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Spazio sacro della creatività

Pacha Mama – di Barbara Coffani

“Nel linguaggio del cuore è depositata e sigillata l’autentica essenza dell’uomo.”

Negli occhi dello sciamano, Hernàn Huarache Mamani

Ogni volta che mi si chiede di scrivere di una divinità, percorro due strade. La prima è quella dello sguardo: cerco immagini, foto, icone. Trascorro il tempo ad osservare i simboli, più rapidi, diretti e intensi di qualunque altra forma di comunicazione. La seconda è quella dell’osservazione di ciò che mi accade intorno durante la ricerca, perché ho notato che, quando inizio a studiare un dio, tutto sembra riecheggiarne. Tutto intorno, ogni cosa sembra pervasa, intrisa delle sue insegne, come se nominandolo, cercandolo, un dio e il suo mito si risvegliassero ed iniziassero a palpitare attraverso il quotidiano, come se non vedessero l’ora di riemergere da un sonno lungo tutta la storia. Forse è proprio vero che la mente vede quello che vuole vedere. O forse aveva ragione Baudelaire, quando diceva: “E’ un tempio la Natura, ove pilastri viventi a volte emanano parole confuse; l’uomo la attraversa tra foreste di simboli dagli occhi familiari” (Baudelaire, Correspondences)

Anche stavolta è così. Pachamama non è una novità, per me. Anzi, è una vecchia amica.

Non appena digito il suo nome in rete, mi si spalanca il paradiso terrestre: pitture di donne meravigliose, gravide, spumeggianti di vita e di capacità creativa; donne incinte, con enormi pance colorate, azzurre, blu, arancio, folte capigliature lussureggianti come foreste tropicali, abiti cuciti e dipinti con piante, animali, stelle, sole, luna, isole verdi, montagne brune, nuvole e acque turchesi…

Il suo corpo è il mondo. La vita è il suo corpo.

Pachamama mostra donne-dee all’apice del loro potere, dove il potere coincide con la capacità di dare vita, con la creatività. Pachamama è creazione.

Al vederle, anch’io mi sento come se fossi incinta. Da alcuni giorni non riesco a dormire, così approfitto dell’elevata soglia di eccitazione per documentarmi e leggere: d’altronde, perché dormire quando la primavera è così vicina?

Pachamama è una divinità della cultura andina, venerata in Bolivia e in alcune zone nord dell’Argentina e del Cile. Il suo nome deriva dal quechua, la lingua tradizionale andina, in cui “mama” significa “terra” e “pacha” significa “universo”, o “tutto”,

Mito e tradizione di Pachamama si sono diffusi, da alcuni anni a questa parte in Europa, grazie al lavoro di Hernàn Huarache Mamani, scrittore peruviano e “curandero”, ossia sciamano, impegnato nella rivalutazione della cultura tradizionale della sua gente. Egli ha iniziato a scrivere e pubblicare testi inerenti la sua terra (“Curanderos delle Ande” è del 1985) e in seguito è passato a scrivere opere di narrativa, come “La profezia della curandera” del 2001, “La donna dalla coda d’argento” del 2005 e “La donna della luce” del 2007, che hanno riscosso grande successo di pubblico. Al di là del fascino suscitato dalle ambientazioni e dalle sue capacità narrative, Hernàn Huarache Mamani deve fortuna, successo e buona accoglienza al messaggio di cui i suoi scritti si fanno veicolo, scritti attraverso i quali diffonde le idee inerenti a Pachamama.

Osservandolo, sentendolo parlare in alcune interviste, sono colpita dalla sua semplicità: è chiaro ed inequivocabile come un bambino, e da lui traspare una grande umiltà; senza alcuna forma di orgoglio o superbia, e molto realisticamente, afferma che il nostro pianeta è solo un granello di sabbia nell’universo, che non esiste nessuna forma di vita superiore alle altre, che ogni essere, non solo umano, ma vivente, ha gli stessi diritti, perché Pachamama ugualmente a tutti ha concesso il diritto alla vita. Quanto è lontano, questo concetto, dalle parole messe in bocca a Dio nella Genesi: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi, 1, 26-27).

Mamani definisce “Pachamama” un concetto: ella è, ad un tempo, madre celestiale, madre dell’universo e madre terra; se ne fa portavoce per scongiurare i problemi che sovrastano il mondo, aggravandosi di anno in anno, in particolare l’inquinamento, non solo ambientale, ma anche mentale e spirituale: in una visione olistica della realtà e del mondo, tutto ciò che l’uomo fa alla terra si riflette su di lui, l’uomo e la terra su cui poggia i piedi sono una cosa sola. Ecco perché il corpo di Pachamama è fatto di isole, nuvole e montagne. Inquinare noi e inquinare la terra, è la stessa cosa.

