flamenco-show-madridIl personaggio di Carmen, femme fatale per eccellenza, ricopre un ruolo fondamentale nell’immaginario delle bailarinas di flamenco.

Nell’omonima novella, quando Don José narra della sua serata passata a far da sentinella, Prosper Mérimée regala al lettore appassionato delle descrizioni sull’abbigliamento della «gitanella», oltre ad interessanti dettagli utili per intuire a quale tipologia di danza spagnola egli stesse facendo riferimento:

Questa volta era ornata come un reliquiario, infiocchettata e agghindata, tutta oro e nastri. Indossava un abito a lustrini, scarpe turchine ugualmente a lustrini, e fiori e guarnizioni ovunque. Aveva in mano un tamburello basco. C’erano con lei altre tre zingare, una giovane e una vecchia. C’è sempre una vecchia che le accompagna; poi un vecchio con una chitarra, zingaro anche lui, per suonare e farle ballare. Sapete che spesso nelle serate mondane ci si diverte a far venire delle zingare perchè ballino la romalis, che è il loro ballo […]. Udivo le nacchere […].

(Mérimée, Carmen, ETS, Pisa, 2004, p. 64)

«È il loro ballo»: con questa specificazione, Mérimée lascia intendere che vi siano diverse categorie di danze, appartenenti a determinati tipi di gruppi, in questo caso zingari, per cui si potrebbe parlare di quelle definite alla zingaresca1 che, in ambito musicale, costituiscono dei componimenti ispirati nella struttura e nel ritmo agli stilemi zigani.

Probabilmente non esiste nazione paragonabile a quella spagnola che presenti una tale ricchezza, continuità e originalità di forme e tradizioni coreutiche: si oscilla infatti da quelle popolari, slegate da qualsiasi interesse particolare, a quelle che alleviano la fatica e il lavoro e a quelle più impegnate ritualmente o artisticamente, come il flamenco.

Tra il XIX e il XX secolo, mentre la Spagna diventa meta di viaggiatori, i Gitani acquistano una certa libertà nei movimenti e, su imitazione delle forme di spettacolo che nel frattempo si sono diffuse a Parigi, l’Andalusia si riempe di cafés cantantes (la versione spagnola dei francesi caffè chantant): locali notturni dove si esibiscono artisti di diverse pratiche, nelle quali protagonista assoluta è la fascinazione del corpo.

El arte flamenco si esprime in tre modi o forme principali: il cante, il baile e la guitarra.

Il baile rappresenta la scatola contenente le numerose danze spagnole esistenti, dalle più antiche al flamenco, in cui l’astratto, il fiabesco, la geometria (aspetti tipici soprattutto del balletto), vengono ignorati, per lasciare posto alla spontaneità, alla «sanguigna vitalità e carnalità di ciò che si danza2», semplicemente a uno stato d’animo, un’emozione incontenibile, forse rabbiosa, ardente; il danzatore è fiero, orgoglioso della sua hispanidad ed ha la piena consapevolezza che, danzando, egli è l’Uomo, anzi, il Demone, el Duende, quel «misterioso potere che ognuno sente e che nessun filosofo può spiegare»3. In fondo, lo spagnolo non concepisce l’amore se non come passione: non esiste avventura, divertimento, flirt, perchè l’amore è gioia sublime o profondo dolore, bianco o nero anzi, forse qui è il caso di dire, rosso o nero.

Le origini del baile non sono facili da individuare, tanto che possono confondersi con quelle del flamenco. I primissimi stili nati tra ‘500 e ‘600, ovvero il canario, la passacaglia, la ciaccona e la sarabanda, si evolvono in quelli successivi del fandango, del bolero, della cachucha e della jota.flamencobarcelona9

Fandango e bolero sono i risultati, inoltre, di un tipo di canzoni spagnole accompagnate da danza, dette seguidillas. Dal movimento animato, con accompagnamento di nacchere, chitarre e tamburello, una famosa seguidilla è quella composta da Bizet per il I atto di Carmen.

Com’è noto, il fandango rappresenta uno dei più suggestivi balli di corteggiamento e la sua voga in Spagna comincia tra il secolo XVII e il secolo XVIII, con le sue varie derivazioni (rondeña, malagueña, petenera, murciana, granadina). Esso viene cantato ed eseguito da una o più coppie che agitano nacchere e ne scandiscono energicamente il ritmo. Il canto è accompagnato da chitarre – altri elementi fondamentali e complementari delle danze spagnole in generale – e il testo delle strofe, coplas, è di solito erotico o, a volte, religioso o riferito al lavoro dei campi e delle miniere; l’esecuzione può essere interrotta dallo stesso danzatore, che improvvisa per la compagna il canto di una copla in ritmo libero.

