Prendere per il bavero un qualche genere di divinità maschile, mettendo alla prova le sue presunte capacità dialettiche, in funzione delle proprie difficoltà, è un’esperienza narcisistica che tutti pensano o sperano di provare un giorno. Magari nell’ora del dolore. Ora, posto che parlare di dialettica con un interlocutore, nel migliore dei casi, muto è inutile, almeno in funzione di un riordino causale dell’esperienza, tutto si potrebbe facilmente risolvere con il seguente scambio di battute: “Signore, perché a me?”. Risposta: “E perché no?”. Ci serve qualcun altro. Magari uno Spirito più protettivo, accomodante, che sappia perfettamente il significato di creazione (che le è proprio) e che sappia accudire, anche mentalmente. Forse la soluzione è uno Spirito Femminile. 12834569_1172439086108826_291945490_n

Per incontrare e provare a capire questa Dea, oggi, non saranno sufficienti le immagini pittoriche. Andremo insieme a cercare alcune immagini anche da altre arti visive. In fondo la Terra, un pianeta con un nome femminile, senza Arte, dall’inglese, sarebbe solo un verso di incomprensione. Quindi, ho intenzione di avvalermi di tutto l’aiuto possibile. Copritevi! Andiamo in Islanda! Da quel che sappiamo, un marchigiano celebre, nel 1824, in Islanda ha trovato una manifestazione di questa Dea e l’ha interrogata. La domanda forse più logica e scontata sarebbe: “Tu che sei il principio femminile, che dai la vita, che la preservi, che trovi sempre nuovi modi per rinascere … perché contempli anche diversità, malattia, dolore? Non si potrebbero saltare quei passaggi?”. In parole semplici: “Esistono innumerevoli fiori, piante e medicamenti. Un’anestesia per certe cose? No?”. La risposta della Dea è geniale: “… Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo …”. Potrebbe sembrare che una risposta del genere sia per lo meno evasiva. In realtà ci permette di staccarci preliminarmente da un concetto eccessivamente autoreferenziale. Quando si vorrebbero, da questo principio femminile, risposte a nostro uso e consumo, il risultato è una non risposta. La causa è l’errore nella domanda. Il vecchio ed amniotico stigma dell’ “uomo al centro dell’Universo” è tanto rassicurante da essere quasi impossibile da abbandonare. Qualche anno più tardi (1864) nasce, a Saint-André-du-Bois, Henri de Touluse-Lautrec. In un bel film del 1998, il celebre pittore, affetto da deformazione congenita, in una battuta, si rifiuta di disegnare i paesaggi. La causa: la Natura è stata perfida negli annessi del dono della vita. Comprensibile. La stessa Natura però gli aveva donato l’avvenenza delle sue modelle e l’albero sotto le cui frasche si era riposato l’amico Vincent (van Gogh).