7fb554e4-e779-454e-892e-b16988eb454ePachamama è un essere spirituale che ci ha posti in uno dei più bei luoghi del sistema solare, luogo che l’uomo civilizzato sta rovinando, distruggendo e contaminando a causa della sua devozione al dio denaro, al possesso, alla proprietà privata, che non sono situazioni naturali. Ma si prevede il ritorno di una sorta di età dell’oro, il ritorno a un’epoca dove governavano antichi re mitici che garantivano pace e prosperità e che furono distrutti dai popoli guerrieri e tale ritorno è inevitabile perché in natura, la proprietà privata e il denaro non esistono.

Dal punto di vista religioso, Pachamama è un concetto di tolleranza: è necessario tollerare gli uni e gli altri, senza dividere nessuno, senza separare, senza escludere, perché gli esseri umani sono qui per vivere in armonia e per partecipare, a loro modo, al progetto di creazione. La donna, in particolare, ha dentro di sé un potere che la stessa Pachamama le ha donato perché lo utilizzi con amore. Per essere una vera donna, è necessario non avere paura ma essere libera e saggia e in particolare, occorre non essere un soggetto vittima di basse passioni, o di una sessualità egoista, possessiva, manipolatrice e repressiva.

Osservando le immagini che ho trovato, non posso non pensare alla Venere di Willendorf, una statuetta risalente a 26000-25000 anni fa, raffigurante una donna poco caratterizzata nel volto, ma definita da una notevole corpulenza dei seni e del ventre, per questo motivo collegata a culti di fertilità (anche se su questa ipotesi le teorie continuano ad essere piuttosto discordanti). Molte rappresentazioni di Pachamama, anche moderne o di tendenza new age, mostrano una donna incinta e con grandi seni. Il legame tra le due dee è evidente: in nessuna delle due è significativa l’individualità: infatti il viso non è definito, non vediamo un’espressione, non notiamo il colore degli occhi, né nessun altro segno di emozioni eventualmente provate; ciò che passa immediatamente, semplicemente, è il senso di abbondanza.

Pachamama accovacciata nella posizione della partoriente, con un bambino incanalato nel canale del parto e con il viso così estremamente stilizzato mi ricorda anche le Sheila na Gig, le sculture medievali irlandesi che raffigurano una donna accovacciata nell’atto di divaricare una vulva ingigantita. Nonostante la crudezza (e oscenità, agli occhi di noi moderni) della loro posizione, le Sheila na Gig erano statuette poste a decorazione di piccole chiese, con la funzione di proteggere dalla morte e dal male, e, in generale, poste a custodia di ogni apertura o passaggio. Con tutta l’ostentazione di nudo e la provocazione sessuale a cui siamo sottoposti senza riserve ogni giorno, con l’esaltazione esasperata del sesso, che trasuda ovunque, al punto che questa continua stimolazione sembra essere uno dei fattori responsabili dell’abbassamento dell’età media del menarca nelle ragazzine di oggi, mi fa seriamente riflettere il fatto che la posizione della partoriente possa essere da qualcuno considerata scandalosa, come in effetti accade…

La stilizzazione del volto di entrambe le immagini dice molto: parla di una sorta di anonimato, o meglio, di perdita di identità, che ha luogo sia durante il parto, sia durante qualunque passaggio tra mondi diversi, ed è una perdita di identità che riguarda sia la partoriente, che fa effettuare il passaggio, sia il neonato, che lo effettua e che non è ancora nessuno. Improvvisamente comprendo anche perché la morte non abbia volto, perché sia rappresentata da uno scheletro oppure coperta da un cappuccio nero: non ci avevo mai pensato prima, ma non c’è identità, nella morte, sia perché chi muore in qualche modo perde se stesso, sia perché la morte non distingue nessuno, non fa eccezioni.

Il copricapo sulla testa di Pachamama sembra la ruota di un pavone, o forse è un’aureola. Ha un’apertura a ventaglio, a 180 gradi: l’estensione dell’abbraccio di una madre, una madre a braccia aperte, un vuoto, uno spazio libero da riempire, un posto dove stare: il posto per noi.

Pachamama mostra anche i seni: in uno è dipinto un sole, nell’altro, una luna. Il mito racconta che Pachamama partorì due gemelli: che fossero questi, i suoi due figli? Che Pachamama sia madre della luce del sole e della luna che illumina la notte? Che sia madre del principio maschile e femminile? Che sia matrice di tutto ciò che esiste?

Attraverso i suoi seni dipinti, o tatuati, è espressa l’interezza e la totalità: lei è colei che nutre tutto. Lei è tutto. Ma non solo. Sposto continuamente lo sguardo da un seno all’altro, dalla luna al sole, e capisco che il segreto di Pachamama, il mistero della sua forza e il suo messaggio, non sta nell’identificarsi con una delle due polarità da lei mostrate, ma nell’identificarsi con “il passaggio” da una polarità all’altra. In questo senso, ella è tutto: perché non si può essere tutto se ci si identifica, se ci si irrigidisce su una posizione, su un ruolo, su un aspetto. Invece si può essere tutto quando si passa da una cosa all’altra in continuazione.

