riottosa,

disobbediente agli onesti doveri,

che altro è se non una ribelle,

contestatrice stolta, traditrice

dell’amoroso suo sposo e signore?

Provo vergogna io stessa

a veder quanto sciocche sian le donne

a cercare la guerra proprio là

dove dovrebbero cercar la pace,

a brigare per voler dettar legge,

aver supremazia, spadroneggiare,

quando invece son fatte da natura

per amare, servire ed obbedire.

Altrimenti, perché il nostro corpo

sarebbe così delicato e fragile,

e così poco adatto a sopportare

le fatiche ed i triboli del mondo,

se non al fine che la forma esterna

s’armonizzi con la fragilità

del nostro stato e con il nostro cuore?

Su, su, vermi testardi ed incapaci,

come la vostra è stata un tempo grande

la mia protervia, è stato come il vostro

ambizioso il mio cuore

e più del cuore forse l’intelletto,

da farmi sempre pronta a rimbeccare

a parola parola, grinta a grinta.

Ora m’avvedo quanto sian di paglia

le nostre lance, e come paglia deboli

siano le nostre forze, e fragilissima

sia la nostra fragilità di donna,

talché se pur sembriamo valer molto,

in realtà non valiamo un bel niente.

Piegate dunque la vostra alterezza,

ché tanto non vi servirebbe a niente,

e mettete le mani sotto i piedi

del vostro sposo. A quest’atto d’ossequio

la mano mia è pronta,

e a fare quel che lui mi chiederà.

PETRUCCIO – Oh, che brava ragazza!

Vieni, mia Caterina, dammi un bacio.

 

Narratore – (Ester M. A. D’Agostaro)

Amore indaga gli impulsi del sentire

Necessita or di chiamare al suo cospetto

Colei che va al di là di ogni comun difetto …

Ella è là … attende di apparire

La coltre di polvere

Ha coperto da tempo immemore le sue tracce

Ella ha curve avvolgenti

La Sapienza di Eros la possiede

Dalle onde del passato

Scende, custode del divin segreto..

Sceglie con veemenza

E apparente accondiscendenza …

Da sempre è vituperata

Da un sapere mendace

Ella vuol risorgere simil araba fenice

Diffondere felicità al di là di ogni età

Il suo nome certo conosciamo

È Eva, la conturbante creatura!

Ha dato inizio con il suo sacro corpo del reato

Alla favola del peccato.

Signori e Signore

Siamo certi che questo sia il volere del Fato?

Siamo ordunque sicuri che costei ha decretato la morte del puro Amore?

Eva nella tua presenza assenza

Dicci qual è il vero confine?

Fede, scienza e cuore?

La disputa certamente ha del meraviglioso

Ci è richiesto forse di azzardare una scelta?

Sarebbe simil a provar a far avvizzire ciò che invece imperituro mira a rifiorire.

Ma lor Signori e Signore qui non è d’obbligo mettere alla gogna alcuno

La commedia esige l’ilare irriverenza, non è una penitenza.

Eva ci condurrà nel piacere dell’esistenza

L’Amore allor scoprirà il suo fatale afflato …

Le parole saranno ordite da uomini

Il cui potere regna nella incoerenza

Si dondolano in amenità

E vanno a giudicare chi cela la vera beltà..

Oh tapini sono costoro

Non conoscono il vero Oro …

 

JACQUES PREVERT, Poesie d’amore (Parma, Guanda 1991).

Questo amore

Così violento

Così fragile

Così tenero

Così disperato

Questo amore

Bello come il giorno

Cattivo come il tempo

Quando il tempo è cattivo

Questo amore così vero

Questo amore così bello

Così felice

Così gioioso

Così irrisorio

Tremante di paura come un bambino quando è buio

Così sicuro di sé

Come un uomo tranquillo nel cuore della notte

Questo amore che faceva paura

Agli altri

E li faceva parlare e impallidire

Questo amore tenuto d’occhio

Perché noi lo tenevamo d’occhio

Braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato

Perché noi l’abbiamo braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato

Questo amore tutt’intero

Così vivo ancora

E baciato dal sole

È il tuo amore

È il mio amore

È quel che è stato

Questa cosa sempre nuova

Che non è mai cambiata

Vera come una pianta

Tremante come un uccello

Calda viva come l’estate

Sia tu che io possiamo

Andare e tornare possiamo

Dimenticare

E poi riaddormentarci

Svegliarci soffrire invecchiare

Addormentarci ancora

Sognarci della morte

Ringiovanire

E svegli sorridere ridere

Il nostro amore non si muove

Testardo come un mulo

Vivo come il desiderio

Crudele come la memoria

Stupido come i rimpianti

Tenero come il ricordo

Freddo come il marmo

Bello come il giorno

Fragile come un bambino

Ci guarda sorridendo

Ci parla senza dire

E io l’ascolto tremando

E grido

Grido per te

Grido per me

Ti supplico

Per te per me per tutti quelli che si amano

E che si sono amati

Oh sì gli grido

Per te per me per tutti gli altri

Che non conosco

Resta dove sei

Non andartene via

Resta dov’eri un tempo

Resta dove sei

Non muoverti

Non te ne andare

Noi che siamo amati noi t’abbiamo

Dimenticato

Tu non dimenticarci

Non avevamo che te sulla terra

Non lasciarci morire assiderati

Lontano sempre più lontano

Dove tu vuoi

Dacci un segno di vita

Più tardi, più tardi, di notte

Nella foresta del ricordo

Sorgi improvviso

Tendici la mano

Portaci in salvo.

Atto finale  – 

Il Narratore ….( Ester M. A. D’Agostaro)

L’Amore ha mostrato i suoi volti.

Impudenti sono coloro che senza il cuore, onore e virtù

bussano alle d’orate porte del Fato.

I corpi di costoro sono stretti da antichi sigilli

fagocitano, predano fatalmente in nome del potere… ma quale potere?

Quello del giudizio che si erge rigidamente infausto, orrorifico esprime e tesse le trame del mero pregiudizio.

Attenzione le morse sono chimere,

le illusioni non sono certo sogni

sono surrogati di antichi bisogni..

L’Amore alberga al di là del buon senso …

Forse è Là che dimora,

ove le parole indossando effimere vesti, aleggiano leggiadre,

raccolgono i fiotti di ferite mai rimarginate,

volteggiano ancora e ancora senza alcuna sosta, disegnano spirali,

cadono giù in picchiata nelle fauci della caverna per poi risalire fulgide,

e quando risorgono di rinnovata chiarezza lasciano echi nella brezza …

Amor ha ri-velato altri segreti

sussurrati a tutti coloro che pazientemente li hanno anelati:

Non siate cavalier serventi o crocerossine o ancora accondiscendenti…

Camminare nel sentiero della vita Necessita già di una gran Sapienza incondizionata.

L’Aspettativa È figlia di una solitudine avvelenata,

Di una relazione soggiogata,

Di una catena arrugginita…

L’agguato ne ha segnato il sortilegio!

Ditemi quante volte nelle fauci dell’aspettativa il tradimento ha trovato il sacrilego compimento?

Se di Amor vi volete nutrire, abbeverare, sognare, allora siate come coppa che accoglie e lama che discerne.

E’ questo Il segreto di Amore?

Cari Signori e Signore, Dame e Cavalieri

Eva, Carmen, Annabella, Caterina E ancor Giovanni,

compagni e compagne di viaggio e cammino,

ciascuno e insieme  abbiamo vissuto e viviamo “una scelta”

Amore che sia fatale o no Crea melodie

Amore vive nei riflessi di tramonti che baciano le nuove albe

E’ l’incanto imperituro

Accende e protegge la Grazia di ciascun cuore …

In ciascuno di noi vive un Re e una Regina

Scambia la corona d’Oro e D’Argento

Sugella con il Sacro Verde

Questo ed ogni Momento …

Si infuoca la freccia …

La Via Reale si costella di delizia

Il desio di Amor apre le porte dell’Alchimia

Il Fato sublima le azioni…

Ecco la Magia penetra lo Splendore…

Siate Acqua infuocata …

La vostra e nostra vita sia Fatata

Sotto l’egira della libertà

Aprite il cuore alla Beltà ..

Amore vi condurrà sulle ali della creatività

Una lucente e Nuova Vita Nascerà.

 

 

 

Il mondo incantato dell’Immaginazione creativa Di Ester M.A. D’Agostaro

L’Incanto dell’Immaginazione conduce l’essere umano ad abbandonare le briglie del pensiero che, in quanto Aria molte volte sospinge la percezione dell’astante ad incatenarsi a  circolari vicoli ciechi che non portano da nessuna parte se non nelle spire dell’elucubrazioni vacue, inconsistenti, paradossalmente alle volte rassicuranti. Questo mondo magico che straborda di fantasia, invece, cerca di sintonizzarsi, al di là delle apparizioni illusorie che vengono create dall’area fantasmatica della traumatizzata mente, con rappresentazioni che si nutrono di altre armonie, provenienti da una “linea verde” più chiara, pulsante che segue anche il ritmo del cuore.

