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Il fascino della seduzione della Femme Fatale – Di Maria Angela D’Agostaro (I PARTE)

Un verbo che esplicita il mondo del fuoco che arde ed infiamma la via delle emozioni è: sedurre. Un verbo questo, che conduce l’individuo ad incamminarsi nella via della perdizione, della tentazione, ad essere attratto dalle spire della fascinazione e della malia.

Se vi è un’azione seduttiva vi è certamente un carnefice ed una vittima. La femme fatale incarna l’archetipo della seduzione, la sua figura oscilla tra la strategia e l’animalità dirompente che incenerisce le regole e divora l’uomo. Ella non è altro che l’incarnazione delle pulsioni erotiche represse, dei conflitti generati dai tabù che, governando azioni e stati d’animo, rendono l’uomo un fantoccio in balia della propria parte più oscura. Nel sacro pantheon del cinema, fin dalla sua nascita, troviamo molte dive che hanno incarnato a pieno questo ruolo. Tra le prime del cinema muto ricordiamo Theda Bara – ovvero “morte araba”- già nel significato del suo nome è impresso il suo destino interpretativo; viene acclamata per la sua bellezza esotica che si tinge di colori oscuri, che strega per la sua conturbante gestualità. Non poteva che interpretare ruoli come la Vampira, Cleopatra, Salomè, Carmen, la zingara Esmeralda, un universo femminile che ha come unico dictat: l’amore è seduzione, passione deflagrante avvolta da un palpabile erotismo. In ogni pellicola grazie alla sua presenza e al suo simulacrale look innescava un rituale in cui la vittima veniva sottoposta ad un irreversibile sacrificio, ed anche lo spettatore rimaneva impigliato in quest’ordito sovra sensuale.

5770e280-f713-4836-8a30-2629ccebc3caSu questa scia, sempre negli anni 20 tra le dive del cinema muto fa la sua apparizione Luise Brook che diventa famosa grazie a Lulu, film ispirato ad un opera drammaturgica di Wedekind, firmato dal regista Pabst. E’ la donna-belva, la donna-demoniaca, è la manifestazione di una forza eterna di vita e di morte. La girandola degli uomini che vengono soggiogati dalla sua malia la vedono ora come un angelo ora come una creatura degli inferi. E’ la donna fato, così Maurizio Grande nella sua opera Dodici donne. Figure del destino nella letteratura drammatica, la dipinge: “glaciale elettride, Lulù non intesse la vita dell’altro come opus femminile, né si pone come vindice della natura imprigionata nel sistema dei segni maschili si limita ad inoculare nelle sue vittime il secretum della bellezza che rende insonni, i sensi sono spalancati sull’abisso di una passione insaziabile”. Pabst sceglie Luise Brook perché vede nel suo volto incorniciato da quel taglio corvino alla maschietto, l’ingenuità e l’infantilismo e nel suo corpo la personificazione di una sensualità primitiva che ispira il “male”.

Il mito della femme fatale in Italia in quel periodo d’oro del cinema muto è incarnata da Pina Menichelli che interpreta il film Fiamma (1915) diretto da Pastrone che usò uno psudonimo per l’occasione Piero Fosco. La donna-gufo che irretisce la sua vittima con lo sguardo in cui si scrive il perverso gioco al rialzo tra grazia e violenza, il duello di un enigma che è il disvelamento di una fiamma che si eleva in alto, e che poi dura solo un attimo. Vince la donna che gira le spalle e il suo amante è distrutto dalla follia, perso nella voragine al buio.