Ho seguito delle lezioni di danza del ventre che, al di là della valenza seduttiva e “da harem” che ha acquisito nel tempo e con il turismo, nasce come danza sacra delle donne che anticamente veneravano la dea Iside. A completamento di ogni figura, quale che fosse, l’insegnante ci faceva riportare alla posizione di partenza, e ci faceva incrociare le braccia ad X sul petto, a livello del cuore. Questa posizione serve a richiamare la centratura, serve a riprendere equilibrio e come pausa, prima di iniziare un nuovo passo. Le braccia, nell’antica danza dedicata ad Iside, vanno incrociate tra i seni perché lì c’è il cuore. Questo vedo, oscillando lo sguardo da un seno all’altro di Pachamama: non la scelta tra sole e luna, non l’”aut aut” ma l’”et et”, il passaggio dall’uno all’altra tramite il cuore, perché è questo che c’è tra i seni. Anzi: solo per mezzo del cuore può aver luogo questo passaggio. E il cuore non è prerogativa delle donne, ma di tutto ciò che è vivo, quale che sia il suo genere. Dunque, Pachamama suggerisce la trasformazione, il cambiamento, il passaggio. Lei è il ponte, il veicolo, il canale, dipinto, del resto, anche al centro del suo corpo, dove, già predisposto per uscire alla luce, sta il contorno di un bambino che deve nascere.

Il simbolo di Pachamama è il rospo, animale sacro nella tradizione contadina delle Ande, dove rappresenta la ricchezza. Simile al rospo, la rana era invece sacra presso gli Egizi. Se nelle Ande sognare un rospo è interpretato come l’arrivo della ricchezza, presso gli Egizi la rana preannunciava l’arrivo delle piogge che, ingrossando il Nilo, avrebbero garantito la piena e di conseguenza la fertilità della terra egizia, grazie al limo fecondo che ricopriva il terreno una volta che le acque si fossero ritirate.

La magia del rospo, come degli anfibi in generale, è da ricercarsi nella sua capacità di scomparire nel fango per uscirne al momento favorevole. Sembra quasi dotato di una seconda vita e in effetti, anche il nome scientifico allude alla sua doppiezza: anfibio significa infatti due vite, con riferimento alla fase in cui il girino, non ancora rana, vive nelle acque come un pesce e con l’aspetto di un pesce, e all’altra fase in cui invece, da adulto, vive sulla terra ferma. Tra le varie ritualità associate a Pachamama, gli andini usano nascondere doni, alimenti, tabacco, denaro o altro, in alcune pentole sottoterra, come offerta alla dea. Presso gli egizi era venerata una dea-levatrice dalla testa di rana, di nome Heqet, o Heket, che sovrintendeva ai misteri del passaggio dalla vita, alla morte, alla nascita e rinascita… Il passaggio, ancora una volta: tra luoghi, tra mondi diversi, che non ha neppur senso mantenere separati e distinti poiché Pachamama è la madre-tutto.

Heqet è una delle dee che i mitologi pongono alle origini della figura greca di Ecate, l’anziana dea dei trivi, che ha già dentro di sé tutti i passaggi e le fasi della vita della donna; il trivio fa probabilmente riferimento alla posizione privilegiata di cui si può godere da un incrocio, che concede la vista su tutte le direzioni: allo stesso modo, è privilegiata la posizione dell’anziana, che ha già visto ogni cosa nella vita. Anche Ecate, come Heqet e Pachamama, è legata al passaggio da un mondo all’altro, oltre che ai cicli naturali di vita, morte e rinascita. Nel mito di Demetra e Persefone, infatti, è lei che accoglie Persefone alla sua uscita dagli Inferi per restituirla a Demetra ed è l’unica dea, insieme a Persefone ed Hermes, che ha il potere di andare e tornare dall’Ade.

Anche l’archeologa Marja Gimbutas parlò della dea rana come di colei su cui confluivano i poteri della morte e della rigenerazione; Gimbutas mostrò tracce e manufatti di una devozione che durò quasi 10000 anni. Inoltre in molte tombe greche, romane ed egizie sono stati trovati amuleti a forma di rana, e lampade in terracotta con il sigillo della rana, recanti iscrizioni del tipo “io sono la resurrezione”. La mentalità di chi vive a stretto contatto con i cicli naturali è semplice, come è semplice la natura: la rana vive tra la terra e l’acqua, in zone di confine; vive due vite e si trasforma; sembra scomparire per sempre nel fango, e invece ricompare quando le condizioni meteorologiche sono favorevoli: per chi sa osservare la natura, è semplice trovare il collegamento tra la rana, o il rospo, e il simbolismo della trasformazione.

Non posso fare a meno di ripensare a quando ero bambina, alle passeggiate estive con mia madre, in campagna, di sera, lungo i fossi, accompagnate dalle lucciole, e a quando cantavano le rane e lei mi diceva che sarebbe venuta la pioggia… Saggezza contadina.