L’Immaginazione si abbevera alla Sapienza della Coppa e della Spada, è principio Maschile/Femminile, dialoga armoniosamente per esperire forme che si nutrono di contenuti in cui Ombra e Luce trovano la loro quiete agognata: l’interpretazione lascia spazio alla contemplazione, il movimento all’apparente stasi,  per poi ritornare a ricercare quel cammino che è l’espressione di un gioco in cui ogni partita si dispiega in una battaglia, il cui vincitore indossa ora la maglia nera, ora quella bianca accecante e scintillante. Le sfumature? Ebbene sì esistono, è un’ascesa e discesa che percorre la sacra via dei 7 colori: Muladarha – radice- bacino – emozione è legata all’espressione del trattenere, controllare gli istinti – rosso; Svadhistana – ventre – piacere sessuale in tutte le sue alte accezioni – arancio; Manipura – plesso solare- qui l’emozione è diretta a rivelare la propria intima essenza – giallo; Anahata – cuore – provo e vivo i sentimenti e li comunico senza alcuna remora o falso/illusorio giudizio – verde; Vishudda -gola- do voce alla creatività che conosce le vie dell’Altro in alto e in basso- azzurro; Adjna- il centro della fronte, il terzo occhio – connessione con altre visioni, Pensiero – Volontà alta-  indaco; Sahasrara – sopra il cranio – essere in comunione con le forze dell’Universo e con la Divinità – viola.  Ecco questa è la scala di armonie che abbiamo in ciascuno di noi, è qui che alberga un flusso energetico anelante alla purificazione; esso in maniera consapevole o inconsapevole, vuole e sceglie, e quando si ha la possibilità di costruire un dialogo interiore si aggancia con forze apparentemente sconosciute, o che non vogliamo riconoscere, che stentiamo ad accettare o meglio ad accogliere. Sono appunto 7 centri pulsanti di energia e sono un favoloso collegamento con le fattezze del nostro corpo che non è solo carne – materia – terra ma è anche emozione-acqua che scorre, è aria- pensiero, fuoco- volontà che va oltre la mera passione: dal basso si risale verso l’alto per poi ritornare giù in maniera analogica, in un ciclo perenne che accomuna l’intero genere umano. Direbbe Ermete Trismegisto in una delle enunciazioni presenti nella famosa Tavola Smeraldina, che non rappresenta solo una delle leggi spirituali ma certamente è una visione Archetipale dell’esistenza: 1° È vero, è vero senza errore, è certo e verissimo. 2° Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola[1].

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I 7 Chakra

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La Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto

La legge analogica regna nella nostra vita, e molte volte non la riconosciamo consciamente, sicuramente l’inconscio sa e nei momenti opportuni là dove l’Io etico di freudiana memoria lascia consapevolmente o inconsapevolmente spazio, ecco che Il che Jung ben definisce prende il suo sopravvento al di là di una restrizione ingabbiante costruita da antiche ferite di “familiare” creazione: “Esso rappresenta l’unità e la totalità della personalità considerata nel suo insieme. In quanto però quest’ultima, a causa della sua componente inconscia, può essere conscia solo in parte, il concetto del Sé è, propriamente parlando, potenzialmente empirico e quindi è, allo stesso titolo, un postulato…  il Sé, in quanto totalità psichica, possiede tanto un aspetto cosciente quanto un aspetto inconscio. Empiricamente il Sé appare nei sogni, nei miti e nelle favole in una immagine di “personalità di grado superiore”, come re, eroe, profeta, salvatore ecc.; oppure di un simbolo della totalità, come il cerchio, il quadrato, la quadratura del circolo, la croce ecc. Rappresentando una complexio oppositorum una sintesi degli opposti, esso può apparire anche come diade unificata, quale è per esempio il Tao, fusione della forza yang e della forza yin, come coppia di fratelli oppure sotto l’aspetto dell’eroe e del suo antagonista (drago, fratello nemico, nemico mortale, Faust e Mefistofele ecc.). Ciò vuol dire che sul terreno empirico il Sé appare come un giuoco di luce e di ombra, quantunque concettualmente esso venga inteso come un tutto organico e quindi come un’unità nella quale gli opposti trovano la loro sintesi.“[2]. Il quindi, nonostante il gioco del nascondimento che opera con le fattezze dell’Io, trova la sua antica voce espressiva e diventa uno dei 12 Archetipi che connotano il cammino dell’individuo – Eroe: il Creatore[3].

Riflettiamo seguendo i passi dell’Immaginazione e cerchiamo di cum-prendere- esplicitamente accogliere a Sé, la sua altissima e pregnante fusione e funzione. Il potere dell’Immaginazione attiva  è danza del movimento e delle emozioni. L’incanto avviene così: ogni magica pulsione assurge a solenne epifania della rappresentazione, attira “le Visioni”, esse aleggiano nell’aree per trovare quiete con l’aiuto del verde – amore , allora si incarnano dopo aver attirato a sé la veste consona alla propria “forma”: pittura, scultura, disegno, spettacolo, danza “immagine in movimento di deleuziana memoria”[4], simbolo, grafema,  etc, declinazioni tutte protagoniste, senza alcuna distinzione tra alto e basso,  della somma Arte. Il palcoscenico naturale dell’immaginazione attinge ad attori che hanno ben chiaro che non basta la phonè per esprimere il potere creativo che essa genera, le forze in campo sono altre! Animus e Anima hanno varcato l’agognata soglia e volgono lo sguardo ambedue a ciò che deve scaturire nella scintillante forma che assorbe in sé il contenuto per plasmarlo, elaborando fantasie interne che attivano processi di onirismo emananti immagini eidetiche, mnemoniche, fantastiche assorbenti nel loro ventre il dialogo fitto fra realtà e illusione .  Ricordiamo che Animus e Anima non è un mero doppio, è la base significante che dorme nel Soggetto che percepisce lo specchio del suo Oggetto:  L’Anima, femminile, aggraziata, feconda come la terra, accogliente come la potente Madre – Binah[5] nella sua doppia veste di Maria- Stella Maris e Marah “ Visione del Dolore” e quindi morte e forza-vita , sacra come una donna- il sacro Femmineo- la Luna; l’Animus, maschile come un seme, forte come un Padre, sicuro come un uomo, caldo e di fuoco come il Sole. Ecco questi sono i principi archetipici insiti nell’essere umano, presenti in ogni cultura e religione, che rappresentano gli elementi della psiche. E ogni bambino interiorizza l’esperienza della sua Anima grazie all’introietto materno e l’esperienza del suo Animus – introietto paterno: sono queste immagini- rappresentazioni, che a loro volta contengono quelle dei padri e delle madri passati, che guidano i traumi e non solo della nostra vita. Animus – Anima sono presenti in ogni donna e uomo, questo dualismo regola le relazioni con l’altro a prescindere dalla determinazione reale, illusoria o ancora psicologica.

Il mondo magico dell’Immaginazione scolpisce la creatività dell’individuo che vuole esprimere la sua pingue azione conquistando con ardore i campi dell’Arte. Ciò avviene quando l’individuo si abbandona alla forza dell’acqua- emozione, del fuoco- volontà di divenire, dell’aria- pensiero e non ultima la terra- la ricaduta nel reale, e sceglie di esercitare, sotto la guida delle metafore dei quattro elementi, una doppia percezione: della “memoria” e dei “sensi”; così accanto alla capacità logica di risolvere problemi si innesta come elemento che unifica differenti strategie la fantasia intesa come modalità che sa delineare scenari nuovi.

L’immaginazione o l’atto creativo o del creatore non è mera artisticità che determina l’oggetto di contemplazione o ammirazione, non è evocare una vita fittizia e artificiale, è una reverie che sgorga pulsante dall’”interno” è “una sintesi soggettiva che tende a divenire oggettiva, è l’ideale”, ovvero “una costruzione in immagini che deve divenire una realtà”, “l’ovulo che attende d’essere fecondato per dare inizio alla sua evoluzione”[6].

E’ possibile che l’immaginazione plasmi una maschera che si nutri e si presenti come forma catalizzante delle risorse fin qui enunciate: memoria, fantasia, Animus- Anima, pensiero- sentire, flusso di energia discendente e ascendente, Ombra – Luce, Distruttore (ciò che è vecchio e stantio) e L’Amante – richiamo alla vita e all’Amore. Essa viene indossata da colui che ha in sè il seme della creatività: l’archetipo del Creatore

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La storia archetipica del Creatore ci trasporta in una iconografia antica e divina, ad una unità primigenia, il Chaos, l’Aleph, è l’Uno dal quale scaturisce poi l’armonia, è il cielo delle quattro stagioni, è quella vibrazione che prefigura l’esperienza, che abbraccia, accoglie il segreto di ciò che si distacca dalla vita che sa cosa è la morte. La dynamis che anima l’azione del Creatore è rossa e ammanta con il suo fiammeggiare la sacra coniuctio Luna Sole, il compendio dell’energia vitale.

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Il Creatore saltella mercurialmente tra l’essere e non -essere, naviga nel mare delle transizioni da uno stato esistenziale ad un altro, morde e assapora i colori, la progettualità dell’avventura. E’ il folle, il giullare che è capace di attingere alla coppa, all’argenteo brioso e giocoso e seguirne il ritmo o il flusso apparentemente instabile, cucire con l’ausilio della beata volubilità la seduzione di una verità ineffabile ed in fieri. L’immagine immateriale traduce ineluttabile la Sapienza arcana. Il creatore è l’espressione di una libertà che è stata acquisita dalla conoscenza di Sé e si muove agilmente con  la forza della consapevolezza riconoscendo i tranelli dell’illusione che non è Fantasia, tra desiderio mera traslazione del vero bisogno e paura, trae dai demoni interiori quella forza che trasforma in nuova energia vitale; sa che il potere può condurlo verso l’ombra e solo riconoscendola e indossando il saio dell’umiltà può assurgere alla luce. Il creatore conosce la forza dell’Animus e dell’Anima, la vera virilità sta nell’espressione della vulnerabilità come la vera femminilità è andare oltre la dipendenza, riconoscere che l’attribuzione del “fallo” non è potere, è solo difesa senza alcun giudizio inquisitorio, conduce solo all’aridità e alla sterilità. Il Creatore non deve farsi fagocitare dalla sua ombra, deve riconoscere le sue possenti fauci: l’aborto e il non riconoscere la capacità di divenire con le ali dell’immaginazione che possono sfiorare quelle vette che non necessitano di timbrini, riconoscimenti sociali, in quanto il suo compito eccezionale è l’autoaccetazione, il riconoscere la propria identità ricomposta in un Uno che ama e si Ama. Il Creatore conosce i segreti del mondo magico dell’immaginazione, il suo lavoro è disvelare le trappole dell’Io che lo incatenano per liberare “lo spirito della materia”, questo avviene nel momento in cui il principio di individuazione assurge e lascia la sua effimera sepoltura e riconosce che i guardiani della soglia dell’inconscio sono solo dei Golem. E’ necessario che il Creatore con gli strumenti di una viva consapevolezza, attingendo al pentagramma di un’esistenza in cui le differenti note sono espressione di pensiero e cuore, osservi e sappia che nel Buio, nel Vuoto, nell’Abisso vi sono nascoste quelle impronte che evocano creazioni cosmogoniche che stanno alla base di quella dynamis che fa sì che l’inerte prende- crea vita nuova che cresce.

