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Creatività

La Luna a mezzogiorno – Di Alfredo Pochet

La Luna a mezzogiorno.

Di Alfredo Pochet. Roma, 1 febbraio 2016.

Era da poco calata la sera sul villaggio nomade dell’altopiano di Porkràt.

Il giovane Shouz osservava i movimenti autonomi ed armoniosi degli elementi intorno a sé, come se ognuno di essi stesse prendendo parte ad un preciso rituale celebrato dall’Universo, senza alcuna distinzione tra esseri terrestri o divini.

I tre astri, perfettamente allineati, brillavano dall’alto della volta celeste; gli uomini serravano le mandrie al centro del campo, mentre pigri anelli di fumo disegnavano pennacchi sopra i comignoli delle tende.

L’aria era fredda, la terra umida.

Il fuoco scoppiettante tra le pietre ammantava il presidio di una bolla calda e lucente, fedele compagna notturna di Shouz, abile guerriero e devoto guardiano nelle notti del villaggio.

Vi erano in tutto ventuno famiglie nella piccola comunità dalla pelle gialla, governata da due ordini assembleari in grado di dar voce a tutti. Quello più rispettato – e per questo più influente – era il Cerchio delle Madri, che comprendeva ventuno donne, una in rappresentanza per ciascuno dei nuclei familiari di provenienza.

Ad esso seguiva il Consiglio dei ventuno Padri, altrettanto autorevole ma in subordine rispetto alle Madri, tradizionalmente composto da uomini più anziani di ogni famiglia.

Due infine erano i giovani che ogni discendenza aveva il dovere di destinare per la difesa della comunità al Primo Assembramento, la più antica tra le adunanze istituite dal popolo Murihé.

Shouz alternava con suo fratello Fahr la guardia notturna presso uno dei ventuno Focolari che circondavano, proteggendolo, il villaggio nomade, non lontano dalle tende della sua famiglia, al punto da poterne distinguere chiaramente i profumi e le voci.

Ma ciò che amava contemplare il giovane guardiano dagli occhi azzurri, erano le lingue di fuoco che danzavano nella sfera rovente e sfolgorante di fronte a sé: vortici caotici di forza primordiale!

Egli le osservava intensamente, senza mai distogliere lo sguardo da quel tepore sfavillante, catturato da quel fenomeno che così descrisse al Consiglio dei Padri quando ivi raccontò la sua straordinaria scoperta:

«Da circa trentasei lune ho imparato a guardare, ad ascoltare, a percepire gli odori della terra che compete al mio Focolare di guardia, fissando il mio sguardo sulla Fiamma delle fiamme che da esso divampa.

Riesco ad osservarla per un tempo assolutamente indefinibile, senza battere le palpebre, e più mi lascio catturare da ciò che vedo fuori di me, maggiore è la sensazione di sprofondare nell’invisibile che anima le mie azioni, i miei pensieri.

Eppure, in questo stato di apparente non-coscienza al mondo, cresce in maniera spaventosa la mia capacità di ravvisare ogni minimo cambiamento nel cerchio di terra che mi circonda».

Shouz era visibilmente intimorito mentre raccontava la sua storia al Consiglio, tuttavia ancor più evidente era la sua eccitazione nel descrivere ciò che poteva ascoltare, come lo stupefacente battito di minuscole ali, lo strusciare degli organismi infinitesimali simile, per le sue orecchie, al galoppo di una mandria selvaggia.

Narrava di scie prive di luce lasciate dalle foglie cadenti che egli era in grado di “vedere senza guardare”, degli occhi di belve affamate che poteva incrociare ed allontanare continuando a scrutare, tra le lingue di fuoco, la Fiamma delle fiamme.

Gli uomini del Consiglio non riuscivano a capire che cosa stesse accadendo a Shouz, non avendo nessuno di essi mai provato un’esperienza simile. Lo invitarono a mantenere l’assoluto segreto su questa inspiegabile vicenda, onde evitare prevedibili turbamenti tra gli abitanti del piccolo villaggio.

Nel frattempo, il ragazzo avrebbe potuto chiedere un ulteriore consulto sull’accaduto al Cerchio delle Madri, confidando nella capacità di comprensione femminile per sua natura in grado di traguardare i limiti di ciò che non è spiegabile altrimenti.

Le sagge donne Murihé, pur ignorando le cause del fenomeno descritto dal ragazzo, intuirono il richiamo ancestrale di quanto stava accadendo e gli suggerirono di seguitare a fissare le fiamme, fintanto che il suo Focolare non fosse stato violato da minacce esterne.

Shouz accolse entrambe le indicazioni, comprendendo e condividendo tanto le prescrizioni sul segreto dispensate dai Padri quanto l’invito al perdurare ricevuto dalle Madri.

Nel corso delle trentasei lune seguenti, durante i suoi turni di sorveglianza al Focolare, egli mantenne costante la sua dedizione alla pratica della fissazione della Fiamma delle fiamme amplificando, così facendo, progressivamente le sue facoltà percettive, espandendole e nello spazio e nella miriade di movimenti che avvertiva dentro di sé.

Il Focolare che presidiava fu l’unico tra i ventuno a non essere stato mai violato in così tanto tempo.

Alla trentasettesima luna, accadde. Di giorno.

Il sole splendeva in un azzurro privo di nuvole da un’altezza quasi  perpendicolare alla testa di Shouz, il quale osservava di buon umore i suoi piedi, compiacendosi del fatto che aveva imparato a riconoscere con estrema precisione il momento in cui l’ampiezza minima della sua ombra segnalava che si era giunti a metà giornata.

Accadde tutto all’improvviso: gli angoli della sua bocca si inarcarono verso il basso, il suo sorriso si contrasse in una smorfia di terrore: aveva appena vistola sua ombra sparire del tutto ed un enorme velo di oscurità allungarsi sui campi dove prima splendeva la luce.

Alzò lo sguardo e vide in cielo un cerchio, buio come la notte, frapporsi tra la terra sotto i suoi piedi pietrificati e il Sole, i cui raggi emanavano un colore inquietante.

Bloccato dallo spavento, immobile come l’albero sacro dell’altopiano di Porkràt, Shouz chiuse gli occhi e fermò il respiro.

Quando osò riaprirli vide un immenso anello di fuoco avvolgere l’oscurità del medaglione lunare che, lentamente, transitava dinnanzi al Sole; tra le lingue incandescenti riconobbe lei, la Fiamma delle Fiamme, bruciare sinuosa nel cielo violaceo.

Avvertì un’onda d’amore investire prepotentemente lo spazio intorno a sé, si sentì sommerso da un desiderio di infinito, sopraffatto da un intento di pura immortalità.

Quando percepì la stessa Fiamma bruciare nel suo cuore, allora intuì che cosa doveva essere fatto: e così fece.

Trascorsero molti giorni prima che Shouz potesse comprendere appieno il potere cosmico che era riuscito a carpire dagli dei grazie a ciò che aveva compiuto.

Accadde durante una visita di conforto a suo fratelloFahr, il cui figlio era stato colpito da una tremenda febbre invernale, di quelle che di tanto in tanto falciavano le vite più fragili dei Murihé.

Di fronte a quella scena straziante, Shouz provò un sentimento sconosciuto, una sorta di assoluta compassione attiva rispetto al bambino che, spontaneamente, toccò nei punti più freddi del suo corpicino indifeso e morente.

Dopo pochi attimi il piccolo Hakin, figlio di Fahr, lasciò l’agonia e riprese a vivere.

Shouzabbandonò il villaggio, trascorse trentasei lune in assoluta solitudine in un luogo che non rivelò mai a nessuno.