Poi ripenso al gracidio delle rane, a quel suono riprodotto nella nostra lingua umana: gra… gra… gra…

… Gra… come grazia… gra… come gravida… gra… come gravità… gra… come gratis, gratuità, gratitudine…

Grazia come Ave Maria, gratia plena… gratis come un dono, dono come gebu, la runa che significa G, che simboleggia il dono e che ha la forma di una X, come la X delle braccia sul petto delle danzatrici del ventre…

Sono sempre più in fermento: mi sento come la schiuma che sta traboccando da un boccale pieno di birra dorata e decido di fare una piccola ricerca etimologica. Sulle parole che cominciano per “Gra”.

Gravità e gravidanza hanno qualcosa in comune: derivano dal latino “gravis” e rimandano al concetto di pesantezza e di pienezza; gratuità e grazia, invece, derivano dal greco “charis”, che indica ogni cosa che si rende piacevole agli altri: l’avvenenza, il favore, ma anche il dono, la ricompensa. In qualche modo, la pienezza e la bellezza sono collegate e, del resto, in “ave Maria, gratia plena” si afferma esattamente questo: chi è gravida, è piena di grazia, e chi ha la grazia dentro di sé, porta la vita. Fra le immagini di Pachamama ce n’è una, originaria di Cerro Rico, in Bolivia, che rappresenta la dea come una Madonna, esempio del sincretismo religioso che i gesuiti hanno operato nelle terre conquistate dagli spagnoli.

La dea è interamente ricoperta da un abito rosso, decorato da fiori e animali, e reca ai suoi piedi un globo biancastro, una specie di palla che rappresenta il mondo, un’immagine incredibilmente simile alla figura delle papesse in certi tarocchi. Il legame simbolico con la Madonna e, quindi, con il concetto di femminile portatore di grazia e fecondità, qui è particolarmente evidente.

Anche in altre lingue esistono parole che si sviluppano a partire da suono simile a “gra”, e che sono riferibili a significati analoghi a quelli già citati: growth in inglese, ad esempio, che significa crescita, o croitre, crescere, in francese, da cui i famosi croissants, che non tutti sanno essere i dolci delle streghe, così chiamati perché a forma di luna crescente. La cosa divertente è che tutte queste parole derivano da una radice hindi o sanscrita, -kar, o -kra, che significa “Creato”.

È bastato ascoltare le rane.

Per curiosità, ho cercato nell’alfabeto ebraico il significato della lettera G. Ho trovato che si chiama Ghimel, e che simboleggia beneficienza e culmine. Secondo la cultura ebraica, Ghimel rappresenta un uomo che vede un povero sulla soglia della porta di casa, e gli porge del cibo: ancora una volta ritorna il tema della soglia e della concessione di nutrimento, che significa concessione di vita, fertilità e abbondanza; Ghimel è associata al numero 3, che rappresenta il figlio, nel senso di essere che si forma e nasce dalla precedente unione di due altri esseri. Il numero 3-figlio è l’entità perfetta che allude alla capacità di neutralizzare forze contrastanti per unirle (di nuovo l’integrazione) in una terza, più resistente, più duratura e portatrice di continuazione. Sono gli stessi concetti di cui parla Mamani, collegati a Pachamama.

Un’idea inconsueta suggerita da Pachamama, che rompe uno stereotipo tipicamente occidentale molto radicato, è la relazione tra il principio femminile e l’equilibrio. Nei secoli, per noi occidentali l’equilibrio è sempre stato sinonimo di ordine e in relazione con il maschile: partendo dalla Genesi (dove Dio crea sostanzialmente mettendo ordine tra le cose e separandole, dividendole e categorizzandole fra loro in modo da dare loro un’identità e da distinguerle l’una dall’altra) arrivando al predominio della ragione e della capacità di analisi, viste sempre come qualità tipicamente maschili. All’opposto, solitamente, la donna è l’incarnazione dell’isteria, della follia, della debolezza, dell’incostanza e dello squilibrio. La donna è irrazionale, emotiva, instabile, debole; non a caso è collegata alla luna, che indica la mutevolezza e la mancanza di stabilità (quando non addirittura la pazzia) mentre l’uomo è collegato alla chiarezza senza dubbi del sole. L’equilibrio è tendenzialmente riferito al maschile, per le caratteristiche di razionalità, fermezza e determinazione dell’uomo. Non si trova mai una relazione tra l’equilibrio come frutto dell’aderenza ad un principio femminile: non c’è quasi mai un femminile portatore di legge, ordine ed equilibrio, se si escludono alcuni miti greci, come Atena, o la stessa Vergine Maria, che sono comunque in secondo piano rispetto a superiori principi maschili. Invece, ecco che Hernàn Huarache Mamani parla dell’esigenza di riferirsi ad una divinità femminile per riportare l’equilibrio nel mondo, per salvarci dal caos che sta per sommergere ogni cosa. Da dove vengono, esattamente, il disordine e lo squilibrio? Mamani parla del dio denaro e della tendenza alla proprietà privata: ma tutto ciò è riconducibile alla tendenza al possesso, che non è male in sé, quanto per il fatto che il possesso, così come lo intendiamo e applichiamo oggi, significa “prendere qualcosa da un tutto e separarlo per farlo mio”: il possesso è andato a coincidere con il separare, con lo staccare; non è altro che voler tenere qualcosa unito a noi attraverso un’azione disgregatrice su qualcos’altro. Ogni volta che differenziamo, distinguiamo, separiamo, operiamo un “solve”, che si oppone al “coagula” necessario all’opera d’amore. Per ottenere l’equilibrio, più che separare per mettere ordine, si deve mettere armonia. Ma non si può fare armonia quando si escludono delle parti di una totalità. Ciò che noi abbiamo dimenticato e perduto, è il concetto di armonia fra le parti, di bellezza come frutto della grazia e, viceversa, di grazia come naturale succedere alla bellezza. La bellezza per noi moderni, invece, è fatta di tagli. Anche chirurgici.