 

[1] Contenuto della tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto. 1° È vero, è vero senza errore, è certo e verissimo. 2° Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola. 3° Come tutte le cose sono sempre state e venute da Uno, così tutte le cose sono nate per adattamento di questa cosa unica. 4° Il Sole ne è il Padre, la Luna è la Madre, il Vento l’ha portato nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice. Il Padre di tutto, il Telesma di tutto il Mondo è qui; la sua potenza è illimitata se viene convertita in Terra. 5° Tu separerai la Terra dal Fuoco, il sottile dallo spesso, dolcemente, con grande industria. Ei rimonta dalla Terra al Cielo, subito ridiscende in Terra, e raccoglie la forza delle cose superiori ed inferiori. 6° Tu avrai con questo mezzo tutta la Gloria del Mondo, e perciò ogni oscurità andrà lungi da te. È la forza forte di ogni forza, perché vincerà ogni cosa sottile e penetrerà ogni cosa solida. 7° È in questo modo che il Mondo fu creato. 8° Da questa sorgente usciranno innumerevoli adattamenti, il cui mezzo si trova qui indicato. 9° È per questo motivo che io venni chiamato Ermete Trismegisto, perché possiedo le tre parti della filosofia del Mondo. 10° Ciò che ho detto dell’operazione del Sole è perfetto e completo

[3] Per Jung vi sono 12 Archetipi che connotano lo sviluppo della personalità e sono simboli che marchiano il nostro inconscio collettivo: Il Saggio, L’Innocente, L’Esploratore, Il Governante, Il Creatore, Il Custode, Il Mago, L’Eroe, L’Amante, Il Buffone, L’Orfano.

Per approfondire su questo argomento ricordiamo K. Jung, Gli Archetipi dell’inconscio collettivo, Boringhieri, Torino

  1. S. Pearson, Risvegliare l’Eroe dentro di noi, Astrolabio, Roma; in cui l’autrice conduce il lettore ad una riflessione sul +dialogo che si innesta tra gli Archetipi che guidano l’Anima e quelli che muovono il Sé.

[4] Gilles Deleuze, L’immagine-movimento. I° volume, cinema,Ubilibri, 1984

 

[5] Binah è la donna matura , la matrona … Il Fondamento della Saggezza Primordiale … E’ il terzo  Triangolo Superno, rappresenta la potenza femminile dell’Universo ma anche l’oscura Madre Sterile… Il Grande Mare …

Cfr. Dion Fortune, La Cabala Mistica, Astrolabio, Ubaldini Editore, Roma,  1973

[6] T. Ribot, Essai sur l’imagination creatrice, Paris, Alcan, 1900, p. 67. L’immaginazione creatrice, per la ricchezza dei suoi contenuti e delle sue produzioni, non è riducibile ad alcuna legge prefissata: solo l’esperienza e l’osservazione potranno permetterci di trarre una formula che generalizzi il suo sviluppo attraverso due periodi separati da una fase critica: «un periodo di autonomia e di effiorescenza, un momento critico, un periodo di costituzione definitiva che presenta numerosi aspetti» (ibid., p. 139). L’immaginazione così strutturata e sviluppata si specifica poi in varie forme che ne determinano il concreto spettro d’azione: il termine «immaginazione creatrice», come tutti i termini generali, rimane un’astrazione se non aderisce a uomini che immaginano. Essa diviene così immaginazione «plastica», «diffluente», «mistica», «scientifica», «meccanica», «commerciale» e «utopica». Esse dimostrano in ogni caso che l’uomo è capace di creare per due ragioni principali: «la prima, d’ordine motorio, consiste nell’azione dei suoi bisogni, appetiti, tendenze e desideri», la seconda «è la possibilità di una riviviscenza spontanea delle immagini, che si raggruppano in nuove combinazioni» (ibid., p. 261).

Gastone Le Beau di Ester M.A. D’Agostaro

Ho sempre pensato che il teatro sia per eccellenza il luogo della fascinazione in cui il “logos” si appropria di corpi, e offre allo spettatore il piacere della visione di “pratiche alte e basse”. L’estetica dell’effimero si dispiega in epifanie sempre nuove, infatti non vi è mai uno spettacolo uguale all’altro se non forse nella struttura; apparentemente si ripetono le battute e i gesti, ma nel momento in cui tutto ciò accade ecco che si fa strada la seduzione della cancellazione. Le tracce si disperdono tra le quinte, tra le luci che si spengono lasciando il buio in cui dondolano simulacri fantasmatici che attendono in silenzio chi li animerà ancora e ancora, nella memoria di tutti coloro che fanno parte della macchina scenica. Nell’era moderna e contemporanea si tenta di fermare l’istante fuggevole di qual si voglia pratica teatrale con le foto o con i video; interviene quindi “la fantasticheria contemplativa liberamente vagante della riproducibilità tecnica” parafrasando il grande pensatore Benjamin. La bellezza seduttiva dell’obiettivo disperde il valore dell’unicità, ovvero la potenza dell’Aura, il valore dell’hic et nunc; attenzione, quando si parla di questioni teatrali i mezzi odierni restituiscono solamente una funzione illustrativa, simulano la memoria, racchiudono in uno scrigno un ricordo che cavalca l’onda visibile e invisibile del tempo e dello spazio che si rifrangerà nel mare della Storia.

Il rito del teatro si compie e si conclude in un cerchio infinito, ogni qual volta si varca lo specchio in cui i riflessi dell’Animus Anima si rincorrono eseguendo la sacralità della rappresentazione, è lì che sorge l’eterno dialogo tra  Eros e Thanatos, tra “la presenza e l’assenza”; è il gioco seduttivo e perverso del prendere e dell’abbandono in cui ciascuna maschera invocata o evocata incontra l’altro da sé e lo restituisce all’altro attivando, nell’hic et nunc, una verità che sfiora e si immerge in tutti i registri degli archetipi che fanno parte dell’inconscio collettivo.

La verità degli archetipi in questa forma d’arte è affidata al testo drammaturgico prescelto, all’interpretazione dell’attore che è voce, corpo anima, e al deus ex machina ovvero il regista.

Questo paradigma è bene armonizzato in Gastone “L’Ultimo dei Belli”, piéce che fa parte del cartellone artistico del Teatro Tenda Zappalà di Palermo, per la regia di Franco Zappalà. E’ un omaggio al film omonimo che uscì nel 1958 diretto da Mario Bonnard che volle ispirarsi, per le vicende del protagonista, al grande Ettore Petrolini e alla famosa maschera che inventò, il ruolo fu affidato ad Alberto Sordi. Molte volte a teatro si replica il testo del fantasioso Petrolini ma in questo caso la maschera del seduttore decadente del novecento trasmigra “dall’immagine in movimento” per dirla con Deleuze, per rivivere prepotentemente sulle tavole di un palcoscenico che offre allo spettatore un piacevole spettacolo metateatrale.

30703791_1504631809664120_671403916369330176_nFranco Zappalà effettua la regia di un’opera d’arte unitaria facendo attenzione alle dinamiche del teatro nel teatro; infatti, l’azione scenica, nel rispetto dell’evoluzione della narrazione, dei personaggi e dello spazio, si svolge su un doppio palcoscenico, il secondo si eleva dopo l’arco di proscenio e vi si accede con una piccola scala; escamotage di fine scenotecnica che permetterà al voyeur della platea di identificarsi con i frequentatori del Tabarin e di vivere l’attesa delle esibizioni dell’ultimo danseur mondein accompagnato dalla vedette di turno. Puntella la vicenda usando sapientemente la colonna sonora del film, composta dal grande A.F. Lavagnino, ed ecco che si compie la sutura tra la macchina attoriale e la macchina scenica: scorrono le note e il tableau vivant si compone. Fin dall’inizio la musica accompagna lo spettatore invitandolo ad entrare e godere di un salto temporale, a immergersi nelle atmosfere trasgressive dei Tabarin, dei Café Chantant più in voga in un Italia, basti pensare al Salone Margherita, luoghi frequentati da un pubblico urbano promiscuo, da artisti irregolari, da aristocratici decadenti, da parvenue, l’alcool scorreva a fiumi e le donne avevano modo di fare sfoggio di toilette in voga nelle grandi capitali.

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Voce fuori campo: “La grande guerra, la vittoria, la pace, il dopoguerra ci regala sempre i suoi prodotti, tango e un tipo strano che nessuno avrebbe osato chiamare ballerino, ma danceur mondaine: bastone, cilindro, guanti bianchi, un frak.” In fondo all’arco di proscenio dove è allestito il palcoscenico del Tabarin, ecco che appare la silhouette di Gastone interpretato da Marcello Rimi, che fin dall’inizio darà prova del suo talento, offrendo una gestualità misurata, simbolo di una seduzione che va ben oltre la maschera che indossa. Ogni gesto: la fisiognomica del viso alzando il sopracciglio, o ammiccando, o ondeggiando le mani nell’aria, o ancora scivolando il piede sul palcoscenico accompagnando il peso del corpo su di un lato, o carezzando i capelli impomatati o i polsini della camicia rigorosamente bianca o il suo elegante frak, assurge ad uno stilema di riconoscimento, connota la sua maschera di viveur, che certamente richiama i due attori ispiratori, Sordi e Petrolini, ma diventa a sua volta un segno- simbolo personale destrutturandone quindi la pedissequa imitazione. Gastone si esprime con un argot blasonato con cadenza e musicalità romanesca e il suo interprete lo codifica con una disinvoltura che sbaraglia la manipolazione della recitazione naturalista. Marcello Rimi con la sua assoluta presenza è il conquistatore di donne, “emana fascino, è affranto, compunto, vuoto senza orrore di se stesso” è l’incarnazione dell’archetipo del seduttore: “cosa ce faccio io alle donne!” E’ innamorato della propria immagine, ostenta sicurezza, conosce il saper vivere, rifugge i sentimentalismi ritenendoli vuoti, è un personaggio fatuo meglio predare e vivere di sotterfugi, vanta un atteggiamento superomistico di dannunziana memoria che Petrolini del resto, nell’invenzione di questa maschera aveva salacemente deriso. Il suo alter ego è la figura del Principe nel film il ruolo era stato affidato a De Sica, in questo spettacolo è interpretato da Giuseppe Zappalà: per il protagonista è un confidente, un punto di riferimento, una sorta di padre, ne ammira l’eleganza, rappresenta una nobiltà decadente, l’ostinazione malinconica ad ammettere che quel mondo fatto di frivolezze è soggetto a mutare inesorabilmente, che la solitudine si nasconde dietro l’angolo, al di là delle apparenze alberga altro. L’amarezza è sottolineata in questo personaggio da posture stanche, da spalle ricurve che sostengono il peso di un passato nostalgico, di debiti e del vuoto del cuore.