Al suo ritorno creò la Ventiduesima Congregazione, un nucleo di appartenenza destinato solo agli uomini e alle donne alla ricerca della Verità votata alla Terapeutica, da egli custodita in gran segreto e svelata solo d’innanzi al medesimo amore e alla stessa perduranza che lo avevano condotto a carpirla.

Da quel giorno in ogni villaggio dei Murihé e in ogni tempio del mondo c’è un Fuoco sacro che arde costantemente; grazie a Shouz,se anche noi sentiamo il richiamo dell’anima di un Guardianopossiamo avvicinarci al Focolare, scrutare la Fiamma delle fiamme e carpire il suo immenso potere.

Se sentiamo il medesimo amore e quella stessa volontà.

Riflessi di Luna …. – Di Giuseppe Mirisola

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Riflessi di Luna  …. 

Il sole sorge imponente e maestoso sull’acqua dorata che carezza rosse rocce illuminate d’arancio.

Sulla sabbia un’alga viene lambita dall’acqua che subito si ritrae per poi sfiorarla ancora e ancora, mentre un gabbiano si alza in volo con la sua preda.

Una goccia scivola e cade.

Azzurro, blu, indaco. E giù, sempre più giu. Nero.

Ricordi cristallizzati si susseguono sopiti intorno al pensiero che annega, e sciogliendosi, assumono forme grottesche che aggrediscono le immagini sbiadite di ciò che è stato.

Un’onda impetuosa richiama l’anima e la sospinge verso l’alto.

Sospiro, pioggia, vortice, e la furia alta e forte si infrange schiumando sul presente, lavando i pensieri, levigando i detriti della memoria.

Rumore, rabbia, calma, silenzio. Galleggi.

Riflessi di luna ti guidano verso una grotta pulsante di vita, così ti lasci sospingere, stanco, in quell’antro così buio eppure accogliente.

Sulle pareti, ombre sottili danzano con l’amato astro, e il vento tra le guglie sussurra “bentornato”

Giuseppe Mirisola

 

