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Sound Mirror – Navigazione sonora tra le ombre dello specchio – di Monica Maria Seksich

4e559ecb-53fa-4665-a1b0-3546c87ae246La seconda puntata del viaggio tocca un tema che ha sempre stimolato i musicisti: lo specchio.
Anche questa volta scoprirete echi degli anni 80 e 90 assolutamente originali ed emozionanti, come lo specchio, il nostro altro, il nostro doppelganger, merita.
Ora, pensate intensamente al colore verde e fatevi avvolgere dalle ombre dello specchio, un intervallo di quinta al momento opportuno vi svelerà i segreti della materia… forse.
Il primo doveroso brano, su cui ho fluttuato volteggiando per due decenni è il magnifico Sound Mirror dei Clock DVA (https://youtu.be/31BjwrVl_xk?list=PL3pRxQINhnPJFF8zspKVlfZ6ODjpwH73v) dall’album Buried Dreams del 1989, un capolavoro cyberpunk assoluto.
La voce di Adi Newton scandisce ossessivamente questo mantra, avviluppandoci in una atmosfera ipnotica e rarefatta dove il suono è visione e la visione è suono:
“Puoi vedere/Potete vedere l’eco/Puoi sentire/Riesci a sentirti/un abbraccio di vetro/emette rifrazioni/io posso vedere/apparizioni fonetizzate/Guardo dentro/Risonanza assoluta / Sonant Spectre/Puoi vedere/L’imitazione di rumore/Puoi sentire/Riesci a sentire l’immagine”
Ecco lo specchio, che sempre ci mostrerà noi stessi capovolti, inversi, sbagliati, ci costringe a scambiare i nostri emisferi e ci porta nel regno dell’Annwn, in visita al Re-che-ama-danzare in eterno, fino allo sfinimento.
Chi si ricorda le danze davanti allo specchio negli anni 80? Forse non era solo narcisismo: era straniante e misterico osservare i corpi ondeggiare sotto le stroboscopie. Danze Menadiche venivano impresse così nella mente, e lo specchio ci rimandava la furia del Monte Pelio, con un sottofondo come questo: (https://youtu.be/nUIZG_habI4?list=PL3pRxQINhnPJFF8zspKVlfZ6ODjpwH73v) Deine Lakaien ‎– Deine Lakaien,1995.Il suono è inesorabile e martellante, il testo è forse influenzato dall’allora conflitto balcanico in corso: “Poi si spegne la luce/guarda in uno specchio/“Fammi vedere il mondo! Mostrami il mondo!”/un camion pieno di dinamite/guidati da volontà di suicidio/e uccidere, e uccidere e uccidere”, oppure è profetico, e guardare dentro lo specchio ci guida all’intuizione rettile di ciò che è in divenire? Il nostro doppelganger ha forse notizie fresche da un universo parallelo?
Facciamo un piccolo passo indietro. Il rock ci porta verso una visione ancora differente. Il rocker è un outsider, lo specchio è qualcosa che rimanda un’immagine distorta e insincera, e prende le distanze (https://youtu.be/Z4Nf6gYn4rY?list=PL3pRxQINhnPJFF8zspKVlfZ6ODjpwH73v) con i Love and Rockets, Mirror People (1987)
c9ab05f2-6eb9-4017-b2b5-8817bd4ba36bI’m so happy with my feet on the ground/So happy, my head spins around/Quite content to sit on this fence/Quite content now a little bit older/The mirror people one day shall be free/The mirror people laugh at you and laugh at me/The mirror people, know not how to cry/So they scream, the mirror people scream inside, e in più ci butta un paio di battute ironiche sul rapporto cristiano con lo specchio, niente di cattivo, ma si sa, il rocker è sanguigno e certe ipocrisie tolgono ritmo alla batteria.
Ancora un passettino indietro, forza forza vi faccio camminare a ritroso, ma certi suoni dei favolosi Eighties nascono nei favolosi Sixties: ed ecco la splendida Nico con I’ll be your mirror (https://youtu.be/ZudHYTya-dQ?list=PL3pRxQINhnPJFF8zspKVlfZ6ODjpwH73v), 1967, brano epocale scritto dal poeta Lou Reed, “Sarò il tuo specchio/Rifletti su ciò che sei, se non lo sai/Sarò il vento, la pioggia e il tramonto/La luce alla tua porta per dimostrare che sei a casa/Quando pensi che la notte ha visitato la tua mente/Che dentro sei contorto e cattivo/Lasciami in piedi per dimostrare che sei cieco/ Metti giù le mani perche io ti vedo/. Un brivido, e sempre più in fondo, dopo avere attraversato l’ombra, riappare una luce vibrante e tuttavia umana.