Certo, Mamani gode di una posizione privilegiata e di un punto di vista speciale sulle cose, perché è un curandero. Il curandero è una persona che vive il presente: in lui manca sia la proiezione sul futuro sia il continuo rimuginare sul passato, azioni sul tempo tipicamente moderne e “nostre”, derivate dalla credenza in un “regno dei cieli”, in una felicità e in un premio non gratuiti ma da guadagnare, che giungeranno solo alla fine dei tempi, e da una concezione del tempo lineare, e non ciclica, che ci spinge a vedere le cose come in un continuum fra il “fu”, l’”è” e il “sarà”. Anche vedere il tempo in questo modo crea separazione e scissione. In Pachamama, questa forma di separazione manca: perché lei è “madre spazio-tempo”. Lo spazio, che è il passaggio da un luogo all’altro e che non permette ubiquità agli esseri umani, diventa una dimensione rotonda, come il suo copricapo e come il suo corpo; il tempo, linea orizzontale che va dal passato al futuro, diventa solo il momento, il punto presente. Come l’immagine di un cerchio, diviso a metà, Pachamama concentra in sé tutte le dimensioni. Come nella ruota di medicina dei nativi americani, come nella rosa dei venti, come nel coperchio del pozzo del Calice di Glastonbury. E come nelle rappresentazioni del Cristo in maestà, dove il Cristo, cioè il figlio, il dono perfetto, l’eternità garantita dalla continuazione della specie, il frutto dell’amore, la conferma concreta dell’amore e il dono che un uomo dà ad una donna e che una donna dà ad un uomo, è al centro di una cornice a forma di mandorla. Un’elaborazione dell’originale forma del cerchio. Cos’altro, se non l’apertura sacra del grembo materno? Mandorla, in francese, si dice amande, che deriva dal latino amanda, da amare…

Un sincronico significativo: ho accennato, all’inizio, al fatto che quando mi accingo ad approfondire una divinità o un mito, osservo ciò che accade intorno a me. Questo articolo mi è stato proposto il giorno di San Valentino. In seguito, dopo averlo completato, ho scoperto che presso i romani il periodo di San Valentino era chiamato lupercalia ed era dedicato a Pan, nella sua forma di Luperco, protettore del gregge. Pan è il dio dell’istinto naturale e selvaggio, della terra, dei boschi e della sessualità spontanea, gioiosa e creativa. Il suo nome, in greco, significa “tutto”.

Barbara Coffani

Pachamama – di Maria Angela D’Agostaro

Innumerevoli attributi possiamo donare a te Grande Madre, fin dalla notte dei tempi, nonostante una coltre pesante abbia ammantato la memoria dell’umanità, facendo smarrire il significato ed il valore del principio unico ed universale del Femminile.

I misteri primordiali ti hanno celebrato, riconosciuto, venerato ed oggi nell’eterno ritorno ti rendiamo omaggio. La via che ricongiunge al ventre è innegabile; si nutre di accoglienza, fertilità, creatività, conservazione ma anche di ciò che più temiamo: il tuo pacifico volto cela le tue enormi fauci che ci fagocitano, trascinano nell’antro oscuro della caverna, regno del buio e della morte. Siamo dimentichi che, in questa ambivalenza, vive il segno ineffabile della trasformazione: ogni fine è un inizio e ogni inizio reca nel suo seno la fine.