Assiah – di Maria Angela D’Agostaro

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Al mio amico fraterno Giuseppe Z. grazie per esser-ci
Afona la voce che non riusciva a rimbalzare, lei che aveva detto tanto, aveva espresso pensieri e predetto visioni, donando ad uomini e donne che l’ascoltavano in silenzio, un conforto. La sua voce non era giudizio, era suadente ed avvolgente altre volte dura e dissonante. Ora Assiah carezzava la spuma del mare con la sua pallida e longilinea mano, chinata sulla roccia e cercava nello specchio i segni da interpretare.
Vedeva due occhi che non riconosceva, eppure era uno sguardo cristallino, fiero, consapevole, amorevole; la fissavano, ma ella li sfuggiva alla ricerca di un’altra voce, un sussurro, di un segno che risuonasse nelle onde che si infrangevano. Ritornava a mirar le acque insuflava respiri e nenie, suoni, attendeva e poi ritornava a guardare la verde spuma. Apparivano ancora occhi grandi color nocciola e l’iride cangiante si confondeva con l’azzurro scuro del mare che stava per accogliere il disco di fuoco. Assiah era indispettita.
Di chi sono questi occhi? Non riusciva ad interpretare. Non temeva lo sguardo. Adagiava ancora la mano e carezzava le acque per richiamare i suoi amati simboli. Gli occhi vennero incorniciati da un volto e piano piano si disegnarono il naso, le labbra morbide come i petali di una rosa primaverile, un’onda ancora che rimbalzò sullo scoglio che aveva la forma di una fontana, e schizzò una chioma fluente lunga di un castano chiaro con riflessi dorati. La fanciulla era stupita per tale apparizione, era la prima volta; lei soave voce mirò e rimirò un volto di una creatura. Pensò qualche istante e poi disse:- Or dimmi chi sei?
  • Come, non mi riconosci?… Rispose la figura accennando un sorriso.
  • Quale dea o ninfa sei? Non ti ho mai vista?
  • Che voce bella che hai … Pronta ad indagare, a trovare sempre le parole dettate da un lucido pensiero.
Assiah era spazientita e allo stesso tempo colpita dalla risposta: – Avete uno sguardo pieno di emozioni, vi leggo tristezza, malinconia, benevolenza, rabbia, gioia e armonia. Quale di queste parole vi soddisfa? –
  • La parola è semplicemente un segno che è già stato scritto; la voce ne emette il suono, la cadenza, è un movimento che cerca una stasi per poi ricominciare a fluttuare e a danzare con il respiro per poi rifluire in un azione concreta e quando ciò non avviene si disperde nel silenzio, può essere abitata da mille e mille sfumature e colori, può richiamare a sé ciò che è celato, segreto, specchio da varcare. La parola è figlia del pensiero, del cuore e della voce, invisibile accade, oracolo di un destino, e si disperde nell’aria lasciando tracce che possono essere incise nei e sui corpi di qual si voglia materia e carne.
Assiah ascoltava interessata, era la prima volta che incontrava qualcuno che sapesse tante cose sul valore della parola.
Il volto continuò a parlare: “Fin da fanciulla, da quando ne hai memoria, hai vissuto in una grotta vicino alla scogliera. Leggiadra ti sei aggirata tra la natura che circonda il mare, facendo attenzione che nessuno ti sentisse o vedesse; consapevole di un mandato divino che ha contrassegnato ogni tua azione. Fin da subito hai compreso che il tuo amico vento portava con sé le impronte del vocio degli abitanti del villaggio di pescatori che sorge all’interno della costa. Sin da piccola sei stata una bambina saggia, hai sopravvissuto in solitudine, orfana, pura ed hai amato solo la tua voce, l’hai usata per lenire le ferite di coloro che erano ignari del proprio destino. La natura ti ha sempre confortato, la volta celeste, ora illuminata dal sole ora trapuntata di stelle ed ornata da madre Luna, ti baciava e cullava. Il tuo mondo è la scogliera, non te ne sei mai allontanata, invisibile doni all’Anima Mundi ciò che ti è più prezioso: la Voce della saggezza ora aspra ora amorevole: Chi vuole comprendere, udire accoglie e chi non vuole sceglie di voltare le spalle. Tu lasci andare perché il tuo potere si muove seguendo la linea bianca: ciò che deve accadere accada.
Un giorno avevi notato un uomo che pescava, aveva lo sguardo triste, disperato, perso nell’infinito orizzonte che si apriva innanzi. Furtiva ti sei messa dietro una roccia e hai sussurrato parole che sono state trasportate immediatamente dal suo amico vento:- Non essere angosciato! Vivi e divieni ciò che sei, il mondo ti attende.-
Le frasi pronunciate, seppur dette con un fil di voce grazie alla natura, echeggiarono dritte all’orecchio dell’Uomo che improvvisamente avvertì uno strano tepore al cuore che non sentiva da tempo. Istintivamente si lasciò dondolare dalle parole e il vento l’aiutò a rischiarare il suo volto corrucciato, in cui i lineamenti avevano scolpito una maschera dura di profonda tristezza e smarrimento specchio di un’anima dilaniata da tormenti misto a memorie di un fulgente passato. Lasciò cadere la sua canna e girò la testa a cercare se vi fosse qualcuno, vide solamente la scogliera che veniva illuminata dai primi raggi del sole che si elevava ormai, a levante. Ancora attonito si sentì avvolto da un calore forte che lo avvolgeva simile ad un abbraccio:- Ma è solo una voce?!! Pensò perplesso tra sé …
Si alzò dubbioso e irato, raccolse i pesci che aveva pescato e si allontanò. Assiah che aveva assistito alla scena sbirciando dalla sua roccia, ritornò nella grotta dove dimorava cantando.
34c1097f-6324-4c93-ab80-c0f59fff65deL’indomani, quando il manto del cielo si era coperto di stelle e la placida luna si mostrava come una splendente falce, l’uomo con le spalle curve, e il capo chino, tenendo in una mano una piccola cesta di vimini e nell’altra la canna ritornò a sedersi sulla scogliera. Assiah aveva avvertito il rumore dei suoi passi quindi, per osservarlo scelse la stessa roccia. L’uomo preparò con cura la sua lenza, con uno slancio deciso tirò in acqua l’amo e poi si sedette.
Assiah decise di pronunciare altre frasi:- Non ti crucciar della vita che hai fatto. Gli altri non ti vedono. Lascia che i tuoi errori facciano parte del passato. Apri nuove porte robuste in cui potrai scrivere il nuovo Tempo, lucente, scevro dal grigiore, da un rimorso che già hai espiato. La colpa si sciolga bagnata da queste acque, rifiorisca in te la forza, la volontà di nascere e rinascere ogni qual volta sceglierai il movimento. Allontanati dal bieco Giudizio che ridondante ti soffoca dentro e richiama false approvazioni alla tua esistenza. Guardati, la tua Essenza brilla nella buia notte. Nut e Rha sanno e danzano silenziosi dentro di te in attesa che li liberi all’unisono. – Anche questa volta le parole furono trasportate dal vento, armoniosamente modulate come una dolce melodia sfiorarono l’orecchio dell’Uomo. Costui si alzò di scatto, lasciò andare la canna che scivolò nel mare: – Chi sei? Dove sei? Perché non ti mostri?. Urlò guardandosi attorno, se da un lato si sentiva avvolto da un piacevole benessere, dall’altro aveva paura di un agguato. Incominciò a respirare male.
  • Sei tu il tuo respiro. Non avere temere ciò che sei. Non desidero farti del male. Non dubitare delle mie parole. Ascolta la voce, cerca solo di aiutarti, abbandonati ad essa è il riflesso di ciò che hai smarrito ed è nascosto, custodito dalla fiamma imperitura del divino che vive in te. – continuò Assiah.
  • Mi sento smarrito e solo. Perché mi torturi e non ti mostri a me? Odo le tue parole che si insinuano cercando chiavi che sono solo mie. Come sai tutte queste cose? Non credo negli dei, non credo in niente già da tempo. Perché hai scelto me?
  • Vai … hai dentro di te le risposte, non le disperdere nel vento cercale nella lanterna della Luce al di là dell’Ade paludoso, al di là dell’abisso che vedi, oltre e accanto al buio è lì riverbera.-
L’uomo si rabbuiò ulteriormente; dimentico di tutto ebbe solo la forza di fuggire dalla scogliera, una corsa segnata da un affanno angosciante. Giunse all’ultima casa del villaggio ove abitava; chiuse dietro di sé la porta, con la mano tremante accese la torcia dalla fiamma del cammino che aveva lasciato acceso, si guardò intorno, ogni minimo rumore lo faceva sussultare. Afferrò il piccolo otre di vino che penzolava dal chiodo appeso alla parete, vi si attaccò voracemente come se quel nettare potesse lenire il suo antico affanno. Bevve così tanto fino a cadere tramortito sul pagliericcio vicino al camino …
Assiah ho incontrato anche io quest’uomo, il suo dolore ha permeato come un lento veleno il suo cuore, i suoi occhi continuano a non volere vedere, l’anima è imprigionata e poche volte le dà l’occasione di dialogare con il suo divenire. Vive nel sospetto in un’atavica paura.-
  • Gli orrori della sua vita lo hanno segnato profondamente, l’ebbrezza illusoria dionisiaca risuona di ombra, ha relegato il suo essere divino al buio; ma la sua anima sa, ha la forza per farlo rialzare. Io sono voce e tu che conosci la mia storia e mi guardi, sei acqua aiutami a risvegliarlo..
  • Perché cara Assiah vuoi farlo uscire dal torpore quando già alle tue parole ha avuto la volontà di fuggire?
  • Le sue ferite sono profonde, come può fidarsi e affidarsi ad una voce?
Il volto riflesso accennò ad un sorriso e continuò: – Una voce che carezza il cuore che penetra la sua oscurità, che è l’oro della sua piccola lanterna ove ha racchiuso il suo tesoro segreto ben nascosto.
E poi tu che sei la saggezza del pensiero, perché dubiti di te? Cosa ti fa fluttuare nel dubbio e cosa nasconde il tuo bel dire?.
Assiah rimase in silenzio, sorpresa perché per la prima volta il suo respiro si era fermato e avvertiva una vibrazione dissonante.
  • Cosa stai cercando? Cosa vuoi fare? – continuò lo specchio d’acqua incalzando – In quale meandro vuoi far risuonare la tua soave voce?
  • Io… Io … Sono voce il mio potere ha un suo limite. Il mio corpo è smembrato, so solo affidarmi alla rosa dei venti …
  • Hai dimenticato? Tu sei la ragazza del mare e dell’aria che chiama il fuoco. Tu sei Amore. Canti la beltà di Madre terra. La tua parola si libera leggera perché è il segno della Sincerità e Verità Sacra.
  • La mia voce, benedetta e maledetta, dono del Sacro Uno … Io sono solitudine, mi nutro di Amore e lo dono incondizionato sotto forma di Aria e richiamo la Volontà del cuore all’Azione.. Ma tu oggi mi fai sentire smarrita, sto peregrinando smarrita e vorrei risalire le colonne del Fuoco. Come posso aiutare quest’Uomo in cui ho visto la Stella divina se Io Voce ho un’armonia che sconosco? Io infinitesima scintilla di luce eco dell’Infinito Universo che mi ha scelto per vivere nella sacra Sapienza sono qui impotente ma so che devo Fare ma non so come agire.
  • Forse è da tanto tempo hai dimenticato quello che realmente sei …
  • Come puoi dire questo? Ho aiutato molti a progredire … rispose Assiash riconoscendosi in parte.
  • Certamente le tue doti nel conforto e nell’andare oltre pulsano e dirigono la tua voce a fare vibrare le anime. Ma è arrivato il momento che anche tu ti guardi …
  • Non comprendo quello che dici, il mio pensiero si è appesantito, so solo che la tua voce e la tua immagine mi attrae in un vortice sconosciuto e non vuole che mi allontano da questo riflesso d’acqua …
  • Assiah, guardami, lascia che il mio sguardo ti avvolga, penetri, ti sveli ciò che già sai …
Assiah non oppose alcuna resistenza, eseguì e carezzò dolcemente il volto, ripercorse i lunghi capelli, sfiorò le guance e poi adagiò la sua mano sulla fronte, fu in quel lieve contatto che si accorse:
– Sono Io … E’ il mio volto. Io sono Assiah la ragazza del mare, Signora dell’Aria. Non sono solo voce. Eccomi mi immergo nel mio divenire che anche io per tanto tempo ho tenuto nascosto e temuto …
Istintivamente per la prima volta si tuffò dalla scogliera; si abbandonò al piacere di farsi carezzare dalle acque e lei stessa accompagno l’acqua scivolando le mani sul suo corpo: i piedi, le lunghe gambe, il bacino, i morbidi seni, le spalle, si abbracciò teneramente ripercorrendo la schiena con le dita, infine carezzò il volto e giocò con i capelli.Il suo respiro ritornò a vibrare con note sconosciute, la sua sottile veste bianca giocò con l’acqua, lasciava che il suo minuto corpo si dondolasse con le piccole onde che la cingevano gioiose. Si immerse, suoi occhi nocciola scoprirono il paesaggio marino: le verdeggianti alghe si muovevano lentamente nascondendo e scoprendo piccoli pesci colorati e coralli rossi. Si sentiva come in un grande ventre, volteggiava agilmente; ad un tratto l’acqua divenne più oscura il blu si trasformò in nero, non si fermò anche se ebbe un sussulto, la sua volontà forte era andare a guardare nel buio, fare quello che per tanto tempo aveva consigliato ad altri: -Il fuoco sacro dell’Azione ti spingerà a valicare confini inimmaginabili dove la paura dimora e può essere attraversata per risorgere e vivere nella veritiera Essenza dell’Essere!-
La circondava il vuoto, il nulla più profondo, il suo corpo era diventato freddo: era l’abisso che si era aperto di fronte a sé, ma lei era la forza della pura Azione doveva vedere, sentire le vibrazioni del proprio cuore che ormai battevano per creare e dire; ecco una lucida apparizione:
686eb516-3f8e-4e19-9f75-4d2b5d8269be“Un uomo disteso su una pavimentazione melmosa, era immobile, accanto a sé l’otre pieno di vino ormai vuoto:- Io non sono questo – diceva- mi avete abbandonato … Io so donare e posso fare solo questo … Le mie mani sono vuote depauperate del Sacro potere … – La sua voce impastata dai fumi del nettare degli dei, si confondeva adesso, con un pianto a dirotto spezzato solo da un respiro affannato e da un continuo e tumultuoso senso di sconvolgimento – … Il mio buio mi perseguita! Tu cara amica Luna che mi guardi imperiosa da lassù, nel tuo ventre vi è scritto ciò che sono e ancora non vuoi rivelarti, hai lenito le mie ferite illudendomi, mi hai dato doni che subito mi hai tolto. Non sono degno forse di urlare il mio dolore, di essere compreso, di vivere secondo la Tradizione e Amare? Sono sprofondato in un edulcorato abisso, la mia volontà è lì, mi tende una mano. Rialzo il mio capo ma poi per cosa? Sono fagocitato da una vita che mi respinge, non riesco a donare e guarire gli altri, ho abbandonato i miei sacri strumenti, i miei piedi bruciano, mi sostengono a fatica. Ecco il baratro della mia mente … Io voglio ritornare a donare o Luna! – urlò furente tanto che i suoi occhi si illuminarono di una fiamma bruciante … Oh antica Sapienza ancella della mia vera vita, scomparsa tra i meandri di pensieri anneriti da una fuliggine oscura, le ali del mio cuore sono state mozzate dall’Ingiustizia, dalla Colpa, dal non Amore, e tu Anima bella che mi osservi con voce afona, le tue lacrime d’oro e d’argento attendono la Sacra trasformazione. Ed io ormai mi sento indegno, vivo a sprazzi … Il mio orgoglio mi ha imprigionato … Oh Sacra Parola che ritorni a volere apparire celandoti, sento che ci sei, ho scritto nella mia memoria ogni cosa che hai detto, ma le tue lettere sono dure, di ferro e non le so scalfire, mi nutrite e mi aggrappo a voi con tutte le mie forze … Parole che spesso hanno accompagnato un dire mendace che mi ha lacerato dentro, conficcando dardi appuntiti, altre volte sono state illuminate dalla Verità. Io so cosa è materia e carne. Io so, e continuo a sprofondare nell’abisso … – il suo delirio continuò e finalmente una visione cinque alberi: – “Sono le cinque strade infinite, che portano a Dio. Sono fatte di vita, di spazio, di tempo …” ma la scritta scomparve. L’uomo provò a rialzarsi sostenendosi sulle braccia e poi facendo leva sulle ginocchia … – Maledetti tutti voi … Io voglio ritornare a Vedere … Dove sei Luce mia …
A questo punto Assiah non resistette e disse:- Tu sai chi sei e tu sai cosa fare …
  • Non mi fido neanche di te Voce che ti nascondi nella Natura. Sono stanco del tuo dire, mi hai confortato per pochi istanti e non hai avuto la forza di apparire per quella che sei …
  • E’ triste ciò che ti addolora e ti rende ceco. Accolgo la tua rabbia, mi inchino a te fratello. Attendo che tu emerga dalle tue acque stagnanti così come lo sto facendo anche io. La tua anima ti reclama e la Luna ti attende così come il Sole. Tu sai qual è il tuo nome, non sei uno qualunque. Lascia che le tue emozioni fluiscano, che la rabbia lasci i meandri del buio per trovare il suo giusto e Sacro Spazio e Tempo. Non far si che il Giudizio incatenato a sorella Colpa annebbi ciò che sei, liberati di ciò che non sei: diffidenza, abbandono, rigidità, oppressione e lame arrugginite così come le tue coppe. Fai risplendere il tuo celeste nome. –
  • … Non posso …
  • Quando vorrai io ci sarò le mie parole sono d’oro e d’argento, vivono di cuore e di anima, si nutrono di Amore, Azione. Aggrappati con il fuoco al tuo coraggio. Se mi vorrai vedere mi vedrai come tuo antico riflesso, se vorrai saltare con veemenza gli ostacoli del Giudizio allora scoprirai altro su di te e la tua solitudine sarà pingue del tuo divenire. Dimmi ora pronuncia il tuo Nome con tutto il tuo respiro vitale, fai risplendere le tue radici, dai linfa al tuo Albero, percorri la Via che ti si era chiusa, libera la tua anima, lascia che il tuo cuore riprenda le sue ali. Le Parole sono segni spetta a noi interpretarli senza catene di ferro … Dimmi allora il tuo nome!
  • Io sono Safy Ashim!
  • Safy Ashim: il Puro Distruttore del Male! Ed ora rialzati e vai verso la scogliera ardi un falò, immergiti nel mare, abbandonati alle sue risanatrici acque, monda ciò che non sei immergendoti; alla fiamma del fuoco dona ciò che ti ha costretto e brucia le sbarre della prigione che ti sei costruito. Porta con te i tuoi sacri paramenti e i tuoi oggetti e il lucente pugnale …
  • Non so se lo farò …
  • Io sarò lì ad aspettarti per rendere omaggio insieme a Nut …
Assiah riemerse dalle acque serena, i suoi capelli erano intrecciati con alghe e coralli, la sua veste bianca si era tinta di oro e di argento, il suo sguardo era limpido, era pronta a riguardarsi nello specchio d’acqua tra i suoi amati scogli.
Safy Ashim si risvegliò nella capanna, stropicciò gli occhi celesti, si rialzò con fatica, si guardò intorno, si avvicinò alla sgangherata porta, la spalancò, era il tramonto: il sole stava salutando la sua amata Luna che era piena, rotonda, pronta a donarsi; barcollante raggiunse il vecchio baule color ciliegio che era posto vicino al camino in cui i ciocchi ardevano. L’uomo accarezzò l’impolverato grande scrigno, con cura e vi scoprì l’insegna che un giorno una donna gli aveva donato: vi era disegnata Nut sostenuta da Shu, e intorno ogni geroglifico e simbolo era colorato di blu, oro, rosso. Contemplò per qualche istante l’incisione che per molto tempo era stata celata dalla coltre di una memoria stanca ed amareggiata; un caotico turbamento guidava la sua gestualità e il suo sguardo, il respiro sostava all’altezza della gola prima di trovare la forza di uscire dalle labbra. Era lì un guerriero pronto a lottare, raccoglieva la forza di andare avanti nonostante tutto, per un attimo vacillò e si sostenne prontamente alla superficie del suo scrigno e le mani piombarono proprio sull’incisione; chiuse istintivamente gli occhi e trasse energia dai simboli; faceva così un tempo, lacrime di commozione irrorarono il suo stanco volto, una forte vampata risalì dalla base della sua ricurva schiena e si irradiò formando delle ali avvolgenti che lo avvilupparono, carezzandolo e facendo pulsare il cuore: beata sensazione perduta!. Il ritrovato sentire non gli bastava, certo stava accadendo qualcosa che conosceva bene, ma la fonte del sospetto zampillava istillando le ultime gocce di dolore. Aprì lo scrigno, scelse con cura i paramenti da indossare, una veste bianca, una fascia rossa, ne carezzò un’altra nera; era tutto in ordine, baciò l’Ankh, prese il pugnale d’argento lo mirò e rimirò, estrasse la lama lucente a forma di onda e la ripose immediatamente nel fodero inciso e ne ripercorse ogni simbolo con le dita, prese poi il sacro libro nero lo aprì sciogliendo i legacci di cuoio, sfiorò le pagine di papiro rimirò i segni e pronunciò lentamente ciò che non proferiva da tanto tempo, lo chiuse ritualmente e lo ripose. Ogni cosa scelta venne conservata con cura in una sacca di canapa bianca. Chiuse il baule, si inginocchiò e impose le mani sull’incisione che sovrastava la superficie superiore, vi adagiò anche la fronte sostando per qualche minuto per ringraziare. A passo lento si avviò in direzione della scogliera, le piante dei piedi scalzi erano brucianti, man mano che avanzava il suo corpo si faceva più eretto, ogni tanto volgeva lo sguardo al cielo e cercava la sua amata Luna, il respiro era regolare, profondo.
Ecco il punto di arrivo depose la sacca, andò a cercare la legna da ardere fece il falò; non si accorse che una figura lo guardava da lontano e che lentamente avanzava. Si spogliò e dopo alcuni istanti si tuffò. Assiah aveva raggiunto il fuoco che ardeva alto e le faville ricadevano disegnando simboli che lei conosceva bene. Safy Ashim riemerse e si arrampicò sulla scogliera, finalmente erano l’uno fronte all’altro e la fanciulla lo accolse porgendogli le sacre vesti cercando il suo sguardo celeste ormai numinoso. Attese volgendogli le spalle che indossasse i suoi paramenti.
  • Eccomi io sono Safy Ashim e al cospetto di Nut ritorno dall’orrido come un rinato naufrago. A te che sei coppa dono questa lama avvolta nel panno color citrinitas secondo la Sacra Tradizione per suggellare ciò che è stato, che è e sempre sarà.
La donna prese il panno, lo srotolò, estrasse la lama lucente che baciò, tenendola sui palmi delle sue mani la offrì alla Luna, si giro per 4 volte in senso orario affinchè gli Elementi fossero omaggiati, alla fine ritornando nella posizione iniziale fronte a Nut, la adagiò sul petto racchiudendola come ali di uccello. Ripose poi la lama nel fodero, riprese il panno che avvolgeva il pugnale e si cinse la vita e in direzione del ventre infilò il sacro oggetto e pronunciò queste parole: – Il Serpente ivi dimora e risveglia.
La donna si girò e l’osservò: – Io sono Assiah sacerdotessa dell’Azione, mi tuffo nel mare limpido dei tuoi occhi color del mare e mi abbevero alla purezza della tua anima, accolgo la tua lama tu che sai scacciare il male e le tenebre. Insieme sotto l’egira di Amore rendiamo omaggio a Nut. Dono a te ciò che è tuo. – congiunse le mani alla fronte e poi al petto, chinò il capo:- Saluto il gran Sacerdote guardiano dell’antica Via – in seguito rivolse lo sguardo alla Signora splendente del cielo: – Eccomi sono pronta ad eseguire i sacri riti: le soglie si aprano.
  • Tam ethice quam fisice”, ciò che avviene nel cuore si manifesta nel mondo. “Vengo dalle profondità dell’Ade, superando le sette porte, lasciando a ognuno cadere i sette veli, vengo a purificarmi, sono umano di razza celeste, lasciate che mi disseti alla fonte di Mnemosine”. Siamo Sole e Luna a te Horus ora renderemo omaggio.