Altro salto nel tempo, e le seduzioni dello specchio tornano nel 1984 con Dali’s Car (The Waking Hour), album leggendario, con il singolo The Judgement is the Mirror (https://youtu.be/MMaXZxPTUBY?list=PL3pRxQINhnPJFF8zspKVlfZ6ODjpwH73v) Il peccaminoso basso fretless di Mick Karn, unito all’oboe si insinua dentro le nostre vertebre, riscrivendo intere partizioni dell’amigdala. Non potete fare propositi virtuosi dopo avere ascoltato questo pezzo, anche se il testo è spietato: “L’umanità è giovane e sicura/Il giudizio è lo specchio/Madre Natura e tutto il suo lavoro/Il giudizio è lo specchio/Il mondo ci confronta incatenandoci/Il giudizio è lo specchio/Le spade di uomini che criticano/Il giudizio è lo specchio/tutto questo usiamo per alimentare il nostro orgoglio Il giudizio è lo specchio” . Ma se c’è di mezzo il basso sensuale di Mick Karn anche la Nuda Veritas può essere seduttiva.
Adesso spostiamoci verso il mito, all’orizzonte l’adamantina freddezza del vetro, su una musica siderale. Anno 1977: Album Trans Europe Express. Ecco a voi i Kraftwerk, i musicisti che hanno di fatto inventato il pop elettronico, con la stupenda “The Hall of Mirrors” .(https://youtu.be/EaWDtP6dWD4) In questa cristallina elegìa lo specchio ci rimanda la nostra interezza e i nostri frammenti: “Egli ha scoperto un riflesso di se stesso/Anche le più grandi star si scoprono nello specchio/A volte ha visto il suo vero volto/E a volte un estraneo al suo posto/Anche i più grandi stelle trovano il loro volto nello specchio/Si innamora dell’immagine di se stesso/e all’improvviso l’immagine è distorta/Anche le più grandi star non amano se stessi nello specchio/Ha creato la persona che voleva essere/E si è trasformato con una nuova personalità//Anche le più grandi star si cambiano nello specchio/L’artista vive nello specchio/Con gli echi di se stesso/Anche le più grandi stelle vivono la loro vita nello specchio”
3d4316ad-a1cc-470c-b995-14e16ad64454Anche il metal esplora il mondo altro, il riflesso d’ombra: in questo fantastico pezzo dei Korn, ‪Break Some Off, dall’Album “Take a look in the Mirror”, 2003 (https://youtu.be/Y00Y0l6vD6o) la musica ha due parti distinte che si alternano: il fair play, la facciata, il tutto va bene di “Io vivo senza te/Penso che tutto andrà bene/Penso che sia difficile mentire/e realizzo che niente deve rimanere dentro” ma poi esplode il disagio “Sto per spaccare qualcosa/mi sto fottendo la mente/Sto per spaccare qualcosa/Mi sento Mi sento bene/Sto per spaccare qualcosa/ No, non andrà bene/Sto per spaccare qualcosa” Davanti allo specchio alle volte è impossibile mentire, ci obbliga alla riflessione, ma non può contenere la rabbia che ci invade quando la verità appare. Forse è questo il motivo per cui la superstizione popolare dice che uno specchio rotto sono sette anni di guai. Quel doppelganger a pezzi non perdona. Ne sa qualcosa Edward Ka-Spel (Legendary Pink Dots) che pubblica Mirror Soul (Eyes! China Doll, 1985) (https://youtu.be/ZXfJ70AJkl4?list=PL3pRxQINhnPJFF8zspKVlfZ6ODjpwH73v) corredato da un video che per il periodo era di livello estremamente buono. Lo specchio in questo caso diventa una Porta, una transizione nel buio; un buio illuminato da occhi che ci spiano “You may be feeling lonely – but, be assured, you’re not alone. Everywhere, China Doll, there’s eyes …”
Lo sguardo verso lo specchio è qualcosa di intimo, personale. Se lo dividiamo con altri non possiamo essere totalmente sinceri, diventiamo sfuggenti, imbarazzati, poiché quello dello specchio è lo sguardo più privato che abbiamo verso noi stessi, il regno delle nostre percezioni e dispercezioni. Nel bene e nel male, rivela la nostra alterità. Ma se lo specchio diventa uno specchio d’acqua, ecco che la dolcezza di Arvo Part in ‪Spiegel Im Spiegel, 1978, ci riposa dalle nostre ombre fosche. Qui su questo specchio (https://youtu.be/nS0FPVOU5e0?list=PL3pRxQINhnPJFF8zspKVlfZ6ODjpwH73v) possiamo immaginare le gocce di pioggia creare cerchi concentrici, e brezza a increspare la superficie… e con Max Richter, ‪The Art of Mirrors (https://youtu.be/NvMLLIKBJkg) 2006, preparate il vostro cuore ad una esplosione di sentimento sublime!
Monica Maria Seksich