Un’ottima e precisa descrizione del fandango viene fornita da un viaggiatore citato da Curt Sachs:

Il fandango viene eseguito sempre da due persone, che non si toccano mai l’un l’altra con la mano. Quando si vede come esse provocano ora allontanandosi ora avvicinandosi, come la danzatrice nello stesso momento in cui sembra languidamente arrendersi, salta all’improvviso lontano dal vincitore con rinnovata vivacità, come questi insegua lei e lei insegui lui; come in tutti i loro gesti, il loro sguardo e il loro atteggiamento esprimano le emozioni che li infiammano, quando si vede tutto questo, non si può fare a meno di confessare con rossore che questa danza esprime i combattimenti di Citera con tanto realismo così come lo scoppio finale di un fuoco d’artificio riproduce il colpo di cannone di una fortezza assediata4.

Dunque, è evidente il carattere prettamente sensuale di questo ballo, giudicato in quell’epoca indecente e immorale dalle autorità ecclesiastiche e governative, motivo per cui è iniziato a scomparire quasi del tutto nel primo Ottocento, finchè non venne ripreso dalla famosa ballerina austro-ispanica del tempo, Fanny Elssler (1810-1884).gades

Altro ballo di corteggiamento è il bolero, dal passo più contenuto, elegante e strisciato, che raffina gli accenti sensuali e composto da varie fasi durante le quali si alternano le parti soliste dell’uomo e della donna, il tutto rigorosamente accompagnato da chitarra, nacchere e tamburello, o soltanto da chitarra e canto. Il bolero si diffuse rapidamente all’interno del popolo, mentre i danzatori più bravi di Triana, Valencia, Murcia, Cadice e Madrid, l’arricchirono di eleganti variazioni e invenzioni, introducendolo nel mondo del teatro dove, da stile terre-à-terre, si evolve in un genere più aereo, più faticoso, di moda in Spagna verso i primi anni dell’800.

Originaria dell’Andalusia è, invece, la cachucha, dal movimento moderato, simile al bolero, ma un po’ più delicato e civettuolo.

Carlo Blasis fu il primo a parlare di questo genere e lo fece in maniera entusiasmante:

Il nome di questa danza non si trova in nessun dizionario spagnuolo, si usa darlo a una bella, a un berretto, un ventaglio, un anello, e a tante cianfrusaglie che si chiamano così per abbreviazione: in breve, a tutto ciò che è bello e grazioso. Nella lingua dei gitani, cachucha significa oro; in stile elevato la parte, faretra in cui Amore pone i suoi dardi […] la cachucha si danza a solo, da un uomo o da una donna, sebbene convenga solo a questa; ed è accompagnata da una sua musica che talvolta è calma e graziosa, talaltra gaia o assai appassionata5.

Anche in questo caso, fu proprio grazie alla Elssler – promotrice della danse taquetée – che la cachucha acquistò grande fama e successo, infatti fu proprio lei la prima a danzarla davanti a un pubblico, quello dell’Opera di Parigi, nel II atto del balletto Le diable boiteux di Jean Coralli (1836)6.

La jota, infine, altro ballo di corteggiamento, proviene direttamente dall’Aragona, dove raggiunse il massimo dell’espressione, e poi si diffuse in tutta la Spagna, soprattutto a Valencia e nella CastiglpgalleryCarmen-3246-autoria-Javier-del-Realia. Rappresenta uno dei più antichi gruppi iberici di danze popolari ed è costituito da due sottogeneri: l’originario, proveniente da Saragoza, caratterizzato da salti e più energico, e il derivato della bassa Aragona, ricco di passi più eleganti, puntati e delicati. In base alle esigenze, si esegue in coppia o a gruppi, senza che i loro elementi si sfiorino, e in cui vi è il solito accompagnamento di chitarre, tamburelli e nacchere agitate dai danzatori.

Il fandango, il bolero, la cachucha e la jota vengono considerati i bailes storicamente più rappresentativi della Spagna, da cui deriva il più noto flamenco.

Sulle origini del flamenco hanno indagato a lungo i più famosi esponenti dell’arte e della cultura iberica e, infatti, per alcuni il nome e lo stile deriverebbero dagli influssi fiamminghi (flamencos), subiti dalla penisola iberica al tempo di Carlo V; per altri il vocabolo sarebbe semplicemente una derivazione dell’arabo felaymengu, ovvero contadino senza terra; Manuel Garcia Matos individua tre influenze: il canto bizantino, l’invasione araba e l’immigrazione dei gitani in Spagna, tutte e tre assorbite dal popolo andaluso, quello che effettivamente ha vissuto in maniera più diretta l’arrivo dello straniero. A queste chiaramente vanno aggiunte le influenze egiziane, ebraiche, romano-ispaniche e quelle della musica afrocubana, che è stata notata negli ultimi anni, soprattutto in stili come i tangos flamencos7. L’insieme di tali influenze, unite ai tratti tipici dei gitani nomadi che arrivarono in Andalusia nel secolo XV, diedero vita a qualcosa di nuovo, soprattutto dal punto di vista musicale, dell’accento del verso, del canto, del grido, assorbendo tanto della cultura ispano-arabica, fino ad essere chiamati «castellanos nuevos»8.