 

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30708742_1506361112824523_6621206568031485952_n(Giuseppe Zappalà)

Il gioco dello specchio e del rapporto dell’Animus-Anima  pervade  lo spettacolo, il cinismo di Gastone si manifesta nella manipolazione di uomini e donne, nelle sue trame di furbizie del “saper vivere” spinge Achille, interpretato da Pippo Bologna, che usa il proprio danaro illudendosi di ottenere favori amorosi così come gli viene consigliato dal gran viveur, ma riceve solo una girandola di schiaffi.

Cavallini- Mirko Bivona è il proprietario del Tabarin, si aggira tra i tavoli ostentando un’aria servizievole, gaudente per i suoi avventori e per i numeri di intrattenimento che propone.

30705124_1506313992829235_7024888632922079232_n.jpg(Pippo Bologna e Mirko Bivona)

Gastone Le Beau è l’Adone, ostenta solo il suo principio maschile Animus, controllato e calcolato, nascondendo bene la sua vera anima bisognosa di affetto e di un continuo riconoscimento esterno di qualcosa che non è solo arte ma cuore, cela la paura di amare. Meglio sedurre che essere sedotto, ordire trame per accogliere le prede che hanno necessità di attenzione, di una carezza, di vivere sotto le finte luci accecanti dei riflettori. Attorno al grande seduttore gravitano Sonia- Viviana Zappalà, duchessa straniera con cui duetta in una danza d’intrattenimento e poi civetta per ottenere favori. Le performance di quest’ultima non hanno più l’effetto desiderato è necessario una sostituzione che dia nuovo smalto allo spettacolo di Varietà proposto nel Tabarin. Da una bellezza glaciale e nordica si passa ad una più esotica Conchita- Sonia Prestigiacomo, attrice versatile, che conquista seppur per poco il favore del pubblico con un seduttivo flamenco. Sulla strada vive Mignonette – Caterina Tarantino, che da artista decaduta è costretta a vendere l’unica cosa che le rimane la sua bellezza. I dialoghi tra la donna e Gastone si svolgono sempre con il favore della notte e della strada, è il quadro vivente del tramonto, di sentimenti appena sussurrati, in cui il protagonista accentua la sua maschera illusoria di grand viveur ma la sua voce risuona afona, di disvelamento appena accennato.

30698078_1505317889595512_7050717475318530048_nViviana Zappalà

30703894_1506314672829167_8900401684585381888_nSonia Prestigiacomo

30697915_1504794576314510_6454996831234424832_nCaterina Tarantino

L’ultima donna chiave negli incontri fuggevoli di Gastone è Annina-Alessia Acquaviva, una servetta dal grande talento. Ecco L’Animus incontra l’Anima, il piacere artistico potrebbe trasformarsi in altro, ma Gastone non è ancora pronto a rivelare il proprio cuore, è convinto che lei proprio perché inesperiente non può debuttare senza il suo fondamentale supporto artistico; i tempi cambiano la freschezza di Annina ha le ali per spiccare il volo, soprattutto ha la grinta per mordere la vita e trasformarla. Annina è una soubrette in ascesa grazie al consenso del pubblico che ne riconosce entusiasta il talento e diventa Anna La Belle.

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30714776_1506360846157883_4693478598223331328_nAlessia Acquaviva

Gastone Le Beau cede lo scettro ad Anna La Belle, il gioco dello specchio ritorna inesorabile, la seduzione si veste di Anima e risplende verso il cambiamento; è dalla capacità di abbandonare per perseguire il proprio sogno che sorge la nuova Artemide con coraggio e cuore, è sensuale, selvaggia, attraente, estroversa come Afrodite dea della bellezza e dell’amore; nessuno resiste al tuo fascino. Nell’interpretazione del ruolo ritroviamo veramente le caratteristiche della vedette del grande Varietà, presenza scenica, una piacevole voce quando canta un classico del repertorio delle canzonette “Come pioveva”, eleganza e verve nel ballo.

Epilogo, l’ascesa corrisponde ad una discesa e Gastone con il cuore spezzato continua ad aggrapparsi alla sua maschera di viveur, si allontana, un’ultima passeggiata ripetendo il clichè della sua inconfondibile gestualità, risale per l’ultima volta le scale: il palcoscenico è vuoto, canta le sue qualità per essere fedele al suo frak e all’immagine di sé, si spengono le luci su un’epoca …

Ringrazio  Giuseppe Bellomare per le foto di scena potete ammirare il suo talento nella sua pagina Facebook

Ed ecco a voi una galleria di immagini che servono a ricordare altri momenti importanti di questo spettacolo:

30656850_1504632552997379_5480981227269783552_nIvonne, la spogliarellista – Hefsiba Di Pasquale

30697681_1504751269652174_5138861454073528320_nL’impresario milanese che scoprirà il talento di Annina trasformandola in una vedette -Fabrizio Bondì

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L’impresario che aiuterà Gastone a creare il suo Varietà nella sua ascesa e nella sua caduta.

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In un Varietà che si rispetti in cui si susseguono una serie di numeri, la citazione è d’obbligo skech comico basato sul doppio senso, ben imitato da Francesco D’Amore; Fabiola Bologna

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Gastone ha i suoi guoi anche con la giustizia. il commissario- Antonio Carnicella

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Bello il filmato che scorre verso la fine del secondo tempo, che dà l’idea dell’ascesa e dei successi di Anna la Belle realizzato da Fabrizio Bondì.

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Ecco il direttore e musicista – Dario Miranda

Segnalo poi la presenza della Signora Maria Zappalà che interpreta il ruolo della signora presso cui lavora Annina.

Uno spettacolo è fatto anche di persone che lavorano dietro le quinte e di prove, di preparazione, ciascuno ha il proprio ruolo importante che fa funzionare la meraviglia della macchina scenica

Tecnico Audio: Carlo Gargano
Tecnico Luci: Adriano Pollarolo
Costumi: Domenica Alaimo E Alessandra Passantino Belli
Direttore Palcoscenico: Angelo La Franca Scenografie: Luca Jalal

Viaggio in alcune visioni Archetipali …di Ester Maria Angela D’Agostaro

L’Archetipo come dice la parola stessa è un modello; per Platone costituisce l’Essenza delle cose che appartengono al mondo sensibile;  per Gustav Jung regola l’inconscio collettivo. E’ un codice universale, una sorta di variabile costante che cesella la vita dell’umanità.

Nel campo dell’Arte, in tutte le sue declinazioni, può essere una chiave che attiva da un lato l’atto creativo e dall’altro restituisce a chi ne fruisce una forma con cui si entra in contatto con l’empatia. L’empatia appartiene certamente al mondo del sentire, un percepito che a secondo della persona si muove ora seguendo la pulsione del sentimento- emozione – cuore, ora la visione della razionalità – mente.

Nessun archetipo è riducibile a semplici formule. L’archetipo è come un vaso che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima. Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni. Gli archetipi sono elementi incrollabili dell’inconscio, ma cambiano forma continuamente”. (Jung).

Nel campo dell’Arte e della cultura l’Archetipo si manifesta dando vita a racconti, leggende, favole, miti che  vengono rappresentati dalla potenza della parola orale o scritta, o plasma altre materie dalla pietra alla lamina, fino ad arrivare al digitale. I temi che pulsano e si originano, non sono altro che Simboli, attraversano i tempi e lo spazio e accompagnano silenti o chiassosi la vita dell’umanità.

Il Simbolo è un segno che vive in qualsiasi forma d’arte, rappresenta il topos ed il logos, intreccia i tratti del visibile e dell’invisibile, è la porta che permette la comunicazione tra mondo reale e ideale. Nel mondo contemporaneo che pullula di immagini riproducibili e dissacrate, il Simbolo e l’Archetipo possono assumere un sapore desueto, un ragionamento sradicato da un contesto in cui tutto è fagocitato dalla tecnica, e non vi è posto per parlare di appartenenza a radici cosmiche e universali.

Le estetiche che si sono susseguite concordano nell’affermare che è giunta l’era della de- simbolizzazione, ma accanto a tale visione vi è strisciante l’esigenza di agganciarsi alla capacità di esserci nel mondo, di creare una nuova mitologia che in fondo non fa altro che trovare le proprie radici in ciò che è stato; il presente, il visibile dialoga con la potenza dell’assenza- essenza.

Il logos ritorna portatore di verità che si moltiplicano rivelando sfaccettature e punti di vista, l’analogia è il passpartout per dare nuova linfa al Simbolo – Archetipo, per uscire dalle maglie della psudo-menzogna e simulare una rappresentazione della creazione artistica che possa perseguire il passaggio tra il mondo dell’immaginazione e quello della realtà. Un tempo la verità era solo della “Bellezza” oggi il realismo impera e ciò che appare patinato viene giudicato effimero ed inconsistente, foriero di superficialità, appartenente ad una sfera fittizia.

Non dimentichiamo che l’attività artistica pur cavalcando le onde del tempo, esprime comunque un bisogno: la conoscenza dei stati interni, intimi della persona, percepire le manifestazioni più sottili e restituirle agli altri.

La natura e la vita continua a rivelarsi attraverso i simboli nonostante la nostra cecità; l’artista continua ad essere il privilegiato, il risvegliato che ha nuovi mezzi per far sentire la sua voce.

Il simbolo nella produzione creativa non è altro che il mezzo per traghettare i significati dell’Archetipo: il codice si dispiega, si ri-vela, declina un segno per rimandarne ad altri.

Nell’Arte noi ci imbattiamo ancor oggi in strutture seppur moderne che non sono altro che l’espressione di un pensiero arcaico latente che ritorna inesorabilmente trasformato e rigenerato.