Echolalia peregrinante, nomadismo musicale attraverso l’eco – di Monica Maria Seksich

Dice Wikipedia: “L’ecolalia è un disturbo del linguaggio che consiste nel ripetere involontariamente, come un’eco, parole o frasi pronunciate da altre persone.
Il disturbo è presente fino al 75% nelle diagnosi di c836139a-b755-449f-8387-40080a6d5358autismo, ma è anche presente nella Sindrome di Tourette, nella schizofrenia e, occasionalmente, in altre forme di psicopatologia. Quando il fenomeno si presenta involontariamente è considerato un tic. È caratteristico dei bambini, che tendono ad apprendere i vocaboli per imitazione.“
Come ogni artista e creativo, tendo a trovare affascinante e ad associare ogni comportamento disturbante a una creatività inespressa o ancora in latenza. Non credo che sia un caso che, in uno dei periodi più creativi a livello sperimentale musicale, ovvero dalla metà degli anni 80 alla metà circa degli anni 90, ovvero la scena industrial-goth-wave e la scena EBM (Electronic Body Music) si sia fatto un uso assolutamente generoso e originale di effetti fonici basati sull’eco, e le suddette scene hanno ampiamente lavorato sul concetto di “disturbante”. Dai ThrobbingGristle agli SPK, dai Clock DVA ai Coil, un mondo musicale intero ha ruotato, preso ispirazione da deviazioni, trasgressioni, fenomeni psicopatologici, producendo un affascinante viaggio all’interno dell’Ombra, del misticismo, del disagio. Anche la sottoscritta, quando cominciò a costruire pezzi sul sequencer dell’ASR10, fu sedotta dall’Hypnòs del delay applicato alla costruzione musicale stessa.
La prima seduzione a onor del vero fu nel 1972, quando con la corale dei Piccoli Cantori di Torino andammo al Concorso Nazionale per Cori di Voci Bianche a Prato, e il compianto Maestro Goitre ci fece improvvisare un canone all’interno del Battistero di Pisa, sfruttando proprio l’eco e il ritardo sonoro presente nella cavità vuota del Battistero. Fu sublime, seducente e immaginifico. Il Battistero ripeteva le ultime note di ogni fraseggio e noi costruivamo arditamente l’armonia. Questa esperienza mi portò in seguito a riflettere sulla sensazione di spazio, di ampiezza che è propria di Eco. Eco è voto di vastità (cit. Bergonzoni).
Eco è respiro, spazio, non-frammentazione, puro suono che ritorna, l’unico modo che abbiamo per ascoltare naturalmente la nostra voce, senza artifizi registrati.
Ascoltate questo: Mountain Nights (HegyiÉjszakák), mvt. 1 – ZoltánKodály https://youtu.be/4eSCkCWKpMw
Eco è vuoto; e nel vuoto è Dio. Pensateci bene, non vi è eco senza spazio vuoto, senza ri-verbero (il verbo che risuona).
Nella seconda metà degli anni 80, dopo che la new wave e il post punk avevano esaurito la carica malinconica e forse un po’ autolesionista (JoyDivisiondocet) sì apri un fermento spirituale e mistico nel mondo musicale, di cui forse i più noti e rappresentativi furono i meravigliosi Dead Can Dance, che qui potete ascoltare nel brano Echolalia https://youtu.be/1Y9xzA86RCs
tratto dal superbo “The SerpentEgg” del 1988, dove la loro ricerca spirituale ed esoterica raggiunge vette a dir poco sublimi.
Ma già i Pink Floyd (altra band di grandissima levatura spirituale) nel 1971 proponeEchoes(Album “Meddle) che ci porta etereamente/etericamente in trascendenza iniziando con una nota di pianoforte acuta (Si) e ripetuta varie volte (l’effetto è la nota d’eco di un sonar, ottenuto mediante il passaggio del segnale dello Steinway di Rick Wright in un Leslie)… deliziatevene amici miei
https://www.youtube.com/watch?v=WxXgzwhHCuU.
Qualche anno più tardi altri artisti celebrano l’eco, addirittura usando come nome della band (ah, il mantra, la ripetizione, prima forma di magia!) e sono gli Echo& the Bunnymen e qui vi porto verso il più misterioso degli echi, quello lunare. Qui potete ascoltare The Killing Moon (dall’album Ocean Rain, 1984)
https://youtu.be/LWz0JC7afNQ.
03d793ec-cbe2-447c-ac07-26519bc73222Fatevene avvolgere come da un mantello blu notte.
Anche il rap quando vuole uscire dalla dimensione materialistica e avvolgerci con struggenza usa l’eco: ascoltate il bellissimo inzio di Youth Of The Nation dei P.O.D. (Satellite, 2001)
https://youtu.be/EDKwCvD56kw
Sul fronte EBM/industrial l’eco diventa pedale ossessivo, dimensione rituale, coro greco, mistero.
Perdetevinell’eco. Affrontate il rimbombare della caverna, del vuoto, le ombre, le illusioni.
La musica vibra attraverso le nostre vertebre, inesorabile. Il gocciolare ritmico dell’attacco di Plague di The Klinik (Plague, 1987)
https://youtu.be/vK-4iIWZ8M4
ci porta verso percezioni ancestrali, solitudini selvagge, ulteriormente esplorate in Sleepwalking (Klinik, The Klinik, 1988)
https://youtu.be/yHEjk3tTDpk
dove il delay ossessivo ci porta a dondolare ipnotizzati, dormienti ma svegli, o forse svegli ad altre percezioni.
Anche il metal percuote e ripete: il ritmo ossessivo dell’attacco di Gently – Slipknot(dall’album Mate. Feed. Kill. Repeat. – guardacaso – 1996)
https://www.youtube.com/watch?v=3QIGeNqi6l0
quell’eco tribale e misteriosa lascia il passo all’urlo primordiale. Urlo senza eco: sei in prigione, in una gabbia piccola, ti manca l’aria, non percepisci più la sontuosità dello spazio, tutto diventa piatto stridente e tu batti i pugni rabbioso verso la bara che ti chiude…
L’EBM esplicita un paradiso metallico con Front Line Assembly “Right Hand Of Heaven” (Convergence, 1991)
https://youtu.be/oTLkE-656XA?list=PLxxLBE6-fIBVRQtMO2FaPEM5qPeP3llir
ascoltate l’eco finale trascinarvi verso rotte sideree ed eteree, oppure fate un bagno di sensualità con Chris &Cosey – DrivingBlind (Songs Of Love &Lust – RoughTrade, 1984)
https://youtu.be/by-fZiJLvzI
l’eco ossessiva del synth ci trascina in una fluida trance estatica; la voce lussuriosa di Cosey Fanny Tutti a un certo punto canta “I…I…I” (IO, IO, Io)… O forse ego, ego, eco, eco… Sì, nel ritornare indietro è il segreto di Eco, perché Eco è ciclica, perciò eterna, il rimando della vibrazione cosmica di fondo, il Do principio delle cose, Dò come dò, io dono, rilascio (non a caso in musica il delay viene costruito sul tempo di rilascio).
Nel mito Eco muore diventando solo voce: ma questa è la lettura che diamo noi. Eco non muore, ma trova se stessa nella ripetizione, che, come dice James Hillmann, è una delle qualità dell’Arte. Assaporate la rinascita di Eco nell’ultimo ipnotico meraviglioso pezzo del viaggio: una delle più talentuose artiste italiane, eccellente chitarrista, Lili Refrain, nel suo brano Ictus
https://youtu.be/1_gDONy14xI
(Album “9”, 2010) un brano fatto solo con pedale ed echi registrati in tempo reale (loop) con cui lei costruisce il brano. Un pezzo potentissimo (vista dal vivo, alla fine urlavamo tutti come pazzi). La Dea si è finalmente ripresa il suo suono….
Monica Maria Seksich