Il periodo più attivo del flamenco – conosciuto in Spagna come la edad de oro del cante9 – è compreso tra il 1869 e il 1929, quando di solito le esibizioni avvenivano durante feste notturne (come per esempio quelle accennate da Mérimée, e poi riprodotte in maniera più concreta in diverse sequenze di trasposizioni cinematografiche di Carmen) che si realizzavano a lume di candela e per questo denominate Bailes de Candil10, ma nel corso degli anni ha subito grandi trasformazioni, a partire dalla differenziazione dei generi del baile Flamenco.

Infatti, esistono circa una cinquantina di stili musicali di flamenco, detti palos, che si differenziano in base al tipo di criterio musicale scelto, ovvero il ritmo, la tonalità o la melodia; alcuni di essi sono stati aflamencados nel corso del tempo, come per esempio la sevillana o il fandango.carmen

Il modello ritmico del palo, con il numero di battiti e di accentazione, è chiamato compás e all’interno di una rappresentazione tipica di flamenco il chitarrista suona degli assoli melodici (falsetas) intervallati da momenti in cui predispone un tappeto sonoro per il cantante. Quest’ultimo intona le strofe, mentre l’escobilla rappresenta quell’assolo eseguito da un ballerino, costituito dal battito rapido dei piedi, lo zapateado.

Alcuni palos vedono la presenza di chitarra, canto e ballo, altri solo di canto, per cui si denominano a palo seco, altri solo canto e chitarra e non vengono di norma accompagnati dal ballo; gli artisti si esibiscono o su una pedana di legno o su un vero e proprio palco, circondato da tavolini e poltroncine, come a voler creare un quadro, il cuadro flamenco, accarezzato morbidamente dai volà delle lunghe gonne indossate dalle bailaoras, gonne che diventano parte integrante della danza, ausilio per molti movimenti.

Un altro criterio di differenziazione è dato dai due grandi gruppi in cui si dividono i palos flamenchi: il cante jondo (cioè profondo) e il cante chico (piccolo): al primo appartengono palos solitamente di sofferenza, caratterizzati da un cante tragico, come la soleà o la petenera; al cante chico appartengono, invece, generi più leggeri come la buleria o il tango flamenco.

Il flamenco si presenta, dunque, come una danza prettamente tellurica, in cui i movimenti rivolti verso il basso, quasi a cercare il contatto con la madre terra, diventano percussioni corporee, in cui il piede è il motore dell’azione, i movimenti delle braccia tendono lentamente sempre verso l’alto con arabeschi sinuosi e dove l’interprete assume una sorta di funzione catartica e sciamanica, elementi tipicamente rituali.

1Cfr. Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino, Boringhieri, 1979, p. 592, cit. in Lo Iacono, Esmeralda, Carmen e Zemfira, cit., p.368.
2Gino Tani, Storia della danza dalle origini ai nostri giorni, Firenze, Leo S. Olschki Editore, p.597.
3È così che Federico García Lorca, usando un’espressione presa in prestito da Goethe, definisce il duende. Cfr. Bernard Leblon, Gypsies and Flamenco. The emergenge of the art of Flamenco in Andalusia, Hatfield, Centre of Recherces Tsiganes, University of Hertforshire Press, 2003, p. 10.
4Pécour et Feuillet, Recueil de danses, Parigi, 1709 cit. in Curt Sachs, Storia della danza, Milano, Il Saggiatore, 2006, p. 120.
5Carlo Blasis, R. Barton (a cura di) The code of Terpsichore. The art of danging, London, Edward Bull, 1830, p.37.
6«Le danze in cui ci si accompagna con le nacchere, il tamburello o facendo risuonare gli speroni fecero la fortuna di Fanny Elssler, definendo […] l’uso della danza folcloristica (“di carattere”) nel modello drammaturgico del balletto classico», Lombardi, La ballerina immaginaria, cit., p. 49.
7Cfr. José Martínez Hernández, Manual Básico del Flamenco, Madrid, Fundación Conservatorio Flamenco Casapatas, 2008, p.18.
8Cfr. G. Tani, Storia della danza dalle origini ai giorni nostri, cit., p.598.
9Cfr. José Martinez Hernández, Manual Básico del Flamenco, cit., p. 24.
10Cfr. Miguel Ángel Berlanga, Bailes de Candil Andaluces y Fiesta de Verdiales. Otra Visión de los Fandangos, Diputación Provincial de Málaga, 2000.