 

Maria Angela D’Agostaro

Componimento di Monica Maria Seksich

“Tu, Narciso

rottame archetipale

un tipo riflessivo

un fermo immagine

non t’accorgi che

Eco è cambiata

e ti rimbalza

ti ipnotizza con nenie tribali

registrate

raggira il dolore

lo inganna

lo sopprime, lo gassa

ha in serbo per te

un TIR di specchi,

cento laghi

e con riso cristallino

bucherà il tuo salvagente

e sedurrà il bagnino

mentre tu sciocco

anneghi nel tuo mare di inutili parole.

I cuori di pietra, si sa, vanno a fondo prima.”

Monica Maria Seksich

La Fiamma Di Zoe – di Maria Angela D’Agostaro

-Vai avanti come Insegnante d’uomini! Vai Tu a conservare le conoscenze fino a che col tempo la Luce crescerà fra gli uomini! Tu sarai la Luce attraverso tutte le età che resterà nascosta finché uomini illuminati non la troveranno. Per il lavoro su tutta la Terra Noi Ti diamo il potere! Sei libero di darlo agli altri o di portarlo via. – Così ripeteva Zoe tra sé mentre stringeva fra le mani la sua pietra bianca e lo sguardo era perso nel cielo a rimirar le stelle.

Le fiamme del fuoco illuminavano la sua figura e intorno a lei gli alti fusti della foresta si alternavano alle taglienti rocce, che si estendevano ad est del vasto altipiano della Murge. Era trascorsa una notte da quando si era allontanata dal frastuono della costa; dopo aver rubato un magnifico cavallo,  lo aveva spinto al galoppo, apparentemente senza una meta precisa. Aveva abbandonato la sua terra natia da molte lune; ella era un meraviglioso fiore del deserto, aveva nascosto la sua beltà indossando abiti maschili, per coprire i capelli neri lunghi ed ondulati aveva usato turbanti e altri copricapo, utilizzando del latte delle capre che governava diligentemente come pastorella quando era appena fiorita da bambina a fanciulla, era riuscita a creare un intruglio che custodiva gelosamente, le serviva per coprire il suo bel volto con una barba posticcia formata da alcune ciocche. Era da anni che viaggiava sotto mentite spoglie, il suo sogno era conoscere nuovi luoghi e nutrirsi di Sapienza; aveva imparato l’arte della spada da un templare che aveva servito in terra Santa: aveva assistito a riunioni segrete tra templari e maestri arabi. Dato il suo acume, soltanto osservando coloro che aveva servito nel suo peregrinare, aveva imparato a leggere e scrivere in latino, greco e arabo, aveva una grande passione per i simboli e per gli alfabeti cuneiformi. Nel tempo aveva scoperto di avere delle altre qualità, i suoi sogni erano rivelatori e se guardava qualcuno negli occhi ne poteva leggere l’anima. Da quando era sbarcata in quest’ultima terra era alla ricerca di qualcuno a cui rivelare che era donna ed essere guidata sulla via della Luce. Aveva sentito parlare delle meraviglie della corte di Federico II, un crogiolo di arte, virtù e sapienza e sperava che giungendo a Castel del Monte avrebbe potuto realizzare il suo destino spinta anche da dei sogni in cui erano ricorrenti simboli come: l’uruboro, l’Ank, sole e luna che danzavano nella via coperta di stelle.