To Kill A Dead Man: il classico senza tempo dei Portishead – di Giuseppe Mazzola

to kill a dead man poster copiaC’è una soluzione uguale e contraria alla musica Techno dilagante nei primi anni novanta, è il Trip-Hop, o Bristol Sound, dalla città in cui ha origine per opera di virtuosi musicali come i Massive Attack. Pubblicano nel 1991 “Blue Lines”, genesi/capolavoro indiscutibile di questo genere, senza tempo, oscuro, viscerale, mescola le atmosfere sensoriali del viaggio (il “trip”) con le torbide quanto oniriche frenate dei ritmi hip-hop e house.
In questo filone musicale e visionario, spazio e tempo vengono volutamente rallentati, stravolti nell’ossessione cerebrale, un ponte ma anche un anello di congiunzione, tra metodica ed evocazione.
Con cupe note, si muovono i Portishead, gruppo che porta il nome del paese di origine di Geoff Barrow (polistrumentista) e Beth Gibbons (cantante), al quale è bastato un solo progetto artistico per confermare lo spessore erudito della corrente Trip-Hop.
L’idea artistica del progetto che sta alla base della formazione del gruppo, rispecchia tendenze compositive e produttive più vicine a un MovieConcept  degli anni sessanta che alla costruzione di musica radiofonica o quantomeno da scaffale.
Tutta la loro produzione (in termini di pubblicazione scarsa purtroppo: 3 album in studio in 14 anni, il cui ultimo, “Third”, risale al 2008) si basa sull’idea del Classico Moderno, dove la musica e ogni sua parte, dal ritmo allo strumento musicale, evoca la distorsione dell’attimo, creando atmosfere senza tempo, in permanente bilico perfetto tra passato e futuro. Ciò che il gruppo inglese immagina e costruisce è un film in bianco e nero realizzato con le tecniche più moderne e all’avanguardia. Ma solo nello sfruttamento della metodologia di registrazione e post-produzione, perché quello che ne viene fuori a ogni brano prima, e nell’accettazione più ampia di Album dopo, è un Concept estremamente ermetico e cupo, completamente devoto al cinema noir e alle spy-story macabre e surreali, nelle quali suono e immagine si fondono per divenire colonna sonora di una psicosi soggettiva e mai chiara fino in fondo.
Viene a galla in questo senso il pensiero dei Portishead, la manifestazione razionale del disagio freudiano col mondo esterno, che nel sogno e attraverso le sue decadenti visioni, veicola le musiche del gruppo inglese verso scenari costruiti sul paradosso romantico della desolazione, è il film del tempo e dell’esistenza, immaginato e impaginato secondo note e suoni distorti, che affondano le mani nel soul come nell’hip-hop, riscrivendo regole culturali che subito si infrangono nella possibilità/trascrizione di musiche indefinibili ma accettabili tanto quanto la probabilità di un pensiero e la sensibilità smisurate di un sogno.
Un brutto sogno forse, quantomeno inzuppato di inquietudine e malessere, le cui atmosfere evocative sono tipiche del più aberrante film senza colore.
Nel 1994, prima di entrare in studio per il loro primo album, i Portishead esplorano il cinema realizzando un cortometraggio: “To Kill A Dead Man”.
Il cortometraggio è un atto d’amore verso il vintage cinematografico proprio dello spy-movie più inspirato degli anni sessanta; dieci minuti di freudiana bellezza nella quale Geoff e Beth, oltre a curare anche le musiche che fungono da colonna sonora, ne prendono parte come attori.
Girato nei sobborghi di Londra, interamente in bianco e nero, “To Kill A Dead Man” rimarca il senso primo del progetto esistenziale dei Portishead: il classico moderno senza tempo.
Dieci minuti e poco più, nei quali si spiega e sviluppa la storia divisa in tre parti, come le regole del cinema insegnano e impongono nella loro accettazione più accademica.
L’assassinio di un uomo, tra algide architetture candide e desolate, in una Londra sospesa, vissuta ma non viva, segna l’inizio di una decadente nevrosi da parte della consorte, BethGibbons, che trova rifugio inizialmente nel dolore più istintivo, privo di domande e intollerante alle risposte. Tutto è un esclusivo dramma che lentamente si sposta dalla morte alla sofferenza dell’esistenza, nel cupo e inquietante buio di camere d’attesa, tra divani in pelle e vuoti spaziali che incorniciano la desolazione dell’onirica quanto possibile realtà omicida.
La vita come dolore, è una linea guida che deborda mostri e traumi nella seconda parte del cortometraggio.