Ciascuna cosa vivente intesse con la Terra un dialogo che segue le leggi cicliche del tempo: vi è la stagione della semina, della germinazione,  della rinascita per poi lasciare spazio ancora alla senescenza che volge alla fine-morte e si ricomincia.. Nel tuo immenso Ventre la Natura e gli individui partecipano al grande mistero della vita e del Thanatos.

f8f334b8-acb2-4b30-8231-9486fbd71411Trino è il tuo splendore e compartecipa della stessa immagine come ci tramandano la grande Tradizione e i miti di qual si voglia popolo antico sparso sul pianeta: Madre e Grembo innegabile dell’Universo, ti manifesti sulla Terra, sulla Luna e nell’energia creatrice che è presente indistintamente in ciascuno di noi. Lo spirito Femmineo si manifesta nella Vergine, nella Sposa o Madre e nell’Anziana – La Saggia. Gli attributi del tuo carattere fortemente tellurico ne hanno determinato gli innumerevoli volti: abbiamo alcune dee tipicamente rappresentative dell’amore di tipo sessuale (come Ishtar, Astarthe, Afrodite o Venere), altre legate alla fertilità (come Ecate), altre rappresentano il nutrimento con la caccia (Artemide, Diana), ed infine molte di esse sono associate alla prosperità dei campi ed ai cicli delle stagioni (Demetra, Persefone, Proserpina). Persefone e Proserpina, al pari di Bona Dea e Mater Matuta, sono anche collegate all’oltretomba ed alla morte: questo perché il ciclo delle stagioni segue il paradigma della morte e della rinascita. Il fluire della vita è scandito ancora dall’eco delle Moire o Parche: nascita, amore e morte. Risvegliamo la Madre Superna – Binah, utero archetipale da cui tutto ha origine, la forma per eccellenza che controlla la vita, ne pone un vincolo che porta verso la costrizione e quindi alla morte.

Il Femminino Sacro è nell’espressione nell’Uno della coppia, è il ricettacolo dell’antica e istintiva saggezza, suprema e reale, Acqua che sgretola, rigenera e trasforma la roccia. Certamente è necessario ripristinare l’antico legame che da sempre la Donna ha avuto con la Terra, quindi, non violarla significa riconoscere la sua capacità di fecondare l’Avvenire in tutte le sue accezioni. Del resto la Conoscenza attinge a fonti che sono presenti in ciascuno a prescindere dal sesso: risvegliare ed entrare in contatto con il femminino attiene al riconoscimento e all’armonizzazione dell’Animus (Maschile) Anima (Femminile). Essi costituiscono la nostra persona, rappresentano le azioni che esprimono l’emisfero destro e sinistro, sono i regolatori dei rapporti esistenziali.

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Il Femminino è l’espressione dell’Uomo naturale e dell’Albero della Vita, la sua sacralità è stata vessata e vituperata, trasmettendo nel tempo un pallido riflesso che ha ridonato soltanto un’immagine di caos, di distruzione e di male. Così le grandi religioni monoteiste, a partire dal cristianesimo, hanno ucciso L’Anima, hanno detronizzato il potere che è proprio del Femminile, l’idilliaco rapporto con la Natura e la Terra relegandolo alla “colpa”, alla “tentazione”, al “malefico”; in nome di interpretazioni umane dei sacri libri si è cancellato o nascosto, travisato il segno primordiale del principio solare e rigenerante.

E’ tempo che i tamburi richiamino l’antica Madre con una danza tellurica, in cui il corpo diventi il sacro rifugio della sovrumana potenza dell’Anima, i movimenti devono strappare il velo del torpore; il desiderio di vittoria, vita e salute si deve manifestare ed espandere. E’ la danza delle forze creative che si deve evocare ed invocare, per far fremere i corpi e sprigionare l’energia del proprio Sé, liberandolo dalle sovrastrutture ataviche di un IO imprigionato dal giudizio interno ed esterno di una società ed un sociale che ha smarrito il senso secretum e divino della vita. Danziamo tutti insieme al di là di una connotazione sessuale, nel cerchio delle donne e della femminilità pura; affidiamoci ad un movimento ritmico che parte dai piedi, metafore delle radici imperiture dell’Albero che affondano nel suolo, e accarezziamo il grembo terrestre specchio del nostro, saltando, segnando il passo ora lentamente ora velocemente, il nostro calpestio sia audace, scateni la passione, torciamo il nostro busto, raccogliamo con le mani l’energia ed eleviamoci verso il cielo. Ogni stagione della nostra vita sia celebrata in questo fluire di azioni volte a rigenerare la nostra vera ed unica immagine: Donne dal cuore pulsante in cui il sole ha posto il proprio seme, che si amano e amano, che generano e sono, che plasmano e divengono, che accolgono e ripudiano, sante e profane, indiscusse guaritrici della propria anima e dell’altrui.

 

Maria Angela D’Agostaro

L’inferno è per i puri! – di Agostino Bergo

“L’inferno è per i puri!”

(Storia della Fiamma)

Origine e principio costituente dell’Universo secondo Eraclito, il fuoco è, in primo luogo, un endoscheletro che presiede al dinamico equilibrio del divenire. Tutto, dagli stati della materia, ai moti sentimentali più primitivi, alle più alte vette del raziocinio, sarebbe, secondo il filosofo greco, ordinato in funzione di “un fuoco vivo ed eterno che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne” (Eraclito). Innegabilmente connesso con un concetto di “purezza assoluta”, in quanto“non creato ne da dei ne dagli uomini” (Eraclito), il fuoco è anche metafora della purificazione: l’acciaio si tempra, gli strumenti chirurgici si disinfettano e l’anima espia il peccato.