Si svegliò di buon mattino, rigovernò il cavallo: – Mio fido Antares, è giunta l’ora di incamminarci.- Gli carezzò la criniera dello stesso colore dei suoi capelli e il manto marrone, gli baciò il muso, poi gli sistemò i finimenti, coprì il dorso con una coperta che aveva delle sacche in cui ripose la boraccia di zucca piena di acqua, inserì le staffe, prese la spada, la rimise nel fodero di cuoio intarsiato e se la legò ai fianchi, con uno slancio montò: – Ora andiamo. Al galoppo..-

Il sole era alto nel cielo, dal galoppo Zoe era passata al trotto e nel frattempo osservava il panorama che aveva innanzi, per trovare un luogo in cui sostare, far riposare Antares, eseguire i suoi riti, provvedere alla caccia e sfamarsi; le caratteristiche che cercava erano un ruscello, alberi e roccia per coprirsi le spalle. Nell’altipiano erano rari i ruscelli che emergevano alla superficie, aveva compreso che se scorgeva delle rocce scavate c’erano buone possibilità di trovare una fonte d’acqua. Vide in lontananza una torre in rovina circondata da rocce circondata da sterpaglie miste a cespugli alti e una piccola macchia di alberi. Si avvicinò al luogo con circospezione, non vi andò dritta, scelse di arrivarvi puntando prima sull’alta roccia che lo sovrastava in modo da poter appurare se vi fosse qualcuno. La sua scelta fu oculata, infatti, dopo aver lasciato il cavallo nascosto nell’incavo di una grotta che trovò lì nei pressi, si inerpicò sulla roccia, si accovaccio e si allungò, guardando verso il basso si accorse che vi era un cavaliere intento a scuoiare della selvaggina mentre il fuoco ardeva. Nel momento in cui stava allungandosi un altro po’ per sincerarsi se vi erano altri cavalieri, con i piedi fece franare la roccia, che sgretolandosi in pezzi di differente misura, caddero rotolando e trascinarono con sé altre pietruzze. Il cavaliere lasciò la preda, puntò la lama del suo lungo pugnale e subito brandì anche la spada che aveva al fianco, si girò da un lato e dall’altro, pronto ad attaccare, il suo sguardo attento risalì per scrutare il costone se c’era qualcuno; Zoe fece in tempo a mettersi distesa per non farsi scoprire, indietreggiò strisciando. Il cavaliere, non convinto che era solo, continuò ad essere guardingo, in posizione di attacco, e a far scintillare le sue lame al sole, tese l’orecchio per avvertire se provenivano altri rumori: niente, non sentì nulla. Camminò allora un po’ avanti e indietro, vigilando, poi rasserenandosi e seguitando a osservare come una lince pronta comunque a muoversi, si rimise a sedere sulla pietra con le spalle rivolte alla torre diroccata; rinfoderò la spada, sostò ancora sull’elsa, rimirò il pugnale e ne puntò la lama sullo spiedo che aveva lasciato sul fuoco per sincerarsi se la carne era cotta, fece una smorfia di disappunto e volse lo sguardo all’altra cacciagione che attendeva di essere scuoiata.

Zoe intanto aveva raggiunto il cavallo, che l’aveva accolta muovendo la testa in avanti: – Antares – e gli passò la mano sul muso e quasi in direzione delle orecchie con voce sommessa riprese a dire – non siamo soli. Ho visto un cavaliere teutone, non sembra pericoloso. Sento che quella torre è un segno: è un uomo che non sa più come frenare il suo cambiamento, in lui alberga la catastrofe, non ha paura della morte, la sta agognando, è un mendace.  Ho deciso di mostrarmi a lui come donna.- Antares scosse la criniera – Non ti preoccupare. E’ arrivato il momento di affrontare le mie paure.-

Zoe si sciolse i capelli raccolti sotto il foulard, tirò dalla sacca un kaftano blue damascato con degli spacchi laterali ornati finemente di ricami con filo di seta color oro, infilò delle brache che lei stessa aveva cucito e tinto di colore vermiglio, mise alla caviglia un bracciale ornato da pietre grezze verdi e rosse, cinse la sottile vita con la sua fida spada, ripose il suo manto pesante marrone piegandolo. Scelse di avvicinarsi al luogo della torre a piedi tirando il cavallo con le briglie e in prossimità della radura guardando l’uomo con voce suadente ma decisa disse: As-salām ‘alaykum, Cavaliere.-

Il teutone alzò lo sguardo e senza batter ciglio rispose: Wa-s-salam ‘alayk/kum o wa-s-salam ‘alaykum wa rahmatu Allah. Sei lontana dalla tua terra.- fece finta di continuare a preparare il suo cibo e nel frattempo con la coda dell’occhio la scrutò attentamente, ne ammirò: le vesti, la figura, la chioma, il colore dell’incarnato ambrato, il viso leggermente allungato, le labbra sottili e ben disegnate, il naso perfetto, gli occhi grandi verdi scuri, insoliti per la razza, poi si soffermò sulla manifattura del fodero che conteneva la spada, e l’elsa di oro massiccio.

La donna con fare disinvolto, legò il cavallo a un albero e si approssimò al cospetto del cavaliere e vedendo che continuava nelle sue faccende ed avvertendone il fiato spezzato, quasi provocatoriamente mantenendo comunque un tono affabile disse:- Come vedi, non ho paura. E tu hai paura?-

Il cavaliere sorrise:- Come posso avere paura di una bella Dama?-

– Grazie Cavaliere .- intanto la mano dell’affascinante donna  stringeva l’elsa della spada.

Sempre mantenendo lo sguardo sulla selvaggina ripulita la faceva a pezzi, con un ghigno sul viso il teutone rispose:  – Mi volete forse attaccare?-

– No.- rispose con voce sicura la donna, mentre dentro di lei voleva solo sorridere.

Il teutone pur evitando di guardarla negli occhi era comunque molto affascinato da quella figura, e pur rimanendo sulle sue cercò di far vedere che conosceva le buone maniere: – Avete scelto voi di avvicinarvi. Che cosa posso fare per voi?-

– Potrei essere vostra ospite. – rispose ammiccando la donna.

– Se volete condividere il pasto, aiutatemi. Cercate delle erbe, o prendete altra legna.- osservò le mani della donna lisce, ben curate e nel medio sinistro notò un anello dalla foggia particolare, due serpenti annodati con al centro un sole circondato da nove pietre di diverso colore. – O forse non siete abituata alle faccende, dato il vostro apparente lignaggio?

– Io faccio ciò che serve Cavaliere, la nobiltà appartiene all’Essenza e all’Anima, il resto è forma.- E si allontanò a raccogliere della legna nel vicino bosco, mentre l’uomo era pensieroso e si faceva mille domande sullo strano incontro.

Il giorno volgeva all’imbrunire e la donna finalmente ritornò con la legna richiesta.

Il cavaliere che aveva atteso con impazienza il suo ritorno per mettere su lo stufato, era un po accigliato, e quando la vide apparire esordì:  – Ce ne avete messo del tempo.-

– Il Tempo è un granello di una clessidra infinita. E’ un Signore che esige rispetto, poiché è prezioso… e si sedette accanto al fuoco, e vi mise dei ciocchi di quelli che aveva raccolto per alimentarlo e poi estrasse delle erbe che porse al cavaliere facendogli cenno che li poteva aggiungere allo stufato. Ogni gesto rivelava solo una soave grazia.