La vita, costruita nella maturità del trauma, abbraccia il tempo in un incontro paradossale quanto logico nella sua forma d’essere: siamo in una stanza bianca, luminosa, irradiata da una luce irreale.
La donna è in bilico tra il vissuto e le possibilità, la traumatica colpa corale che unisce il suo passato allo sconcertante approccio insano che riserva al suo futuro, si fondono e si alternano in un’altalenante gioco/scontro temporale; un’ossessione di tempi che sfumano l’uno nell’altro, si inseguono ricordi, si mescolano con i sogni, si confondono e si ripetono, tra bugie e parvenze.
Portishead 1
L’uomo morto è vivo, l’uomo morto è morto, l’uomo morto la vuole morta e bang!…. le spara.
Quel bianco la acceca, il terrore psichiatrico la inghiotte, un grosso verme generato dai ricordi divora la sua coscienza e scava… tra i suoni tipici degli spaghetti western anni sessanta, ampie sezioni di arpi e cupi sintetizzatori che spingono la modernità produttiva dell’elettronica del gruppo verso scenari vintage in via d’esplorazione.
Se l’idea-cardine è quella di rielaborare i vecchi motivi dei film spy e noir mescolandoli ai suoi rallentati ed evocativi del trip-hop e del jazzy-lounge, è nella manipolazione del tempo che sia il cortometraggio che le musiche del duo inglese creano il leitmotiv che deborda dal concetto artistico alla manifestazione esistenziale.
Il terzo atto del cortometraggio rappresenta la catarsi, artistica e cerebrale.
Una partita a scacchi con la morte, nel buio della coscienza, la consapevolezza di aver perso in partenza un gioco, la vita, le cui regole sono impossibili da trascrivere.
E’ la morale che manifesta la colpevolezza, la fragile accettazione delle ipnotiche ossessioni confuse che alterano il tempo e che dimostrano di esistere come alternativa salvifica alla follia.
La lucidità e la ragione, elementi lontani da questo mondo dove il sogno è un alibi, seppur permeato e trascritto su fogli morali sporchi. La dura battaglia del passato che fa a botte con il coraggio di identificare l’aspetto più criminale della propria natura nel futuro.
E’ questo forse uno dei motivi della compulsiva e schizofrenica rappresentazione “cinematica” dei Portishead; lo spettrale ricordo che sta alla base dell’identità è il carburante per attivare una macchina del tempo guasta, che salta di epoca in epoca, di ricordo in ricordo, mescola le età e le riordina in un quadro visionario che è l’allucinazione, come la partita a scacchi con la morte; un ricordo di sé che cerca soluzioni nell’omicidio, nella fine pilotata che rompe le regole della costruzione più tipica del senso di civiltà.
Un senso di ordine della natura, dove il tempo è il vertice di una piramide e di una gerarchia di esigenze vitali che relega lo spazio a un subdolo parametro di azione.
Quello che i Portishead omettono ma non negano è che codesta piramide è una tomba, entro le cui preziose e occulte mura si celebra un altrettanto confuso quanto ignoto e oscuro passaggio atemporale alla vita, quella di un al di là in fondo più plausibile come sogno che come credenza.

Portishead 2

In “To Kill A Dead Man” avviene uno straordinario incontro tra la realtà più scomoda e il pensiero più indegno. Entrambi i coniugi nel loro personale viaggio ubriaco nei meandri del reale allucinato, desiderano, pianificano e tentano di attuare l’omicidio l’uno dell’altro.
Il tempo così si dilata nella coincidenza, quella dell’incontro su due auto parallele e in senso opposto, entro le quali la morte, il cecchino, è amico comune e alleato muto.
Come muta è la realtà entro la quale i due si ostinano a non voler dare il vero nome: ossessiva allucinazione.
Il tempo narrato è un’accozzaglia nobile ed elegante di tempi onirici e attimi reali sciolti da un grande fuoco che ne logora gli angoli, graffia la superficie per lasciare in bella vista le ferite che il tempo stesso ha lasciato disordinatamente sulla loro armatura emotiva, scene di film che si ripetono all’infinito come condanne ossessive, interminabili e irreparabili.
La catarsi che si compie, tuttavia, è il giusto atto cerimoniale per celebrare il ritmo, oniricamente malato a tratti curato (senza risultati) nell’inconscio, di un processo compositivo e narrativo che nel lodare il tempo trova la formula per rendere ogni momento un istante senza tempo.