Nell’era della riproducibilità tecnica l’individuo continua a sperimentare, vivere l’influenza dell’archetipo in quanto la sua realtà quotidiana è strutturata da un femminile e maschile o da un materno e da un paterno; nel momento in cui nasce inizia il suo viaggio, sarà sottoposto a prove, ripensamenti, anelerà a desideri, avrà bisogni da nutrire; continuando il suo cammino troverà nemici e amici, mentori che lo aiuteranno a scoprire le perle della conoscenza-saggezza. Nel viaggio della vita vi sarà sempre una morte- reale o fittizia che lo condurrà alla rinascita.

L’atto artistico, creativo attinge ad un diagramma di flusso quindi, in cui vi è sempre un soggetto, un viaggio, un maschile – un femminile, un’ombra, un nemico, una morte ed una rinascita; in questo fluire si attiva una polarità di riconoscimento che determina il giudizio estetico a seconda le corde che si toccano.

Il comportamento umano per la psicologia di derivazione junghiana può essere descritto ad esempio anche usando queste 4 chiavi: Il Guerriero, l’Amante, Il Mago, Il Re. Sembrano dei termini un po demodè, ma cerchiamo di andare oltre. Il guerriero è l’individuo che mostra un sé combattivo, cerca di esprimere nelle proprie azioni coraggio, intraprendenza, alle volte la passione, l’istinto non viene sedato dalla forza della ragione altre volte trova il suo giusto equilibrio, lotta per degli ideali etici, è allenato a combattere le avversità. Questo tipo non ha solo un volto maschile ma si veste anche di abiti femminili e lo troviamo protagonista in molta filmografia.

L’Amante è la pulsione dell’Eros e la sua ombra non è altro che la vile passione, depauperata da Amore e vissuta nell’atto di predare per colmare un eterno vuoto. Molti pseudi-puritani giudicano quest’ultimo aspetto come perdizione infima, in psicologia questi impulsi vengono definite parafilie ovvero perversioni, disfunzioni sessuali che connotano una paura e quindi un dolore inaccettabile: l’incapacità di vivere una relazione d’amore con se stessi e con gli altri. Quando si libera dello spettro della dipendenza e dell’attaccamento allora potrà donarsi. Di solito questo tipo viene rappresentato in una doppia veste: il Don Giovanni o La Femme Fatale, o ancora L’Innamorato con una visione romantica dell’Amore.

Il Mago: nella società contemporanea chi potrebbe essere costui? Una persona saggia, un maestro che ha il potere di guidare l’altro nei passaggi perigliosi della vita. Questa figura è costante in molta letteratura fantasy e non solo la ritroviamo in molti generi cinematografici e seriale.

Il re oggi è colui che assume nella propria vita un ruolo di leader, ha autostima, è risoluto ma quando è attanagliato dalla paura di perdere il potere ed esercita un controllo pervicace ecco che diventa un tiranno, può diventare violento. In questo rapporto con il potere può anche mostrarsi debole, allora il timbro alla sua esistenza e alla sua carica è ricercata all’esterno: diventa così un simulacro di se stesso.

L’Arte proprio perché espressione dell’individuo attinge a queste forme e lo fa in maniera naturale, sospinta solo da una visione creatrice della realtà che è duale ma armonizzata: Animus Anima.

Anticamente la nostra natura non era quella di oggi. I generi non erano tre o due, come ora, maschio e femmina, ma ce n’era uno che partecipava di entrambi… un androgino… la forma di questo essere era sferica, e aveva quattro mani e quattro gambe… Giove decise di tagliarlo a metà… da tempo perciò è connaturato agli esseri umani l’amore reciproco, per questo ognuno è sempre alla ricerca della propria metà, sia essa uomo o donna, indipendentemente dal proprio sesso, per ricostituire l’intero iniziale… Per questo diciamo che ognuno cerca la propria metà… La causa della nostra ricerca è che un tempo eravamo interi, e al desiderio e al perseguimento dell’intero noi diamo nome amore” (Platone)

L’Anima è il femminile, il materno, l’Eros, il prendersi cura, è l’affettività, è la sfera intima in cui si rincorrono le emozioni della sensibilità; l’Animus è il principio maschile, il controllo, la razionalità. Questi due principi sono presenti in ciascuno e conciliarli è un viaggio dentro di sé arduo. Spesso accade che si cerca all’esterno quell’attrazione polare che li metta in comunicazione tra loro; nell’atto creativo come nella vita Anima e Animus costituiscono le rotelle principali di un ingranaggio che viene innescato quando l’inconscio restituisce nelle opere il mistero del rispecchiamento rendendo visibile ciò che non lo è.

L’Anima nell’immaginario artistico è una figura femminile ambivalente che da un lato conduce l’uomo in alto e dall’altro lo fa sprofondare nelle viscere. La donna quindi può sublimare l’aggressività del suo partner, lo può guidare verso la luce, può aiutarlo a contattare il suo mondo interiore e viene considerata, ritratta come demoniaca, una presenza che usa la seduzione per offuscare la mente dell’uomo e attrarlo nelle spire mortali di un amore che uccide.

Anche la donna comunque ha un Animus che agisce in maniera speculare in quanto la sua funzione è trovare la via giusta per condurla al riconoscimento del Sé, integrazione e conciliazione degli opposti. In questo viaggio interiore il maschile può apparire ambivalente: guida- aggressore, saggio- giudice, coraggioso – inquisitore etc… L’Animus alle volte si manifesta assumendo il volto di uno straniero fascinoso che dona il coraggio per lasciare una vita ordinaria e scegliere ciò che realmente si vuole fare.

L’Animus nell’immaginario può essere un uomo dal cuore nobile, che è dotato di grande forza fisica e lotta contro le avversità della natura impavido, è il poeta che ha l’ardire della parola e conquista la sua amata a suon di versi e frasi in quanto sa e non ha paura di esprimersi. E’ il grande pensatore sommerso dal potere del pensiero che non lascia spazio alla manifestazione dei sentimenti, quindi appare duro e distaccato seppur saggio, è il sostenitore della grande spiritualità e sa che l’unica via è il sacrificio.

La psiche è una combinazione di principi maschili e femminili, così come una candela è l’insieme di luce e ombra  e tutto ciò lo troviamo nelle visioni e nello spazio prodotto dall’Arte.

Algiz spazio della Creatività e dell’Arte

Algiz, spazio sacro in cui l’ineffabile bisogno di abbeverarsi alla fonte della Sapienza trova il suo nutrimento. Ringraziamo Bacchanale e Dioniso per averci donato le coordimate, ma ora è giunto il tempo del cambiamento e ci rivolgiamo ad una creatività che si veste di un Femminile pacificato con il Maschile, gli Archetipi continueranno ad essere i guardiani della nostra soglia, le chiavi recheranno il sigillo della sacra creatività e apriranno le differenti porte che confluiranno gioiose nel mondo sfaccettato dell’Arte.

L’Arte quindi è il luogo sacro in cui far dialogare i differenti linguaggi espressivi della persona : dalla parola orale a quella scritta, alla voce che si fa armonia, al silenzio, al corpo che assurge a performance disegnando magnifici geroglifici gestuali, al colore che cerca il proprio materiale in cui imprimere la forma virtuale e non. L’Arte è la narrazione che evolve e si offre come rappresentazione di una drammaturgia effimera e visiva, cinetica e cinestetica; è Immagine in movimento e statica, è striscia di fantasmagorie in cui i personaggi diventano eroi per il popolo dei bambini e degli adulti.

Algiz vuole essere la culla ed accogliere ciò che in nuce può essere sperimentato, creato nelle diverse forme del teatro e dello spettacolo, del cinema, dell’audio-video, della fotografia, delle istallazioni di musei reali e virtuali, narrativi e diffusi, dell’Arte in tutte le sue declinazioni, del fashion show, dell’artigianato come prodotto espressivo di una terra, del folklore come vita delle radici, della letteratura, della psicologia come imprinting per una visione olistica dell’individuo.

Ester M.A. D’Agostaro

Il labirinto – di Ester Maria Angela D’Agostaro

Nel dedalo della nostra vita attuare il cambiamento, la trasformazione è l’impresa più ardita che l’individuo può intraprendere. Si vaga ciechi o abbagliati da illusioni che si innalzano, formando muri che sembrano invalicabili, non vediamo che il bandolo del filo lo teniamo già in mano.

Colui il quale vuole rinascere e vivere libero da catene, incarnerà a proprio modo Teseo, il fuocolabirinto della volontà mercuriale che dirigerà la propria azione determinante nell’uccidere il Minotauro: il nostro doppio metà uomo ed animale, un essere mostruoso che si nutre di carne e sangue, di paure. Per raggiungere il centro del nostro labirinto unicorsale, l’individuo eroico ha bisogno di Arianna, del suo Amore, della sua parte femminile. Percorrendo il labirinto l’Animus richiama l’Anima, il maschile- il femminile, solo così potrà affrontare la paura primeva: l’istinto animale puro.

Allora il Labirinto assurge a simbolo di un cammino iniziatico, è l’Archetipo in cui il conscio incontra l’inconscio; è la caverna in cui nel buio più orrido decadono le catene di una vita illusoria e si acquisisce il dono della saggezza, il segreto che unisce ad anello perpetuo la Morte e la Vita.

Il Labirinto è il topos in cui uomini e donne che intraprendono il camminamento si muovono e danzano a spirale, un movimento sinuoso e silente che va verso sinistra incontro alla morte per poi ritornare verso destra e quindi verso la vita. Una danza che riproduce e celebra ciò che Teseo ha compiuto a Cnosso. Una danza che ha valicato il tempo e lo Spazio e viene eseguita dai templari nei loro rituali di purificazione nel Labirinto disegnato sulla pavimentazione della navata centrale, nella cattedrale più bella dell’arte gotica: Chartres in Francia.