Il cavaliere, borbottando qualcosa fra sé, infilò la lama nello spiedo staccò un pezzo di lepre, lo adagiò su una foglia di fico e la porse alla donna:- Ecco è per voi.-

– Grazie cavaliere che mi onorate con questo pasto e della vostra compagnia.-

– Penso che sia arrivato il momento che mi riveliate il vostro nome gentile Dama.-

– Zoe. E il vostro?-

– Alexsander di Hohenstaufen.-

I ciocchi scoppiettavano e il crepitio riempiva il loro silenzio; avevano finito il loro pasto ambedue guardavano le fiamme. A un tratto Zoe incominciò a cantare nella sua lingua natia una melodia, si tolse i calzari, si alzò, ondeggiò prima lentamente i fianchi, le mani ondularono e disegnarono nell’aria figure, i passi erano lenti, morbidi, i piedi ben aderenti sulla terra eseguivano ora un moto circolare ora sinuoso. Il corpo si liberava, fluido il busto eseguiva delle linee serpeggianti per poi imitare accompagnata dalle braccia il volo di un uccello, dinamicamente muoveva il bacino e lo sguardo si accendeva confondendosi con le fiamme del fuoco. Alexander era attonito, aveva visto nelle taverne in terra Santa una tal danza ma nulla di così straordinario e mirabile, la voce di Zoe aveva acceso il suo cuore e ogni battito era sincrono alla mistica melodia del canto, era come se non ne avesse completamente il controllo, avvertiva un calore interno, un fuoco che lo incendiava fino a cancellare qualsiasi pensiero; non riusciva a sfuggire alle sensazioni che provava. I movimenti ritmici della danza aumentarono e il corpo della donna irradiava energia, girò in senso orario e in senso antiorario su se stessa e intorno al fuoco, incrociò le braccia e le mani davanti al volto armoniosamente per poi farle scivolare lungo il busto sinuoso che s’inarcava indietro, i capelli leggeri si adagiavano per terra, risalì lentamente e plasticamente s’inginocchiò fino a racchiudersi in un bozzolo, ultimando così il suo canto.

Alexander trasalì, in un subbuglio di emozioni, attonito pensò: sogno o realtà?

Zoe alzò il busto, allungò le braccia verso l’alto, mise una mano sul cuore e l’altra in direzione del terzo occhio, chinò la testa, carezzò poi le fiamme, cercando il suo sguardo disse: – Dimmi cavaliere cosa ti turba del fuoco?-

Alexander tramortito cercò di ostentare sicurezza e non sfuggì lo sguardo: –  Mia Signora non comprendo cosa volete dirmi. Sento solo che devo rispettare ciò che siete e forse non sono neanche degno di stare al vostro nobile cospetto. La vostra fiamma è troppo grande affinchè io la possa accogliere. Ditemi come posso servirvi con onore. –

La donna accennò un sorriso e seriamente disse: – Voi avete dimenticato l’onore. In voi l’ombra ha creato melma viscida. Il vostro cuore è di pietra. Per il momento non dirò altro. E’ giunto per me il momento del riposo.-

Il cavaliere supplicante: – Continuate vi prego, non state in silenzio.-

Zoe con tono paziente: – Nel mio silenzio è scolpito il glifo del secretum…-

Alexander rimase perplesso, il suo modo di parlare da un lato gli sembrava oscuro ma dall’altro aveva solo il desiderio di ascoltare la sua voce melodiosa che aveva la capacità di confondersi con il suo battito, quindi candidamente e spinto da cogente passione proseguì: –   Il mio cuore vacilla al vostro cospetto, non vedete? Sto cercando la fiamma del vostro sguardo, vorrei sostarvi e perdermi..-

– La vostra favella è ambigua. Voi non siete un degno guerriero seppur siate molto vicino al Gran Maestro, molte volte avete tradito voi stesso, la vostra fede, il vostro onore.-

Alexander, udendo quelle taglienti frasi seppur proferite con un tono affabulante,  si sentì offeso, ebbe uno slancio d’ira, si alzò ritto in piedi e le puntò contro la sua fulgente lama. Zoe non lo temette, non si scansò:- Ecco chi voi siete – disse con tono deciso – l’Ombra della Morte dell’Anima. –

– Voi siete un infedele, strisciate serpe, infida. Io non vi temo! Sono qui per giustiziarvi! – stava per sferrare un colpo proprio all’altezza della testa, ma non vi riuscì.

– Ho bevuto alla fonte di Osiride e sono pronta per ascendere. Più volte sono morta per divenire. Ho visto lo scorpione, ho accolto il suo abbraccio, divenni serpente e pesce fino a mutarmi in aquila. Più volte mi sono congedata dalla vita e mi sono trasformata in un grande albero di tasso. Voi invece avete imboccato per codardia la via del dormiente, vagate cieco con addosso l’odore della putrefazione e dell’aridità.- Con un elegante gesto Zoe scostò lentamente la lama dal suo bel collo, Alexander era pietrificato tanto da far cadere a terra la sua possente spada, cadde sulle ginocchia e urlò:- Io non sono degno di perdono! –

– Finchè sarete legato alle catene della falsità e del bieco orgoglio, all’ira e non riconoscerete quello che siete facendo pubblica ammenda, sarete solo l’Ombra nera della Morte.-

Il cavaliere lanciò ancora un grido disperato e furibondo, si sforzò di piangere, ma non scorrevano lacrime dai suoi occhi nocciola.- Perdonatemi, Perdonatemi!-

Zoe non curante del tono supplichevole continuò: -In voi non sento alcun pentimento. Navigate nel mare torbido della menzogna e della falsità. Mi vedete come una nemica, tutto intorno a voi è spettrale. La colpa vi fagocita e rende putride le vostre radici.-

Alexander prese la testa fra le mani come a volerla schiacciare, il volto divenne livido; Zoe non lo fermò, fissò solamente la sua pupilla fino a sfiorarne l’anima, vide un piccolo bagliore, ma non volle sprecare la sua fiamma per condurlo verso la Luce; non era giunto il momento.

– Che cosa vuoi che io faccia, Donna? – disse iracondo.- Ho conosciuto solo l’odio fin da giovane. Sono stato educato e temprato alla violenza per apprendere il rispetto; mio padre mi ha allontanato da casa per insegnarmi a vivere come un guerriero. Ho servito prima la mia casa e ora servo l’Ordine. Ho indossato la croce nera per volere di mio padre. Ho prestato con onore il giuramento: Gott mit uns (Dio è con noi), e in terra Santa quando mi lanciavo nelle battaglie cercando la morte dicevo: Deus nobiscum.  Affondavo la mia lama nelle carni del nemico, più il sangue sgorgava a fiotti e più m’inebriavo dell’odore della morte; l’avevo addosso, la bramavo e m’immedesimavo nell’ultimo respiro esalato dalla mia vittima sghignazzando beffardamente. L’odio mi permetteva di sopravvivere alla mia non vita. Sì, le mie mani sono imbrattate, sporche, prigioniere di acque paludose e lì forse ci sono i miei sogni. Non ho tradito il codice del guerriero. Sono andato in soccorso dei miei fratelli più volte, ho condiviso con loro l’onore delle armi, ne ho salvati molti, ho ingoiato la sabbia pur di non offenderne il valore e la virtù. Sono stato messaggero di pace per conto del Maestro Ermanno di Salza, presso i notabili e guerrieri arabi. Non ho tradito né la chiesa nè tradirò mai il nostro imperatore Federico II. Io ho servito, ma io sono stato tradito più volte, allontanato, criticato, giudicato in maniera iniqua, non ascoltato.-