Mica poco, chissà cosa direbbe Freud.

Nota: E’ possibile reperire il cortometraggio “To Kill A Dead Man”nei contenuti extra del DVD “Portishead – Roseland New York”,  nel 1998. La colonna sonora è stata pubblicata nell’E.P “Sour Times (Nobody Loves Me)” nel 1994, entrambi i prodotti sono editi dalla Go”! Discs Ltd.

Giuseppe Mazzola

Ritmiche anni ’70 e scenari da crime movie all’italiana: The Smuggler Brothers lanciano il primo disco – di Renata Orlando

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Sono in sette e si ispirano a quella scuderia di compositori italiani che circa quarant’anni fa firmarono le colonne sonore di film come Milano Calibro 9 (Fernando Di Leo, 1972) Italia a mano armata (Franco Martinelli, 1976) e Napoli violenta (Umberto Lenzi, 1976). Definire gli Smuggler Brothers (tradotto: “fratelli trafficanti”) una band, sarebbe riduttivo: collettivo o all star band sarebbe più adatto dal momento che il progetto racchiude diverse personalità legate alla sempre più rigogliosa scena musicale del capoluogo siciliano.
Risultato? Una band “anomala”, dal suono dolcemente retrò, che potrebbe tranquillamente firmare la colonna sonora di qualche poliziottesco all’italiana degli anni ’70, evidenziando il concetto di “musica descrittiva”, dove lo spartito musicale si trasforma in una sorta di tela, su cui si compone per immagini.
Generi come il funk e il rock progressivo si uniscono dando vita ad una struttura originale, lontana da quei trand passeggeri trasmessi dai mass media.
Il gruppo nasce a Palermo per mano di Roberto Orlando (chitarra), Giorgio Piparo (batteria) e Vincenzo Nuzzo (basso) nel 2011. napoli_violentaDopo alcuni cambi dei componenti di passaggio, il gruppo diviene stabilmente un settetto, includendo così Giovanni Di Martino (tastiere), Claudio Terzo (sassofoni), Valerio Quartararo (tromba e trombone), Giorgio Trombino (chitarra solista, flauto, ecc) e Giulio Scavuzzo (percussioni).
Ogni componente è attivo da tempo nella scena musicale palermitana in formazioni stilisticamente diverse fra loro, come Urania, Furious Georgie, Burst-Up, Haemophagus, ecc. Condividono l’amore per l’old school funk, il jazz, il surf, il rock progressivo, nonché le colonne sonore del cinema italiano anni ’60 e ’70, un’epoca in cui compositori del calibro di Franco Micalizzi, Stelvio Cipriani, Piero Piccioni, Alessandro Alessandroni, Piero Umiliani e le Sound Library contemporanee in generale firmavano musiche spettacolari, che sorpassarono i limiti compositivi del cosiddetto “commento musicale” cinematografico. Questi grandi nomi, infatti, erano in grado di dar vita a una musica che attingeva tanto dalla tradizione classica europeasmuggler brothers_foto_SandroDiGirolamo, quanto dalle sonorità più accessibili del pop internazionale o del nascente jazz elettrico.
I pezzi, nati molto spesso da demo home made,  vengono programmati o suonati su software musicali come Cubase o Reason. In seguito, i temi – in particolare quelli dei fiati – vengono trascritti su pentagramma, per poi discutere e arrangiare il tutto collettivamente in sala prove. «Modalità di lavoro, indubbiamente, più lunga e seriosa – afferma Giorgio Trombino – anche se capita, però, che nascano degli spunti nel corso delle jam e in quel caso partiamo da quelli e il lavoro assume un taglio più “live”». Attualmente nella band non esiste una voce ma un inserimento futuro, non è da escludere.
L’origine del’omonimo album d’esordio (già disponibile in streaming integrale dallo scorso 16 ottobre, http://sentireascoltare.com/album/the-smuggler-brothers/) poggia le fondamenta su quel funk dal sound radicale tipico dei Meters di New Orleans e, a seguire nomi storici, tra cui Parliaments, Sly and Family Stones, Quincy Jones, Maceo and the Makes, Funkadelic; la piccola composizione di fiati della alla star band palermitana, italiaamanoarmata_1408208703permette indubbiamente di sperimentare in tal senso. I titoli del disco sono sicuramente evocativi: Roll over, per esempio, che rappresenta un invito a muoversi e a ballare in pieno stile J.B.’s, oppure Inseguimento nella viale Regione (con preposizione volutamente errata), come tributo alle distorsioni toponomastiche dei palermitani.
Il prosmilano_calibro_9simo 31 ottobre, a partire dalle 16,30, Rizzo Manifacture Studio Records (via Ruggero Settimo 74/I, Palermo) ospiterà il lancio ufficiale del disco) uscito su Tone Deaf, piccola etichetta palermitana. Roberto Orlando, alias Kowalski, farà ascoltare il disco, alternando una selezione di vinili dalla sua collezione, mentre Radio Monterosso registrerà la puntata numero 17, dedicandola all’uscita dell’album.