Il potere della seduzione è la rivelazione della sessualità libera. Non c’è il tempo della seduzione, né il tempo per la seduzione: essa ha un suo ritmo, senza il quale non ha luogo. Il ritmo dell’attrazione fatale è il segno che connota la bellezza dalle sfumature enigmatiche di Marlene Dietrich che viene sottolineata dal genio di Sternberg, piena di sottintesi imprevedibili, morbida e perversa, fatale così come i ruoli che per lui ha interpretato: in Marocco 1930, è una donna che apparentemente si sottomette all’amore, pur trattandosi una cantante che si esibisce in un locale; in Disonorata 1931, è una prostituta; in Shanghai Exspress 1932, è un’attrice di varietà e prostituta d’alto bordo, in Venere Bionda 1932, ritorna ad interpretare il ruolo di una cantante, è una cinica e dura donna di stato nell’Imperatrice Cristina 1934, in Capriccio Spagnolo 1935, è una fascinosa e dissoluta sigaraia sevigliana.

Le traiettorie del desiderio tracciate nel registro della finzione amorosa che accende fiamme che invadono e imprigionano i cuori e l’anima sono pienamente rappresentate nell’Angelo Azzurro dal personaggio che ha fatto si che Marlene divenisse Diva, Lola Lola. Ramperti nel L’Alfabeto delle stelle dedica alla sua malia queste parole: “Essa è il peccato. E’ la mala sorte. E’ la vendicatrice della sua razza. E’ l’Eva del serpente rinata da Versailles; Giuditta alla riscossa…- e ancora … La voce è rauca e piena, come quella dei felini, di un presentimento di graffi mortali. La voce sa d’anima rubata e di risvegli colpevoli. E i suoi occhi che si ritraggono, chiamando! Che fuggono trafiggendo come i Parti! Che si accendono e s’annientano, fuochi di sepoltura, attirando verso la notte!  … E le sue gambe gloriose! Le sue gambe dannate! Dalla caviglia al poplite, e da questo all’anfora delle reni, quelle gambe formano una sinfonia in due tempi, le cui ellissi si perdono all’infinito …”

49f89d6c-37b8-403b-bc11-5225e818b6adMarlene incarna quindi uno spirito seduttivo che ha le proprie regole, è un’esistenza altalenante tra il logos e l’eros. L’attore Jean Gabin forse ha fatto il ritratto più giusto del complesso universo d’amore incarnato dalla Diva: “.. il suo fascino, il fascino che ci ha avvinto per mezzo secolo, non può essere descritto; può essere solo sperimentato. E’ un eccitante, provocante, elettrica realtà del nostro tempo, una donna che ha vissuto pienamente la sua vita …”

Ad Hollywood si avvicendavano dive che rappresentavano sempre e comunque un immaginario femminile che doveva provocare un’emulante eccitazione ed ecco che fa la propria apparizione nello Star System Greta Garbo: la sfinge, “l’Arcimaga”, “lirica della donna”. Ella è fascino sublime che incanta, magnetizza a dispetto di un corpo androgino. Si guadagnò l’etichetta di femme fatale grazie ai film La tentatrice  del 1926 di Fred Niblo, La carne e il diavolo del 1927 di Clarens Brown, Orchidea selvaggia del 1929 di Sidney Franklin, sempre dello stesso anno Il bacio di Jacques Feyder. Fu la Regina Cristina nella pellicola diretta di Mamoulian. E’ una cortigiana in Camille del 1936 di Cukor. Donne che vivono amori non convenzionali, che bruciano di passione, che esigono supremi sacrifici così come Mata Hari. In questo ruolo troviamo una Garbo che dona un ritratto di questa spia veramente esistita che valica l’illusione di un sogno per restituire energia del desiderio. L’epifania della seduzione si compie nelle danze rituali che Mata Hari- Garbo esegue ogni sera offrendo alla platea il fuoco dell’oriente. Il corpo della danzatrice diventa metafora di godimento voyeuristico, di destino di amore e morte.

Il sortilegio della Femme Fatale quindi è la sua capacità di concedere con la sua presenza-assenza l’immediatezza di un segno che rende superflue alle volte le parole, è l’esplosione per dirla con Baudrillard di una tattilità di sguardi in cui si concentra tutta la sostanza virtuale dei corpi (del loro desiderio?) in un istante sottile. L’elemento preponderante di un’azione di una donna che conosce l’incantesimo della seduzione è
46966045-d0a3-47ef-92af-07863be007b4certamente il fuoco in virtù del quale si attiva un viaggio iniziatico nei meandri e nei registri dell’Eros, dell’Amore che tesse un segreto, nella sublime declinazione della Bellezza.