L’impasse a questo punto sembra irrisolvibile per l’incapacità dell’uomo di trascendere la propria imperfetta condizione. E dire che si tratta di artisti. L’obiezione al mio scrivere è scontata: “Ago, mi sei andato a spulciare, per ora, solo artisti comprensibilmente arrabbiati per la propria condizione, che probabilmente imputano a chi li ha generati una responsabilità sul risultato”. Ma, è ovvio! L’elogio bucolico alla Goethe è un ottimo esercizio di stile ma è inutile in funzione della comprensione della portata complessiva ed innovativa del Principio Femminile. Trovo più interessante capire qualcosa della Grande Madre attraverso l’operato dei figli che, in teoria, le sono venuti meno bene. Tutti amano la Grande Madre sbavando su Marilyn Monroe. Poi, davanti ad uno storpio (uso questa parola da addetto ai lavori e con piena cognizione di causa – nonfatelo a casa) si scagliano contro la Natura. Improvvisamente, davanti ad un disabile, gli uomini diventano garantisti per procura e si scagliano contro la Natura, la sorte … (tutti concetti femminili). In pratica: Dio se sbaglia è misterioso; La Natura è Matrigna. Eh no ragazzi. Qui c’è un enorme errore logico. Aristotele, rispiega quella cosa del principio di non contraddizione. Anzi, andiamo sull’onirico. Forse a livello non conscio lo sappiamo tutti come funziona. A titolo di esempio vorrei mostrarvi un sogno del regista Ari Folman. Sto parlando del pluripremiato film di animazione “Valzer con Bashir” (2008). Carmi Cna’a1058749_1172439069442161_920605759_nn, un amico del protagonista, che vive in Olanda, racconta un sogno che ha fatto prima di andare in guerra. Era seduto sul ponte di una nave, terrorizzato. Dal mare, una bellissima e gigantesca donna nuda, dalla pelle blu, si avvicina a nuoto alla barca. Aggraziata e seducente, sale sul ponte, lo raccoglie da terra, lo prende tra le braccia e si rituffa. Nuotando a dorso su un mare nero e calmo, appoggia la testa dell’uomo sul suo ventre. Lui, cullato dai flutti e dalla morbidezza delle forme di lei, sembra trovare pace mentre si allontanano dall’imbarcazione. Improvvisamente un bombardiere sorvola la zona e scarica sulla nave tutto il sul suo potenziale esplosivo. In quel sogno Carmi Cna’an sembra associare al femminile un rifugio dall’insensatezza della violenza e un essere comprensivo e non giudicante. La priorità, per questa ammaliante trascendenza, è conservare la vita contro il tentativo, squisitamente umano, della propensione all’autodistruzione. Attraverso questa sequenza, possiamo comprendere visivamente le scelte estetiche di un’altra grande artista, capace di indagare intimamente il mistero della Grande Madre. Senza ardite iperboli dialettiche – che hanno portato “superare” il politeismo mediante il mistero delle Tre Persone in un unico concetto di trascendenza (non critico il concetto in sé, quanto, piuttosto, la sua a tratti oscura formulazione) – dicevo, senza orpelli mentali, Frida è stata artefice di un’altra grande intuizione che ci permette di continuare nel percorso di comprensione, se non altro artistica, del concetto di Grande Madre. Essa genera, accudisce, protegge, educa ma non solo. Da dove Leopardi si è fermato, Frida riparte. Apparentemente da qualcosa di traumatico. Forse dall’evento più traumatico per una donna (dopo una violenza di natura sessuale – presumo): un’interruzione di gravidanza.

L’opera “Ospedale Henry Ford” (1932) esprime in modo emblematico la commistione tra elementi simbolici e reali. Nel quadro Frida si rappresenta dopo un aborto, distesa su un letto d’ospedale sospeso in aria, col viso solcato di lacrime, nuda e sanguinante, con il ventre ancora rigonfio per la gravidanza sostenuta. Sullo sfondo un paesaggio industriale desolato, quello di Detroit (luogo del doloroso evento). Attorno al letto, sei elementi simbolici, disposti in modo simmetrico, anch’essi (come il letto) sospesi in aria e collegati alla mano di Frida da cordoni rossi simili a vene. Questi gli elementi: due raffigurazioni del bacino lesionato nell’incidente sull’autobus, il feto appena perduto, una lumaca (secondo alcuni simbolo della lentezza dell’aborto, secondo altri, come nelle culture indie, simbolo del concepimento), un macchinario dell’ospedale, e un’orchidea (simbolo del sentimento, ma anche il fiore che Diego le portò in occasione del ricovero).