Renata Orlando

Power Of Love – di Maddalena Inglese

ritorno al futuro maddalena

Non si può non considerare in un film la colonna sonora come traccia portante di tutto il lungometraggio. È questa che accompagna ogni momento creando un nuovo livello di percezione. Riusciamo a riconoscere la trasformazione di una situazione o la crescita di un personaggio dalle note che ci vengono proposte. Suoni dolci ci immettono in contesti romantici e ci descrivono personaggi fragili e sensibili, suoni gravi ci annunciano pericolo, angoscia o l’arrivo di qualcosa che cambierà le sorti della storia in maniera negativa.
Ho citato solo un paio di cliché per evidenziare come il sottofondo risulti essere una porta d’accesso a quello che è il vero strumento di lettura che passa dal nostro inconscio (come funzione già assimilata) al nostro conscio (come rivelatore di eventi). Anche nella vita si riproduce inconsapevolmente questo meccanismo assimilando a canzoni o musiche stati d’animo che si ripropongono ogni volta che avviene l’ascolto. Perfino Marty, in uno dei momenti cult di “Ritorno al futuro”, canta una canzone di Chuck Berry “Johnny be good”, un pezzo che nel suo presente ha più di 30 anni, ma che non esiste nel 1954 (anno in cui si trova), poiché la canzone è del 1958. Il suo è un meccanismo naturale di chi ripropone qualcosa che conosce e la reputa vincente, o che nel caso del protagonista gli ricorda gli anni in cui avevano vissuto i suoi genitori.
Marty reinterpreta il pezzo in una versione anni 80 collocando la performance in un tempo altro Back-To-The-Futureche non ha appigli logici. Una situazione molto simile accade anche in “Non ci resta che piangere” quando Massimo Troisi per fare colpo su una dolce donzella accenna le note di “Yesterday” dei Beatles facendola rimanere esterrefatta.
Altro interessante meccanismo di interpretazione è dato dal doppio testo che incrociamo quando la recitazione si sovrappone alle parole del testo di una canzone, ne viene fuori un doppio messaggio che sposa testo e ipertesto all’interno di un’immagine. In “Ritorno al futuro”, “The power of love” è la canzone con cui si identifica il film. Banale come titolo ma perfettamente integrato in quello che è il concetto di un film che viaggia tramite il tempo e lascia una coordinata fissa, quella dell’amore. Un percorso che si ripropone dalla nostra nascita alla morte, una pulsione d’amore che si potrebbe tradurre in quel “Falling in love” (cadere in amore) come un viaggio profondo, lontano, insidioso, che confonde tempi ed epoche diverse con la semplice attivazione di sinapsi neurali date da quella serotonina che ci rende consapevoli che siamo vivi. Bastano così poche parole per inserirci in un contesto eterno.

Maddalena Inglese

La musica del futuro che viene dal passato – di Giuseppe Mazzola

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Alan Anthony Silvestri, newyorkese dal cognome tutto italiano, è il compositore che ha firmato le tre colonne sonore di Back To The Future (Ritorno Al Futuro).
Celebre direttore d’orchestra, vincitore di 3 grammy awards (tra cui quello per miglior album tratto da una colonna sonora con The Bodyguard nel 1993), firma le musiche di capolavori cinematografici come Fandango, Chi Ha Incastrato Roger Rabbit, La Morte Ti Fa Bella, Cast Away, A Christmas Carol e molti altri ancora per il cinema e la televisione.
Ma è con Robert Zemeckis, padre della trilogia di Back To The Future, che Silvestri raggiunge una completezza musicale e sonora che si può definire adulta.
Non a caso, il compositore firma quasi tutte le colonne sonore delle sue pellicole, maturando uno stile sinfonico vicino a una costruzione orchestrale pacata, mai barocca.
Silvestri firma, nel 1989, la colonna sonora di Ritorno Al Futuro II, affiancando e accompagnando la narrazione della pellicola, in un crescendo strumentale lontano dagli sfarzi tipici della Hollywood eccessiva di quel decennio ormai al finire, ricercando un suono sofisticato ma incisivo.
Il tema principale richiama per ovvi motivi di continuità l’inno reso celebre dal primo capitolo della saga, Back To The Future – Main Theme, nel quale ritroviamo tutte le caratteristiche epico/sinfoniche dell’autore, in perfetta sintonia con l’avventuristica e visionaria narrazione del film: una base orchestrale equilibrata ad opera d’arte tra pause di apparente silenzio e crescendo improvvisi spiazzanti.  L’aspetto visionario del suono di Silvestri si armonizza pienamente  con il fantasy proposto dal regista.
Il secondo capitolo della fortunata saga alza i toni tra effetti speciali, azzardi narrativi e citazioni della cultura pop coniugate nelle forme più inverosimili, la colonna sonora che il compositore costruisce, si spiega quasi come una cristallizzazione di quella cultura americana, potente e potenziale, che il regista elogia nella visione simil-catastrofica del futuro, dove comunque vada, siamo in America e tutto è bellissimo.
Silvestri costruisce una musica apparentemente già sentita, stereotipo di quel generefantasy/adventure hollywoodiano tanto in voga negli anni 80; una musica  impregnata di storia e cultura sinfonica anticamente europea, incerta forse, ma alla fine tanto più vicina ai suoni virtuosi e pacchiani delle più ispirate composizioni di John Williamsquanto più lontana alla malinconica erudizione compositiva di Philip Glass come alle cupe atmosfere di Angelo Badalamenti.
Il movimento POP, l’apice della manifestazione artistica e culturale statunitense, rappresenta l’America nel mondo. Quello che avviene nel secondo capitolo di Ritorno Al Futuro, non è altro che una sfilata di icone, luoghi comuni desunti dai media, simulacri seriali, creati e mitizzati negli anni 80 e rimasti nella memoria popolare statunitense come scettro incorruttibile di un marchio di fabbrica, a stelle e strisce, debordato dalla nicchia accademica dell’arte al consumo unto e appiccicoso dei fast food.