“O bellezza, tu incedi sui morti sorridente: non è l’Orrore il meno vago dei tuoi monili sul tuo superbo grembo danza amorosamente l’Omicidio, confuso ai ciondoli gentili.

Alla tua fiamma vola l’effimera abbagliata, crepita, brucia e dice: “O face benedetta!” L’innamorato chino sulla dolce amata pare che blandisca morente la tomba che l’aspetta.” (Inno alla bellezza – da I Fiori del Male, Charles Baudelaire)

 

Maria Angela D’Agostaro

 

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La Saga del tempo: Ritorno al Futuro – di Maria Angela D’Agostaro

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I circuiti del tempo prendono vita e vengono celebrati nella trilogia Ritorno al futuro firmata da uno dei grandi registi del cinema post-moderno Robert ZemecKis prodotti da Spielberg. I meccanismi di narrazione messi in atto da Zemeckis nella saga, giocano bergsonianamente cercando le risposte nell’abisso del tempo. Ogni pellicola è una partitura in cui il ritornello temporale è scandito da un viaggio in cui l’eroe il giovane Marty McFly, interpretato da Machael J Fox, che vive un’esistenza ordinaria, grazie al mentore, lo scienziato geniale Dottor Emmet Brown, interpretato da Christopher Loyd, e all’oggetto magico l’auto modificata Delorean, potrà varcare le soglie del tempo, andare incontro al cambiamento della propria esistenza in un processo di adultizzazione affrontando prove, ostacoli, nemici il bullo e invidioso Biff Tanner, e alla fine spezzare le catene negative del proprio “Albero genealogico”.

La metafisica dell’immaginazione si innalza e rimbalza sospinta dalle ali di Kronos in un continuo andirivieni tra presente, passato e futuro formando un anello temporale sigillato e attivato dalle 88 miglia all’ora che la famosa Delorean deve raggiungere per compiere il salto negli anni programmati: 1955 nella prima pellicola partendo dal 1985, il viaggio nel futuro il 21 ottobre 2015 nella seconda, fino a ricongiungersi con un passato ancora più remoto il 1885 protagonista del terzo ed ultimo capitolo. I numeri che ricorrono quindi sono l’8 e il 5 essi, ignari, contribuiscono a delineare l’apparato simbolico, mitologico dell’immaginario che sostiene la trama. L’otto è il destino, la via da percorrere, la volontà che spinge all’azione che contribuisce a creare i cicli temporali che il nostro eroe deve percorrere o involontariamente come avviene nel primo episodio, o spinto alla scelta del viaggio nel secondo e nel terzo, in quanto ha compreso che se desidera affrontare i fantasmi del proprio Io e far affiorare il proprio Sé deve andare oltre il vuoto, solo così potrà scrivere il proprio presente-futuro prossimo.

Ogni qual volta si spinge la Delorean a toccare le 88 miglia orarie si codifica il paradosso temporale. La prima volta il salto è nel 1955, si naviga nel ricordo e il nostro eroe si confronta con quell’adolescente che diventerà suo padre. Nel presente è un uomo insicuro vessato dal vicino di casa Biff, in famiglia non parla e non dà alcun sostegno psicologico, non sa neanche ribellarsi e il figlio lo guarda attonito.

Il viaggio involontario nel passato provoca una frattura ed un cambiamento nel destino di Marty che rischia di non nascere, la sua futura esistenza potrebbe essere cancellata; per non incorrere nell’incombente guaio è costretto a confrontarsi con il suo futuro padre e con la fanciulla che diventerà sua madre.