Nel famoso Mito del Minotauro Teseo salva sette fanciulli e fanciulle dalle fauci della bestia; magici numeri, ci ricordano simbolicamente i 7 chakra che ciascun individuo ha nel proprio corpo fonti dellincisione-di-teseo-che-uccide-il-minotauro-getty1a nostra energia interiore che richiama le forze cosmiche. 14 sono coloro che ogni anno devono essere sacrificati per placare il terribile essere. Numeri magici che ci danno altre indicazioni: Uno più quattro, la scintilla divina che alberga in noi e gli elementi di cui siamo costituiti: aria-pensiero, fuoco- volontà, acqua-emozioni, terra-azione.

Quando si varca la soglia del cammino che conduce al centro del labirinto siamo degli iniziati e mettiamo in gioco e sacrifichiamo parti di noi solo così possiamo giungere alla trasmutazione dalla morte alla vita: i nostri pensieri si agitano, la volontà ci sostiene, la forza dell’Amore ci indica che è in quel luogo ostile dopo aver raggiunto la meta compiremo un azione in cui confluiranno tutte le nostre energie, uccideremo il mostro per rinascere. La Madre terra ci accoglie, ci nutre e il cielo ci culla, il vento ci carezza e l’acqua ci purifica. Sole e Luna sono in noi.

Carmen tra danze spagnole e arte flamenco – di Renata Orlando

flamenco-show-madridIl personaggio di Carmen, femme fatale per eccellenza, ricopre un ruolo fondamentale nell’immaginario delle bailarinas di flamenco.

Nell’omonima novella, quando Don José narra della sua serata passata a far da sentinella, Prosper Mérimée regala al lettore appassionato delle descrizioni sull’abbigliamento della «gitanella», oltre ad interessanti dettagli utili per intuire a quale tipologia di danza spagnola egli stesse facendo riferimento:

Questa volta era ornata come un reliquiario, infiocchettata e agghindata, tutta oro e nastri. Indossava un abito a lustrini, scarpe turchine ugualmente a lustrini, e fiori e guarnizioni ovunque. Aveva in mano un tamburello basco. C’erano con lei altre tre zingare, una giovane e una vecchia. C’è sempre una vecchia che le accompagna; poi un vecchio con una chitarra, zingaro anche lui, per suonare e farle ballare. Sapete che spesso nelle serate mondane ci si diverte a far venire delle zingare perchè ballino la romalis, che è il loro ballo […]. Udivo le nacchere […].

(Mérimée, Carmen, ETS, Pisa, 2004, p. 64)

«È il loro ballo»: con questa specificazione, Mérimée lascia intendere che vi siano diverse categorie di danze, appartenenti a determinati tipi di gruppi, in questo caso zingari, per cui si potrebbe parlare di quelle definite alla zingaresca1 che, in ambito musicale, costituiscono dei componimenti ispirati nella struttura e nel ritmo agli stilemi zigani.

Probabilmente non esiste nazione paragonabile a quella spagnola che presenti una tale ricchezza, continuità e originalità di forme e tradizioni coreutiche: si oscilla infatti da quelle popolari, slegate da qualsiasi interesse particolare, a quelle che alleviano la fatica e il lavoro e a quelle più impegnate ritualmente o artisticamente, come il flamenco.

Tra il XIX e il XX secolo, mentre la Spagna diventa meta di viaggiatori, i Gitani acquistano una certa libertà nei movimenti e, su imitazione delle forme di spettacolo che nel frattempo si sono diffuse a Parigi, l’Andalusia si riempe di cafés cantantes (la versione spagnola dei francesi caffè chantant): locali notturni dove si esibiscono artisti di diverse pratiche, nelle quali protagonista assoluta è la fascinazione del corpo.

El arte flamenco si esprime in tre modi o forme principali: il cante, il baile e la guitarra.

Il baile rappresenta la scatola contenente le numerose danze spagnole esistenti, dalle più antiche al flamenco, in cui l’astratto, il fiabesco, la geometria (aspetti tipici soprattutto del balletto), vengono ignorati, per lasciare posto alla spontaneità, alla «sanguigna vitalità e carnalità di ciò che si danza2», semplicemente a uno stato d’animo, un’emozione incontenibile, forse rabbiosa, ardente; il danzatore è fiero, orgoglioso della sua hispanidad ed ha la piena consapevolezza che, danzando, egli è l’Uomo, anzi, il Demone, el Duende, quel «misterioso potere che ognuno sente e che nessun filosofo può spiegare»3. In fondo, lo spagnolo non concepisce l’amore se non come passione: non esiste avventura, divertimento, flirt, perchè l’amore è gioia sublime o profondo dolore, bianco o nero anzi, forse qui è il caso di dire, rosso o nero.

Le origini del baile non sono facili da individuare, tanto che possono confondersi con quelle del flamenco. I primissimi stili nati tra ‘500 e ‘600, ovvero il canario, la passacaglia, la ciaccona e la sarabanda, si evolvono in quelli successivi del fandango, del bolero, della cachucha e della jota.flamencobarcelona9

Fandango e bolero sono i risultati, inoltre, di un tipo di canzoni spagnole accompagnate da danza, dette seguidillas. Dal movimento animato, con accompagnamento di nacchere, chitarre e tamburello, una famosa seguidilla è quella composta da Bizet per il I atto di Carmen.

Com’è noto, il fandango rappresenta uno dei più suggestivi balli di corteggiamento e la sua voga in Spagna comincia tra il secolo XVII e il secolo XVIII, con le sue varie derivazioni (rondeña, malagueña, petenera, murciana, granadina). Esso viene cantato ed eseguito da una o più coppie che agitano nacchere e ne scandiscono energicamente il ritmo. Il canto è accompagnato da chitarre – altri elementi fondamentali e complementari delle danze spagnole in generale – e il testo delle strofe, coplas, è di solito erotico o, a volte, religioso o riferito al lavoro dei campi e delle miniere; l’esecuzione può essere interrotta dallo stesso danzatore, che improvvisa per la compagna il canto di una copla in ritmo libero.

Un’ottima e precisa descrizione del fandango viene fornita da un viaggiatore citato da Curt Sachs:

Il fandango viene eseguito sempre da due persone, che non si toccano mai l’un l’altra con la mano. Quando si vede come esse provocano ora allontanandosi ora avvicinandosi, come la danzatrice nello stesso momento in cui sembra languidamente arrendersi, salta all’improvviso lontano dal vincitore con rinnovata vivacità, come questi insegua lei e lei insegui lui; come in tutti i loro gesti, il loro sguardo e il loro atteggiamento esprimano le emozioni che li infiammano, quando si vede tutto questo, non si può fare a meno di confessare con rossore che questa danza esprime i combattimenti di Citera con tanto realismo così come lo scoppio finale di un fuoco d’artificio riproduce il colpo di cannone di una fortezza assediata4.

Dunque, è evidente il carattere prettamente sensuale di questo ballo, giudicato in quell’epoca indecente e immorale dalle autorità ecclesiastiche e governative, motivo per cui è iniziato a scomparire quasi del tutto nel primo Ottocento, finchè non venne ripreso dalla famosa ballerina austro-ispanica del tempo, Fanny Elssler (1810-1884).gades

Altro ballo di corteggiamento è il bolero, dal passo più contenuto, elegante e strisciato, che raffina gli accenti sensuali e composto da varie fasi durante le quali si alternano le parti soliste dell’uomo e della donna, il tutto rigorosamente accompagnato da chitarra, nacchere e tamburello, o soltanto da chitarra e canto. Il bolero si diffuse rapidamente all’interno del popolo, mentre i danzatori più bravi di Triana, Valencia, Murcia, Cadice e Madrid, l’arricchirono di eleganti variazioni e invenzioni, introducendolo nel mondo del teatro dove, da stile terre-à-terre, si evolve in un genere più aereo, più faticoso, di moda in Spagna verso i primi anni dell’800.

Originaria dell’Andalusia è, invece, la cachucha, dal movimento moderato, simile al bolero, ma un po’ più delicato e civettuolo.

Carlo Blasis fu il primo a parlare di questo genere e lo fece in maniera entusiasmante:

Il nome di questa danza non si trova in nessun dizionario spagnuolo, si usa darlo a una bella, a un berretto, un ventaglio, un anello, e a tante cianfrusaglie che si chiamano così per abbreviazione: in breve, a tutto ciò che è bello e grazioso. Nella lingua dei gitani, cachucha significa oro; in stile elevato la parte, faretra in cui Amore pone i suoi dardi […] la cachucha si danza a solo, da un uomo o da una donna, sebbene convenga solo a questa; ed è accompagnata da una sua musica che talvolta è calma e graziosa, talaltra gaia o assai appassionata5.

Anche in questo caso, fu proprio grazie alla Elssler – promotrice della danse taquetée – che la cachucha acquistò grande fama e successo, infatti fu proprio lei la prima a danzarla davanti a un pubblico, quello dell’Opera di Parigi, nel II atto del balletto Le diable boiteux di Jean Coralli (1836)6.

La jota, infine, altro ballo di corteggiamento, proviene direttamente dall’Aragona, dove raggiunse il massimo dell’espressione, e poi si diffuse in tutta la Spagna, soprattutto a Valencia e nella CastiglpgalleryCarmen-3246-autoria-Javier-del-Realia. Rappresenta uno dei più antichi gruppi iberici di danze popolari ed è costituito da due sottogeneri: l’originario, proveniente da Saragoza, caratterizzato da salti e più energico, e il derivato della bassa Aragona, ricco di passi più eleganti, puntati e delicati. In base alle esigenze, si esegue in coppia o a gruppi, senza che i loro elementi si sfiorino, e in cui vi è il solito accompagnamento di chitarre, tamburelli e nacchere agitate dai danzatori.

Il fandango, il bolero, la cachucha e la jota vengono considerati i bailes storicamente più rappresentativi della Spagna, da cui deriva il più noto flamenco.