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E’ il POP, che esplode in Ritorno Al Futuro quando meno te l’aspetti. Basta fare un giro per le strade per ritrovarsi davanti  a un cinema che ha in proiezione Lo Squalo 19 (il cui manifesto promozionale è un super ologramma che tenta di sbranare Marty), oppure entrare al Cafè 80’s per ritrovarsi a bere una Pepsi in versione Hi-Tec mentre il profetico ologramma di Michael Jackson, per l’appunto il Re del Pop e decisamente americano, vi spiega con parsimoniosa eleganza il menù del giorno.

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Sulle note di Beat It dello stesso Jackson, dal Cafè 80’s si struttura una micro colonna sonora che affianca lo Score pensato da Silvestri, una selezione di brani che appare più omogenea alla struttura narrativa pensata da Zemeckis.
 Beat It è forse il brano icona di un decennio, un pezzo che oscilla tra pop e rock, tra teatro e musical; lo stesso video che accompagnai l brano è una vampirizzazione dell’americanissimo West Side Story. Una fagocitazione culturale ad opera dell’artista che meglio ha rappresentato gli Stati Uniti e la decade in cui il brano è uscito, gli anni 80. Il brano è tratto da Thriller, l’album più venduto di tutti i tempi e l’opera POP per eccellenza. Non è un caso che la citazione di un artista come Jackson trovi spazio in un concept movie come questo, dove la fantasia e la manipolazione del tempo convergono in una grande ed unica macrostruttura concettuale che è “L’essere”, in questo caso “essere americano”.
Altro brano che fa da spalla a Beat It in questa micro struttura musicale è I Can’t Drive 55 di Sammy Hagar, famoso per avere militato nei Montrose e Van Halen, tra hard rock e heavy metal.
Anche in questo caso la scelta non è casuale. L’evoluzione musicale che troviamo nel brano appartiene a un percorso che affonda le sue radici nel rock & roll e nel blues rock…  generi  frutto di una cultura americana propria degli anni 50 e 60 e che si agganciano alla colonna sonora del primo Ritorno Al Futuro.
Papa Loves Mambo è il terzo brano, non appartenente allo Score, che incontriamo nella colonna sonora del film. La versione  in questione è quella interpretata da Perry Como, cantante, attore e conduttore statunitense molto popolare negli States fin dagli anni Trenta.
Il brano è una canzone popolare scritta da Al Hoffman, Dick Manning e Bix Reichner e pubblicata nel 1954. Anche in questo caso, seppur in modo trasversale, si tocca l’aspetto popolare e culturale americano, sfiorando le radici della storia di un popolo e della sua tradizione musicale.
L’elastica e apparentemente frivola manipolazione del tempo descritta nel film come un gioco di variazioni e contraddizioni visuali, si palesa e culmina in un quarto e ultimo brano, Mr. Sandman dei Four Aces, quartetto americano celebre per i canti popolari e tradizionali negli anni 50.
Anche Mr. Sandman è un canto popolare e anch’esso risale al 1954. Quello che colpisce della sua scelta, nel chiudere e completare il tentativo di celebrazione patriottica, è il testo che recita “portarmi un sogno” (“bring me a dream“) in stretta connessione con la figura folcloristica del sandman, portatore di buona notte e sogni d’oro.
Il Sogno Americano, the American Dream, la base della fede nell’individualismo patriottico, uno slogan di speranza, nascita e rinascita generazionale, laico ed esistenzialista, completa la celebrazione.
E’ la chiusura perfetta di un cerchio entro il quale il vero trionfatore è l’America, vittoriosa entro gesta temporali e culturali scandite dal mescolarsi dei tempi e della fantasia, incoronata dalla pellicola e dalla colonna sonora attraverso una narrazione visuale e musicale altrettanto miscelata e fantastica.

Era inevitabile, che la musica del futuro non  venisse dal passato.

Giuseppe Mazzola

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