Marty diventa amico dell’adolescente padre, assurge a figura di un alter ego consapevole, rivede in lui le sue insicurezze, la sua poca stima, la sua incapacità a chiedere per non essere giudicato. Il giovane padre scrive racconti di fantascienza ma ha talmente paura a farli leggere che si isola, così come Marty nel presente non riesce ad esprimere il suo desiderio di esibirsi in pubblico suonando la chitarra per non sentirsi un fallito. Ne diviene il mentore e lo guida alla conquista della fanciulla di cui è segretamente innamorato, solo così potrà riparare e rinascere nel suo presente: il 1985.

Marty ha quindi la possibilità di rompere il circolo vizioso che avvelena la vita del suo presente partecipando attivamente alla teatralizzazione dell’innamoramento dei suoi genitori; agirà con una sorta di atto psicomagico che mira a smontare il proprio disagio segregato nel suo inconscio. Egli ha di fronte a sé la rappresentazione di una situazione che gli provoca dolore: la paura del fallimento e la non nascita. Affronta il proprio Edipo, contrastando l’innamoramento dell’adolescente-madre, con la complicità di Kronos – il viaggio nel tempo – restituisce e ripara la virilità del padre che trova nella rabbia covata nel proprio animo la forza di sferrare un pugno a colui che per lungo tempo lo ha trattato con sufficienza e sottomesso Biff Tanner, e salvando la donna che ama dalle sue grinfie ne riceve ammirazione fino ad attivare in lei il complesso della buona samaritana. Da questo momento la fanciulla si dedicherà con tutta se stessa alla cura del proprio compagno e dei suoi futuri figli, ricoprendoli di attenzioni che vanno ben oltre il necessario.

Quando Marty ritornerà al suo presente, grazie all’aiuto del doppio di Doc, noterà che le cose a casa sua sono cambiate: ritroverà i suoi fratelli seduti a tavola, i genitori innamorati come il primo giorno, una madre diversa, curata, non attaccata alla bottiglia come era prima, accogliente pronta ad ascoltarlo e consigliarlo, un padre realizzato che gli dona le chiavi di un fuoristrada che aveva sempre desiderato, e che si riscatta ordinando al remissivo Biff di lucidare meglio l’auto di famiglia che è posteggiata sul vialetto.

Il nostro eroe ha attraversato il tempo, ha superato le prove, il suo premio è l’aver superato la paura del fallimento. Ma il viaggio non si conclude, le sequenze finali della pellicola avvertono lo spettatore che la storia continua: l’indizio è chiaro! Doc arriva dal futuro e annuncia al suo amico Marty che deve partire con lui, la sua missione: salvare suo figlio.

Ritorno al futuro parte II è girato un anno dopo nel 1990; il viaggio da fare ha una data specifica segnata dal quotidiano che Doc sventola sotto il naso di Marty mostrandogli la notizia e la foto in prima pagina: suo figlio rischia di finire in galera. E’ il 21 ottobre 2015.  Ritornano le 88 miglia orarie che la Delorean deve percorrere per saltare nel tempo. Il futuro è più insidioso del passato, Marty comunque ha dalla sua parte un carattere più forte e determinato, consapevole delle azioni da fare, è guidato dalla volontà e dall’intraprendenza. Da un lato riuscirà a salvare il figlio dall’incombente prigione e dall’altro lato subirà la fascinazione di determinare con un Almanacco sportivo, in cui sono scritti i risultati conseguiti negli anni ottanta, una facile fortuna scommettendo nel suo ritorno al presente. Questa aspettativa lo trascinerà in una sequenza di eventi disastrosi che altereranno la linea temporale del 1985. Marty ha sottovalutato il vecchio Biff che incontra per caso nel bar che celebra i mitici anni 80 nella Hill Valley del futuro. Biff si appropria dell’almanacco e cambierà la sua vita, diventando ricco, famoso, distruggendo la futura famiglia di Marty, sottomettendo la madre, uccidendo il padre.