Frida coniuga perfettamente l’esperienza di figlia e di madre, in un’ottica privativa,in riferimento ad entrambi i concetti. Frida era affetta da Spina Bifida (era quindi disabile, o “malriuscita” citando Nietzsche), era stata allattata da una nutrice (“La mia balia e io”, 1937) ed aveva subito uno spaventoso incidente nel 1925 ; insomma una figlia “non riuscita particolarmente bene”. Seguite il ragionamento. Poi, nel 1932 scopre di non poter dare fisicamente la vita. Dovrebbe essere annientata. Invece no. Frida adempie meglio di qualunque altra figura cristologica ad un trascendente disegno di rinnovo della vita, anche se straziante e malandata. Frida crea – non figli – ma capolavori. Da vita e corpo ad una commovente lezione: la Grande Madre trova sempre una strada (magari tortuosa) per arrivare al suo fine ultimo e condizione di esistenza: l’esteticamente sublime. Il bello serve più di qualunque altra cosa. Senza il bello perché diavolo dovremmo vivere? Senza la meraviglia, regalata (è sempre un regalo. Alcuni “furbi” chiedono il biglietto d’ingresso ma il bello è sempre gratuito) da un fiore, da un cielo, da un’opera di ingegno o da un’opera d’arte, da una donna, tutto sarebbe solo fatica e dolore. Capito questo, anche il disarmonico, lo sgraziato, il malriuscito è bellezza.

10643347_1172439066108828_1771041742_n

Ma non bellezza da carità pruriginosa. Non sto parlando di “Come è carino quel bambino siriano! Adottiamolo (a distanza)!”. Sto parlando di qui, ora, di fianco a tutti voi. Quella donna con qualche ruga, non è bellissima? E quel ragazzo con la trisomia 21 sul tram, non è assolutamente affascinante? E quel mendicante all’angolo, non sembra uscito direttamente dal racconto di Coleridge? Posso parlare d’Arte fin che volete ma tocca a voi viverla! Anche il grottesco e l’orrendo possono far parte di una visione estetica che non genera scarti ma nutrimenti (esattamente come fa la Natura). Accenno brevemente a Joel Peter Witkin. Il lavoro del discusso fotografo statunitense, spesso si basa sulla rappresentazione dei cosiddetti “Freaks”. Se filtrato dall’Arte, al di là di esiti non sempre facilissimi da digerire nel caso di Witkin, anche un corpo sgraziato può essere bello e ispiratore. Sparisce in quest’ottica l’annosa questione relativa ai supposti errori della Natura. Se sensibilizzato al bello e alla meraviglia, chiunque può coglierlo ovunque, dando una collocazione estetica anche al dolore ed alle difficoltà. Il resto sono anche pregevoli dissertazioni sul nostro grado di mancata accettazione del diverso o del non comprensibile. L’etichetta di “brutto” è usata da chi non ha compreso il genio della Grande Madre. Tutto si trasforma in qualcosa di bello. Esempio pratico? “Ragazza Afgana” di McCurry. Come saprete esistono due versioni: una del 1985 e l’altra del 2002. Il tempo può aver scalfito alcune caratteristiche dell’incarnato, ma la bellezza è rimasta. Ha solo cambiato impercettibilmente forma.

Prima che qualcuno possa fraintendermi, non sto parlando di bellezza interiore. Non sono un radiologo. Sto parlando di estetica e del suo più profondo significato. Come si può parlare liberamente di estetica avendo come riferimento solo una trascendenza maschile? Dal film di Fincher, con le debite eccezioni, il padre è quello a cui fai una telefonata ogni 5 anni chiedendo “E adesso?”. Il Femminile, con le debite eccezioni, completa, o dovrebbe completare, una visione della vita fatta di traguardi misurabili. E se qualcosa va storto (e c’è sempre qualcosa che va storto. Altrimenti non stai vivendo)? Ti serve capire che un fallimento non è un peccato, a cui verrà corrisposta una punizione. Ti serve sapere che non sprechi tempo se ti fermi solo ad osservare. Ti serve sapere che non ci sarà un giudizio, un rendiconto o una tabella alla fine di tutto. Ti serve sperare che, nonostante ciò che sei e ciò che hai fatto, Qualcuno non ti dirà nulla, perché sa esattamente che fatica hai fatto a diventare quell’essere difettoso che sei. Il silenzio, un materno abbraccio e il calore di un seno accoglieranno i tuoi singhiozzi, finché non troverai finalmente pace. Questa è estetica. Questi sono due esseri distinti ma indissolubilmente uniti. In carne e spirito.