A fronte di una condotta non eticamente corretta, secondo la dogmatica propria del mondo cristiano, dopo la morte, è riservata al peccatore un’eternità di supplizi e tormenti tra le fiamme e lo zolfo. Plutarco, a questo proposito, cita il caso di un certo Difilo il quale aveva rubato le colonne d’argento, che sostenevano una miniera,per arricchirsi. Questo genio, poi condannato a morte, non solo aveva trasgredito una legge, ma aveva causato il crollo della suddetta miniera. Lo scrittore greco aggiunge al concetto di punizione per trasgressione di una legge, anche quello della stupidità, anche un po’ ingenua, del male.

93fafe2c-575f-4069-ac88-90ad0e5074a4Concordare con Mann, a questo punto, diventa pleonastico. L’inferno è per i puri!

Peccare significa, in ultima analisi, andare contro la propria purezza. Purezza che dovrebbe essere raggiunta tramite prolungata esposizione alle fiamme. Ma, se un’anima ha solo assecondato la propria natura, cedendo ai più naturali e bassi istinti, da cosa dovrebbe essere purificata?

L’inferno è popolato da gente per bene,a cui la miniera è cascata in testa!

Sarebbe, tuttavia, arrogante, da parte di un qualche genere di divinità, esonerare gli uomini dalle responsabilità derivanti dalle loro azioni, solo per la loro inettitudine alla tensione verso un alto livello etico.“Ai cani si possono insegnare tante cose utili, ma non se li perdoniamo ogni volta che obbediscono alla loro natura” (Dogville, Lars von Trier, DK, 2003). La miniera crolla comunque; è fisica.

Ecco perché le fiamme, come strumento di purificazione,esistono, per lo meno nell’Arte.

È un esempio di questa visione il monumentale olio su tela “LesVoluptueux” di Victor Prouvé (1889), esposto in questi giorni al Palazzo Reale di Milano. Sei nudi (tre maschili e tre femminili) sono sospesi nell’oscurità, completamente in balia di una tempesta che li rende goffi e sgraziati nel loro violento urtarsi. L’ambientazione è tartarea, come una miniera, appunto. I cromatismi spaziano dal blu (a sinistra) fino alla terra bruciata (a destra). L’aria, quasi provenisse dal fiato di un demone, è pervasa di elettricità e gas infiammabili. Il fuoco, quindi, si sprigiona solo dopo un urto, esaurendosi in un istante.

Latranslucenza arancione di un infuocata collisione, appena consumatasi, pervade il profilo del gluteo sinistro della figura femminile centrale, irradiandosi fino alla coscia. La pelle diafana sottolinea le forme sode e languide che ancora spasimano, dopo che il piacere sembra uscire dalla bocca appena dischiusa, lasciando la donna, esausta, reclinare il capo alla sua destra. Il seno sinistro è lambito dalle purpuree chiome di un secondo nudo femminile, a destra dello spettatore. Come fiamme in balia del vento, i capelli rossi di questa figura, ritratta a testa in giù, con il braccio sinistro in cerca di un appiglio, sembrano confermare l’ipotesi di un’atmosfera letteralmente più densa, che rende difficile la respirazione e simula l’annegamento. Il profilo destro è rivolto a sinistra, verso il nudo centrale ma col mento appoggiato allo sterno.

La cassa toracica si gonfia per lo sforzo compiuto nell’ispirare e i seni sembrano attraversati da un fremitoche parte dalla colonna vertebrale e arriva appena sotto lo sterno, dove una mano maschile sembra essersi appena ritratta.

bb1b3d7c-84ea-4704-ae63-4018f3b40239Il bagliore di una fiamma – appena percettibile, che sta bruciando la chioma di un nudo maschile, a destra rispetto al nudo femminile capovolto, appena descritto – riverbera sulla parte sinistra del busto della donna, dall’ascella al gluteo. Un brivido che, partendo dalla zona lombosacrale di lei, simula la scansione temporale dell’amplesso, proiettando il ventre in avanti e lanciando il pube e le gambe, inermi, verso l’oscurità, sul retro della scena. Infine, dall’angolo in basso a sinistra della scena, fino all’ideale punto di giunzione della testa del nudo maschile a destra, una fiamma sinuosa accarezza dal basso le le gambe e i genitali del primo accennato nudo maschile a sinistra, attraversa i capelli del secondo nudo femminile, e tormenta un terzo nudo (femminile) più in basso. Il fuoco, in questa forma infernale, primitiva e primordiale, sconquassa l’uomo che ne è totalmente in balia. Le sensazioni di dolore, estasi ed affanno si confondono in un dinamismo indistinto. Solo un Titano (Prometeo) può mettere ordine in un caos di tale portata commettendo, ironia della sorte, un illecito, per cui sarà condannato ad un supplizio eterno.

Nella sterminata iconografia di Prometeo, vorrei mostrarvi ora l’olio su tela di Dirk van Baburen: “Vulcano incatena Prometeo”(1623).