Per riparare a tutto questo Marty deve recarsi nel 1955. Ritorna il numero 5 comune alla data del passato e a quella de futuro, in ambedue i tempi il protagonista agirà come Hermes, un messaggero che ha la saggezza per muoversi negli accadimenti mortiferi che ci vengono mostrati. Egli dovrà agire e muoversi con intelligenza e attenzione, in equilibrio in una linea di confine labile che lo porterebbe a sprofondare nell’abisso del doppio. Ritornando nel 1955 riaffronterà e rivivrà le vicende dolorose che alla fine porteranno al trionfo e alla deflagrazione del potere dell’Amore e alla sua futura rinascita. Nella nuova linea temporale che corrisponde al presente mortifero 1985, deve usare una disciplina interiore, al fine di “traghettare” la propria personalità, da uno stato di disagio/insoddisfazione, allo stato desiderato ovvero riavere un padre e liberare la madre sottomessa a Biff. Solo governando bene la comunicazione, l’espressione di idee, sentimenti e fatti, è possibile giungere ad uno scambio equilibrato e crescere; egli è l’adulto che ancora una volta può riparare e liberare il proprio Animus dal dolore.

Marty incarna in questo episodio da un lato Hermes e dall’altro è l’archetipo del Cercatore, egli ha quell’energia vitale che lo spinge a lottare per la libertà di ricostruire le radici del suo Albero genealogico donandogli la guarigione, così il suo passato potrà risorgere come una fenice dalle ceneri e dispiegare le ali verso un orizzonte nuovo.

Il futuro viene salvato e la trama spazio/temporale è ricostruita. I protagonisti ritornano nel loro presente e Doc con la Delorean parte per far visita nel Far West.

E’ l’ultima tappa della trilogia: Ritorno al futuro III. Il viaggio nel tempo questa volta è attivato da una lettera ultracentenaria che spingerà Marty a raggiungere lo scenziato Doc Emmett  nel 1885 in pieno far west.

Nelle precedenti pellicole Zemeckis ha attuato i clichè cari alla commedia brillante grazie a dialoghi serrati, alla creazione di sketch, dando delle pennellate surreali alla figura di Doc, o del bullo Biff un cattivo che quando diventa sottomesso è ridicolo così come il nipote. Il regista ha anche dato smalto alle proprie pellicole usando nel secondo elementi del Pop, la scenografia del futuro attinge a piene mani a quello che oggi consideriamo vintage, e in questo precorre i tempi, gli effetti speciali sono ben distribuiti e servono a sottolineare che ci troviamo in un mondo possibile.

In quest’ultimo episodio l’ambientazione del far west la fa da padrone, è un rincorrere citazioni meta filmiche: il nome che sceglie Marty per muoversi nel 1885 Clint Eastwood, fino ai duelli tra i pistoleri, l’inseguimento degli indiani, i paesaggi ampli e sconfinati. Nella data scelta ritroviamo ancora una volta l’8 simbolo della riflessione e il 5 l’uomo che liberamente cambia, qui l’avventura temporale porta l’eroe a confrontarsi con il mentore e a scoprire in quest’ultimo un lato umano: Doc è la guida, ma è capace di sentimenti, viene avvinto dalle avvolgenti spire di Amore.

Marty incontrerà un suo avolo e scoprirà l’ultimo anello che lo tiene ancora appeso al filo del mandato del proprio albero genealogico. L’ultimo passo da compiere per dis-identificarsi dal vissuto del proprio antenato che aveva il suo stesso nome e aveva fallito nella propria esistenza. Doveva liberarsi dell’orgoglio che guidava le azioni ad accettare sfide sostenute da un istinto cieco e appropriarsi quindi della riflessione; rinunciare e dire no ad una contesa, non è segno di fallimento ma esprime una precisa, consapevole scelta guidata dalla fiducia e dall’amore verso se stessi senza subire il giudizio interno ed esterno.

Per dirla con Alejandro Jodorowsky “Il tempo è nostro sostegno, è latore di saggezza”. Né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa. (Agostino d’Ippona, Confessioni, 397-400)

Maria Angela D’Agostaro

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