Sulle origini del flamenco hanno indagato a lungo i più famosi esponenti dell’arte e della cultura iberica e, infatti, per alcuni il nome e lo stile deriverebbero dagli influssi fiamminghi (flamencos), subiti dalla penisola iberica al tempo di Carlo V; per altri il vocabolo sarebbe semplicemente una derivazione dell’arabo felaymengu, ovvero contadino senza terra; Manuel Garcia Matos individua tre influenze: il canto bizantino, l’invasione araba e l’immigrazione dei gitani in Spagna, tutte e tre assorbite dal popolo andaluso, quello che effettivamente ha vissuto in maniera più diretta l’arrivo dello straniero. A queste chiaramente vanno aggiunte le influenze egiziane, ebraiche, romano-ispaniche e quelle della musica afrocubana, che è stata notata negli ultimi anni, soprattutto in stili come i tangos flamencos7. L’insieme di tali influenze, unite ai tratti tipici dei gitani nomadi che arrivarono in Andalusia nel secolo XV, diedero vita a qualcosa di nuovo, soprattutto dal punto di vista musicale, dell’accento del verso, del canto, del grido, assorbendo tanto della cultura ispano-arabica, fino ad essere chiamati «castellanos nuevos»8.

Il periodo più attivo del flamenco – conosciuto in Spagna come la edad de oro del cante9 – è compreso tra il 1869 e il 1929, quando di solito le esibizioni avvenivano durante feste notturne (come per esempio quelle accennate da Mérimée, e poi riprodotte in maniera più concreta in diverse sequenze di trasposizioni cinematografiche di Carmen) che si realizzavano a lume di candela e per questo denominate Bailes de Candil10, ma nel corso degli anni ha subito grandi trasformazioni, a partire dalla differenziazione dei generi del baile Flamenco.

Infatti, esistono circa una cinquantina di stili musicali di flamenco, detti palos, che si differenziano in base al tipo di criterio musicale scelto, ovvero il ritmo, la tonalità o la melodia; alcuni di essi sono stati aflamencados nel corso del tempo, come per esempio la sevillana o il fandango.carmen

Il modello ritmico del palo, con il numero di battiti e di accentazione, è chiamato compás e all’interno di una rappresentazione tipica di flamenco il chitarrista suona degli assoli melodici (falsetas) intervallati da momenti in cui predispone un tappeto sonoro per il cantante. Quest’ultimo intona le strofe, mentre l’escobilla rappresenta quell’assolo eseguito da un ballerino, costituito dal battito rapido dei piedi, lo zapateado.

Alcuni palos vedono la presenza di chitarra, canto e ballo, altri solo di canto, per cui si denominano a palo seco, altri solo canto e chitarra e non vengono di norma accompagnati dal ballo; gli artisti si esibiscono o su una pedana di legno o su un vero e proprio palco, circondato da tavolini e poltroncine, come a voler creare un quadro, il cuadro flamenco, accarezzato morbidamente dai volà delle lunghe gonne indossate dalle bailaoras, gonne che diventano parte integrante della danza, ausilio per molti movimenti.

Un altro criterio di differenziazione è dato dai due grandi gruppi in cui si dividono i palos flamenchi: il cante jondo (cioè profondo) e il cante chico (piccolo): al primo appartengono palos solitamente di sofferenza, caratterizzati da un cante tragico, come la soleà o la petenera; al cante chico appartengono, invece, generi più leggeri come la buleria o il tango flamenco.

Il flamenco si presenta, dunque, come una danza prettamente tellurica, in cui i movimenti rivolti verso il basso, quasi a cercare il contatto con la madre terra, diventano percussioni corporee, in cui il piede è il motore dell’azione, i movimenti delle braccia tendono lentamente sempre verso l’alto con arabeschi sinuosi e dove l’interprete assume una sorta di funzione catartica e sciamanica, elementi tipicamente rituali.

1Cfr. Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino, Boringhieri, 1979, p. 592, cit. in Lo Iacono, Esmeralda, Carmen e Zemfira, cit., p.368.
2Gino Tani, Storia della danza dalle origini ai nostri giorni, Firenze, Leo S. Olschki Editore, p.597.
3È così che Federico García Lorca, usando un’espressione presa in prestito da Goethe, definisce il duende. Cfr. Bernard Leblon, Gypsies and Flamenco. The emergenge of the art of Flamenco in Andalusia, Hatfield, Centre of Recherces Tsiganes, University of Hertforshire Press, 2003, p. 10.
4Pécour et Feuillet, Recueil de danses, Parigi, 1709 cit. in Curt Sachs, Storia della danza, Milano, Il Saggiatore, 2006, p. 120.
5Carlo Blasis, R. Barton (a cura di) The code of Terpsichore. The art of danging, London, Edward Bull, 1830, p.37.
6«Le danze in cui ci si accompagna con le nacchere, il tamburello o facendo risuonare gli speroni fecero la fortuna di Fanny Elssler, definendo […] l’uso della danza folcloristica (“di carattere”) nel modello drammaturgico del balletto classico», Lombardi, La ballerina immaginaria, cit., p. 49.
7Cfr. José Martínez Hernández, Manual Básico del Flamenco, Madrid, Fundación Conservatorio Flamenco Casapatas, 2008, p.18.
8Cfr. G. Tani, Storia della danza dalle origini ai giorni nostri, cit., p.598.
9Cfr. José Martinez Hernández, Manual Básico del Flamenco, cit., p. 24.
10Cfr. Miguel Ángel Berlanga, Bailes de Candil Andaluces y Fiesta de Verdiales. Otra Visión de los Fandangos, Diputación Provincial de Málaga, 2000.

L’orfanotrofio della Grande Madre – di Agostino Bergo

Prendere per il bavero un qualche genere di divinità maschile, mettendo alla prova le sue presunte capacità dialettiche, in funzione delle proprie difficoltà, è un’esperienza narcisistica che tutti pensano o sperano di provare un giorno. Magari nell’ora del dolore. Ora, posto che parlare di dialettica con un interlocutore, nel migliore dei casi, muto è inutile, almeno in funzione di un riordino causale dell’esperienza, tutto si potrebbe facilmente risolvere con il seguente scambio di battute: “Signore, perché a me?”. Risposta: “E perché no?”. Ci serve qualcun altro. Magari uno Spirito più protettivo, accomodante, che sappia perfettamente il significato di creazione (che le è proprio) e che sappia accudire, anche mentalmente. Forse la soluzione è uno Spirito Femminile. 12834569_1172439086108826_291945490_n

Per incontrare e provare a capire questa Dea, oggi, non saranno sufficienti le immagini pittoriche. Andremo insieme a cercare alcune immagini anche da altre arti visive. In fondo la Terra, un pianeta con un nome femminile, senza Arte, dall’inglese, sarebbe solo un verso di incomprensione. Quindi, ho intenzione di avvalermi di tutto l’aiuto possibile. Copritevi! Andiamo in Islanda! Da quel che sappiamo, un marchigiano celebre, nel 1824, in Islanda ha trovato una manifestazione di questa Dea e l’ha interrogata. La domanda forse più logica e scontata sarebbe: “Tu che sei il principio femminile, che dai la vita, che la preservi, che trovi sempre nuovi modi per rinascere … perché contempli anche diversità, malattia, dolore? Non si potrebbero saltare quei passaggi?”. In parole semplici: “Esistono innumerevoli fiori, piante e medicamenti. Un’anestesia per certe cose? No?”. La risposta della Dea è geniale: “… Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo …”. Potrebbe sembrare che una risposta del genere sia per lo meno evasiva. In realtà ci permette di staccarci preliminarmente da un concetto eccessivamente autoreferenziale. Quando si vorrebbero, da questo principio femminile, risposte a nostro uso e consumo, il risultato è una non risposta. La causa è l’errore nella domanda. Il vecchio ed amniotico stigma dell’ “uomo al centro dell’Universo” è tanto rassicurante da essere quasi impossibile da abbandonare. Qualche anno più tardi (1864) nasce, a Saint-André-du-Bois, Henri de Touluse-Lautrec. In un bel film del 1998, il celebre pittore, affetto da deformazione congenita, in una battuta, si rifiuta di disegnare i paesaggi. La causa: la Natura è stata perfida negli annessi del dono della vita. Comprensibile. La stessa Natura però gli aveva donato l’avvenenza delle sue modelle e l’albero sotto le cui frasche si era riposato l’amico Vincent (van Gogh).

L’impasse a questo punto sembra irrisolvibile per l’incapacità dell’uomo di trascendere la propria imperfetta condizione. E dire che si tratta di artisti. L’obiezione al mio scrivere è scontata: “Ago, mi sei andato a spulciare, per ora, solo artisti comprensibilmente arrabbiati per la propria condizione, che probabilmente imputano a chi li ha generati una responsabilità sul risultato”. Ma, è ovvio! L’elogio bucolico alla Goethe è un ottimo esercizio di stile ma è inutile in funzione della comprensione della portata complessiva ed innovativa del Principio Femminile. Trovo più interessante capire qualcosa della Grande Madre attraverso l’operato dei figli che, in teoria, le sono venuti meno bene. Tutti amano la Grande Madre sbavando su Marilyn Monroe. Poi, davanti ad uno storpio (uso questa parola da addetto ai lavori e con piena cognizione di causa – nonfatelo a casa) si scagliano contro la Natura. Improvvisamente, davanti ad un disabile, gli uomini diventano garantisti per procura e si scagliano contro la Natura, la sorte … (tutti concetti femminili). In pratica: Dio se sbaglia è misterioso; La Natura è Matrigna. Eh no ragazzi. Qui c’è un enorme errore logico. Aristotele, rispiega quella cosa del principio di non contraddizione. Anzi, andiamo sull’onirico. Forse a livello non conscio lo sappiamo tutti come funziona. A titolo di esempio vorrei mostrarvi un sogno del regista Ari Folman. Sto parlando del pluripremiato film di animazione “Valzer con Bashir” (2008). Carmi Cna’a1058749_1172439069442161_920605759_nn, un amico del protagonista, che vive in Olanda, racconta un sogno che ha fatto prima di andare in guerra. Era seduto sul ponte di una nave, terrorizzato. Dal mare, una bellissima e gigantesca donna nuda, dalla pelle blu, si avvicina a nuoto alla barca. Aggraziata e seducente, sale sul ponte, lo raccoglie da terra, lo prende tra le braccia e si rituffa. Nuotando a dorso su un mare nero e calmo, appoggia la testa dell’uomo sul suo ventre. Lui, cullato dai flutti e dalla morbidezza delle forme di lei, sembra trovare pace mentre si allontanano dall’imbarcazione. Improvvisamente un bombardiere sorvola la zona e scarica sulla nave tutto il sul suo potenziale esplosivo. In quel sogno Carmi Cna’an sembra associare al femminile un rifugio dall’insensatezza della violenza e un essere comprensivo e non giudicante. La priorità, per questa ammaliante trascendenza, è conservare la vita contro il tentativo, squisitamente umano, della propensione all’autodistruzione. Attraverso questa sequenza, possiamo comprendere visivamente le scelte estetiche di un’altra grande artista, capace di indagare intimamente il mistero della Grande Madre. Senza ardite iperboli dialettiche – che hanno portato “superare” il politeismo mediante il mistero delle Tre Persone in un unico concetto di trascendenza (non critico il concetto in sé, quanto, piuttosto, la sua a tratti oscura formulazione) – dicevo, senza orpelli mentali, Frida è stata artefice di un’altra grande intuizione che ci permette di continuare nel percorso di comprensione, se non altro artistica, del concetto di Grande Madre. Essa genera, accudisce, protegge, educa ma non solo. Da dove Leopardi si è fermato, Frida riparte. Apparentemente da qualcosa di traumatico. Forse dall’evento più traumatico per una donna (dopo una violenza di natura sessuale – presumo): un’interruzione di gravidanza.