Zoe lo ascoltò attentamente e la sua risposta fu detta con parole ben scandite affinchè esse potessero attraversare la corazza del suo interlocutore come saette di luce: – Voi parlate di servire, di tradimento, di virtù ma non ne conoscete il vero sapore. L’anima è corrotta, imbrigliata nella rete della falsa umiltà che molte volte avete ostentato. Non siete un guerriero perché non avete mai riconosciuto la fragilità di esserlo, la dignità non è da confondersi con l’orgoglio, avete solo denigrato sia voi stesso che coloro che vi circondavano. Non conoscete minimamente la compassione, non sapete agire incondizionatamente. Voi stesso siete la causa del malessere che ha avvelenato la vostra misera esistenza. La vostra forma è vuota e non vedete l’Essenza del vostro onorevole mandato.-

Alexander paralizzato, in ginocchio, con le braccia simili a rami secchi che scendevano lungo il tronco con voce sofferente e rabbiosa: –  Io credo nella fratellanza nonostante tutto, e non posso fare a meno dei miei compagni d’arma che rispetto!-

– Ancora una volta siete un mendace! Voi avete solo paura della solitudine, del deserto che attraversa la vostra anima che ormai è lastricata di vendetta, invidia, odio, furia e giudizio; per codardia non vi azzardate a guardare oltre le sbarre della prigione che abilmente vi siete creato grazie al simulacro del vostro vittimismo. Voi  vi ponete come non nato, orfano dell’esistenza.-

Il cavaliere scuotendo la testa: –   No, io esisto e sono! Voi con le vostre parole avete solo giudicato! Io sono capace di sentimenti veri, sono capace di abbeverarmi alla fonte dell’Amore. Un tempo ho amato, ma costei è morta, il dolore mi ha talmente lacerato che non ho avuto altra ragione per vivere.-

– Mendace! Non avete mai amato se non voi stesso, avete barattato le emozioni con moneta falsa! Avete ricevuto solo oro da chi avete avuto la fortuna di incrociare sul vostro cammino di cavaliere, lo avete arraffato avidamente dimentico della mano che ve l’ha donato anzi, vi siete sentito ricattato in nome di un vacuo idealismo. Avete adulato, ingannato, uomini e donne. Voi parlate di Amore? Sì lo avete conosciuto, usato, rubato, ad una fanciulla che vi ha donato il suo cuore ignara del male che avrebbe ricevuto. Voi l’avete rinnegata lacerandone l’anima!-

Alexander non riusciva più a controbattere, lo sguardo era truce, le vene del collo taurino erano gonfie come se dovessero scoppiare, le spalle curvate e le mani strette in pugni affondavano nella terra; respirava a fatica, ebbe la forza con un filo di voce di dire: – Che cosa posso fare? Non ho scelta.-

– C’è sempre una scelta, un nuovo sentiero da percorrere per recuperare l’onore, l’umiltà, il cuore, la vita, la Luce.-

– Voi me lo potete insegnare?- disse implorante.

– Non posso insegnarvi ciò che è già scritto in voi. Nella grazia e nella sofferenza della solitudine sono disseminati i simboli della rinascita. Questa notte sognerete, lì troverete la vostra chiave persa fra la veglia e il sonno. Ora lasciate che anch’io riposi.-

Zoe si distese e con il calore della fiamma si addormentò serena. Il cavaliere era tormentato, non era capace di sedare il suo animo, troppe parole erano state dette durante la notte; non riusciva ad alzarsi, fissò le fiamme così a lungo che gli sembravano altissime, insormontabili, voleva  sfuggire a quel muro infuocato che avevano creato attorno a lui;  aveva paura che lo ingoiassero per trascinarlo nell’abisso. Si sentiva avvolto da un vortice, man mano le fiamme scomparirono per lasciar posto al buio l’affanno fece spazio alla resa incondizionata; s’inginocchiò, chinò il capo e pianse lacrime che non aveva mai versato, ebbe il coraggio di alzare lo sguardo arrendevole e vide una luce bianca cangiante dall’oro all’argento, una voce sussurrò: Da due nature e da una sola essenza proviene Tutto. Questa è l’acqua d’argento, l’ermafrodito maschio e femmina.

La notte era trascorsa Zoe si destò raggiante, e incrociò lo sguardo del cavaliere:- Avete una luce diversa nello sguardo. Le vostre labbra non vedono l’ora di proferir parola. Vi ascolto.-

– Non ho dormito. Non ho compreso cosa è successo e certamente non mi aspetto che mi darete delle spiegazioni in merito. Non so se era un sogno, ho visto però una figura che era doppia: uomo e donna. Qualcuno nel buio ha parlato ma non ricordo le parole. Adesso ho la sensazione di un benessere che non avevo mai provato, mi sento come se fossi con il cuore pieno, trabordante di emozioni, oserei dire felice di essere qui. Le ombre mi sembrano diradate al mio sguardo. All’alba ho guardato il cielo, infine mi sono soffermato su ogni particolare del paesaggio che ci circonda, ho percepito colori vivi, ho avuto il piacere di ascoltare i rumori armoniosi della natura. Tutto m’inebria e mi stupisce. Ecco, non so dirvi altro.-

– Avete lambito la forza e la benevolenza della vostra scintilla. Ora spetterà a voi scoprire il sentiero che vi condurrà a vivere l’Amore dell’Uno. La via da intraprendere è irta di difficoltà, solo chi non è saggio, chi non è falso, chi non è debole potrà percorrerla. Thot ha detto: “Conservate e difendete l’indicazione del Primordiale: Trova nella tua vita il disordine e distruggilo! Equilibra e ordina la tua vita… Vinci con il silenzio l’abitudine di parlare troppo. Dirigi il tuo sguardo sempre verso la Luce! Quando sarete degni, sarete uniti con il vostro Maestro! E dopo sarete uniti con il tuo! Ricordate i Miei comandamenti! Conservateli e realizzateli ed Io sarò con voi aiutandovi e accompagnandovi verso la Luce! Esci dall’oscurità, diventando unito con la Luce! L’uomo deve tendere a diventare il Sole Divino. Segui questa Strada e diventerai Unito con l’Intero! La Luce viene da coloro che si sforzano. È difficile la Strada che porta alla Saggezza, è difficile la Strada che porta alla Luce. Troverai tanti sassi sulla tua strada, tantissime montagne dovrai superare sulla Strada verso la Luce. Ma sappi, o uomo, che accanto a te camminano sempre i Figli della Luce. Il Loro Sentiero è aperto a tutti, è aperto a colui che camminerà nella Luce!” . Io sono terra e fuoco, ti accolgo come la mia ombra. – Si alzò in piedi e con tono confidenziale e accogliente disse: – Vinite da me.-

Il cavaliere si alzò, fece un paio di passi reggendosi a mala pena sulle gambe, s’inginocchiò:- Al vostro cospetto io m’inchino.-

– Alzatevi cavaliere, desidero abbracciarvi- Così fece e Zoe continuò:- Abbraccio il mio dolore antico, la Morte, l’ira e mi congedo da essa per rivivere.-

Alexander stringendo a sé Zoe comprese la bellezza del dono che stava ricevendo e si commosse.

– Voi tradirete ancora ciò che siete, dimenticherete ciò che avete vissuto oggi. Io vi ringrazio.- Gli volse le spalle e raggiunse il suo cavallo, lo montò.- Addio Cavaliere. Io sono Amore. “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una.”

– Non andate via, vi prego, sarò di nuovo ceco …- disse mentre guardava Zoe che senza voltarsi era salita con agile grazia sul suo cavallo.

– Il mio compito è finito. Addio.-

Zoe si allontanò felice …

 

Maria Angela D’Agostaro

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