L’opera “Ospedale Henry Ford” (1932) esprime in modo emblematico la commistione tra elementi simbolici e reali. Nel quadro Frida si rappresenta dopo un aborto, distesa su un letto d’ospedale sospeso in aria, col viso solcato di lacrime, nuda e sanguinante, con il ventre ancora rigonfio per la gravidanza sostenuta. Sullo sfondo un paesaggio industriale desolato, quello di Detroit (luogo del doloroso evento). Attorno al letto, sei elementi simbolici, disposti in modo simmetrico, anch’essi (come il letto) sospesi in aria e collegati alla mano di Frida da cordoni rossi simili a vene. Questi gli elementi: due raffigurazioni del bacino lesionato nell’incidente sull’autobus, il feto appena perduto, una lumaca (secondo alcuni simbolo della lentezza dell’aborto, secondo altri, come nelle culture indie, simbolo del concepimento), un macchinario dell’ospedale, e un’orchidea (simbolo del sentimento, ma anche il fiore che Diego le portò in occasione del ricovero).

Frida coniuga perfettamente l’esperienza di figlia e di madre, in un’ottica privativa,in riferimento ad entrambi i concetti. Frida era affetta da Spina Bifida (era quindi disabile, o “malriuscita” citando Nietzsche), era stata allattata da una nutrice (“La mia balia e io”, 1937) ed aveva subito uno spaventoso incidente nel 1925 ; insomma una figlia “non riuscita particolarmente bene”. Seguite il ragionamento. Poi, nel 1932 scopre di non poter dare fisicamente la vita. Dovrebbe essere annientata. Invece no. Frida adempie meglio di qualunque altra figura cristologica ad un trascendente disegno di rinnovo della vita, anche se straziante e malandata. Frida crea – non figli – ma capolavori. Da vita e corpo ad una commovente lezione: la Grande Madre trova sempre una strada (magari tortuosa) per arrivare al suo fine ultimo e condizione di esistenza: l’esteticamente sublime. Il bello serve più di qualunque altra cosa. Senza il bello perché diavolo dovremmo vivere? Senza la meraviglia, regalata (è sempre un regalo. Alcuni “furbi” chiedono il biglietto d’ingresso ma il bello è sempre gratuito) da un fiore, da un cielo, da un’opera di ingegno o da un’opera d’arte, da una donna, tutto sarebbe solo fatica e dolore. Capito questo, anche il disarmonico, lo sgraziato, il malriuscito è bellezza.

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Ma non bellezza da carità pruriginosa. Non sto parlando di “Come è carino quel bambino siriano! Adottiamolo (a distanza)!”. Sto parlando di qui, ora, di fianco a tutti voi. Quella donna con qualche ruga, non è bellissima? E quel ragazzo con la trisomia 21 sul tram, non è assolutamente affascinante? E quel mendicante all’angolo, non sembra uscito direttamente dal racconto di Coleridge? Posso parlare d’Arte fin che volete ma tocca a voi viverla! Anche il grottesco e l’orrendo possono far parte di una visione estetica che non genera scarti ma nutrimenti (esattamente come fa la Natura). Accenno brevemente a Joel Peter Witkin. Il lavoro del discusso fotografo statunitense, spesso si basa sulla rappresentazione dei cosiddetti “Freaks”. Se filtrato dall’Arte, al di là di esiti non sempre facilissimi da digerire nel caso di Witkin, anche un corpo sgraziato può essere bello e ispiratore. Sparisce in quest’ottica l’annosa questione relativa ai supposti errori della Natura. Se sensibilizzato al bello e alla meraviglia, chiunque può coglierlo ovunque, dando una collocazione estetica anche al dolore ed alle difficoltà. Il resto sono anche pregevoli dissertazioni sul nostro grado di mancata accettazione del diverso o del non comprensibile. L’etichetta di “brutto” è usata da chi non ha compreso il genio della Grande Madre. Tutto si trasforma in qualcosa di bello. Esempio pratico? “Ragazza Afgana” di McCurry. Come saprete esistono due versioni: una del 1985 e l’altra del 2002. Il tempo può aver scalfito alcune caratteristiche dell’incarnato, ma la bellezza è rimasta. Ha solo cambiato impercettibilmente forma.

Prima che qualcuno possa fraintendermi, non sto parlando di bellezza interiore. Non sono un radiologo. Sto parlando di estetica e del suo più profondo significato. Come si può parlare liberamente di estetica avendo come riferimento solo una trascendenza maschile? Dal film di Fincher, con le debite eccezioni, il padre è quello a cui fai una telefonata ogni 5 anni chiedendo “E adesso?”. Il Femminile, con le debite eccezioni, completa, o dovrebbe completare, una visione della vita fatta di traguardi misurabili. E se qualcosa va storto (e c’è sempre qualcosa che va storto. Altrimenti non stai vivendo)? Ti serve capire che un fallimento non è un peccato, a cui verrà corrisposta una punizione. Ti serve sapere che non sprechi tempo se ti fermi solo ad osservare. Ti serve sapere che non ci sarà un giudizio, un rendiconto o una tabella alla fine di tutto. Ti serve sperare che, nonostante ciò che sei e ciò che hai fatto, Qualcuno non ti dirà nulla, perché sa esattamente che fatica hai fatto a diventare quell’essere difettoso che sei. Il silenzio, un materno abbraccio e il calore di un seno accoglieranno i tuoi singhiozzi, finché non troverai finalmente pace. Questa è estetica. Questi sono due esseri distinti ma indissolubilmente uniti. In carne e spirito.

La magia dell’acrobatica a terra – di Eleonora Pardo

La-GesteOgni essere umano, in ogni epoca, stagione o parte del mondo si è sempre posto in relazione con la Madre Terra. Da essa ed in essa evolviamo come specie da secoli, nel suo ventre accogliente ci muoviamo, ci nutriamo, ci incontriamo. La esploriamo in lungo ed in largo, a contatto con i nostri piedi ne sentiamo il calore se essa è baciata dal sole o ne avvertiamo l’umidità quando è stata carezzata dalla pioggia.

Gli artisti circensi hanno sempre avuto una relazione di estrema vicinanza con questo elemento fondante della natura.

Per la loro definizione di girovaghi, nomadi, i circensi hanno sempre fatto della Madre Terra la loro casa; fin dal medioevo questi artisti fanno parte di quell’immaginario che li vede abitare roulotte, che si muovono in carovana o si accampano fuori dai centri abitati.

Oggi il circo fa parte delle città, i suoi artisti non solo li vedi sotto al tendone ma anche nei centri storici, mentre passeggi può capitarti di incontrare un giocoliere od un acrobata che sta esprimendo la sua arte in strada.

Ed ecco che la terra diventa il suo naturale palcoscenico, ecco che ancora una volta la relazione tra l’artista a la Madre Terra è consolidata. Lo spazio si connota di sacralità rituale e i movimenti che si compiono esprimono l’artisticità e la danza dei quattro elementi. L’artista circense o di strada coraggiosamente li sfida tutti, cercando di superarne i limiti o di domarne le caratteristiche.

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Entrando ancora di più nel merito, se penso alle varie discipline circensi in relazione con l’elemento terra, la forma che eccelle e affascina è: l’acrobatica a terra.

L’acrobatica a terra é una disciplina antichissima che già si praticava al tempo degli egizi, che esprime la relazione tra il corpo dell’artista ed il suo equilibrio, tra il suo equilibrio e quello di un altro artista, tra l’unione di questi equilibri e la gravità terrestre.

Quando sono in equilibrio con i piedi sulle spalle del porter , quest’ultimo mi sostiene in quanto le forti gambe sono ben piantate; è un atto di fiducia e di armonia tra due corpi che si accolgono fino a formare un’unica scultura umana. Quante volte abbiamo assistito a delle acrobazie di Piramidi Umane e le abbiamo guardate con un attonito sguardo, avvolti dall’energia della forza che può sfidare ogni limite. Salti, capriole, verticali, acrobatica mano a mano, tutte varianti che offrono lo spettacolo mirabile di corpi scolpiti che si muovono figurando immagini che sembrano i fregi di un antico tempio.

Solo con passione, allenamento, sacrificio ed impegno ciascun artista supera il proprio limite e lo dona al pubblico.

È nel rischio che sperimentiamo molteplici potenzialità, nutro sia il corpo che la mente; miglioro la coordinazione sia della vista che degli arti inferiori e superiori, i riflessi, la prontezza, ritmo ed equilibrio. Imparo l’uso del respiro e sviluppo la percezione temporale, i miei mol.phpvimenti saranno più sincronizzati, flessuosi, ed io mi muoverò meglio nello spazio, sarò più concentrata ed imparerò ad avere pazienza e costanza.

Superando i propri limiti l’artista cresce, muta e si rigenera; prende coscienza di sè e lavorando su esercizi in coppia o in gruppo crea un legame di fiducia reciproca che accresce il suo grado di socialità.

Come una Madre attenta la Terra ha tessuto un’altra magia, ha accolto le arti della performance, ne ha riconosciuto il valore, e in quello spazio che spesso è definito da un cerchio si compie la vita di un artista.

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