Il Titano è rappresentato nudo, in posizione supina, in basso a destra. È parzialmente incatenato a dei blocchi di pietra da Vulcano, raffigurato per quasi tutta l’estensione verticale della tela, a sinistra. Il fuoco è sullo sfondo, quasi come la scena non fosse ambientata sul monte originale ma nella fucina della divinità inferma.

L’aquila, sopra Vulcano, pur avendo le ali spiegate, ancora non si è avvicinata. L’opera, infatti, prende in considerazione una fase precedente del mito, rispetto alla rappresentazione di Rubens. La tensione del corpo, espressa soprattutto per mezzo delle mani (chiusa a pugno quella già bloccata dalle catene, e rigidamente aperta quella ancora libera), anticipa la sofferenza imminente. All’ingiusta tortura assiste Mercurio, connotato dai tradizionali petaso e caduceo, con un sorriso che sembra stridere con ciò che sta avvenendo e, soprattutto, con ciò che sta per avvenire, di cui il dio è a conoscenza, dato che è stato inviato da Giove. Avvolto da un drappo blu, Mercurio sembra ricalcare un ruolo di intercessore, del tutto simile alla figura mariana. Egli, infatti, sorride per essere riuscito ad ammansire, anche se solo parzialmente, l’ira di Giove. “Ti so dire che invece d’uno ti manderia sedici avoltoi a stracciarti le viscere, perchè facendo vista di difendere te, hai accusato lui acerbamente.”(Luciano di Samosata, Prometeo, II sec. d.C.).

In basso a destra sono visibili un goniometro, un compasso ed alcuni libri, una chiara allusione alle scienze e alle arti trasmesse agli uomini attraverso il fuoco, secondo il racconto del Prometeo incatenato di Eschilo. La tortura colpisce, quindi, il benefattore ed il civilizzatore dell’umanità, colui che sfidò Giove per trasmettere il fuoco della conoscenza, che caratterizza l’uomo nella sua grandezza, ma anche nel suo limite, legato alla caducità della vita.

Sottratto dal caos irresistibilmente erotico e lascivo diProuvé, rubato agli dei dal Prometeo di Baburen, ora, il fuoco ci può apparire in una forma intellettualmente più comprensibile, nel dipinto di Dante Gabriele Rossetti “La Donna della Fiamma” (1870). Immersa nel delicato monocromatismo che abbraccia tutte le sfumature del giallo, dall’oro all’arancione, la donna è ritratta quasi a figura intera, morbidamente adagiata lungo una diagonale ideale, dall’angolo in basso a sinistra a quello in alto a destra. Appare avvolta da una sontuosa e pudica veste. È seduta in posizione di tre quarti. Il gomito sinistro è appoggiato a quello che sembra essere un bracciolo di una panca in pietra. La mano sinistra, sulle tempie, addomestica i lunghi e mossi capelli ramati, in un gesto che sembra richiamare la prevalenza dell’intelletto. Lo sguardo è assorto, fisso verso un orizzonte ipotetico alla sinistra dello spettatore. La mano destra è aperta, col polso verso il viso e le dita dischiuse verso la sinistra del dipinto. Sul palmo custodisce una singola fiammella accarezzata dal vento, da sinistra a destra del dipinto.

Divenuto, dopo Prometeo, metafora di un intelletto dinamico ma misurato, il fuoco viene affidato ad una donna, vestale di una fiamma che si fa metafora, tanto dell’ingegno, quanto del calore dei legami umani.

In questo brevissimo percorso il fuoco si è evoluto da principio, a castigo, a purificazione, a caos carico di sensualità lasciva, a dono all’uomo, ad espressione intellettuale. Questo percorso di coscienza ed autocoscienza in rapporto al fuoco ci porta verso l’ultima trasfigurazione, che connota la fiamma di un carattere funzionale ad una resurrezione umana in chiave universalistica.

Concludiamo(o non concludiamo, se preferite) con un altro personaggio controverso, espressione di quel dinamismo proprio del principio di Eraclito: “Maddalena penitente” o “Maddalena dalle due fiamme”di Georges De La Tour (1640-45 circa).

 

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Nella Maddalena penitente,conservata al MetropolitanMuseum of Art di New York, Georges De La Tour ritrae Maria Maddalena seduta, quasi di profilo. Il volto è visibile solo per un quarto, le lunghe chiome sciolte (suo attributo) ricordano l’episodio nel quale con le sue lacrime bagnò i piedi di Gesù e poi li asciugò con i capelli. Le mani sono, giunte sopra un teschio, appoggiato sulle cosce, vicino alle ginocchia. Sembra intenta a guardare nello specchio (simbolo della vanitas, spunto di meditazione sulla “vanità” delle cose terrene, secondo il libro biblico del Qohelet). La donna languida e sensuale che gioca con il fuoco del suo infernale castigo, la donna della voluttà, si evolve e rinnova ironicamente in una delle più discusse peccatrici evangeliche.

Grazie alla “Donna della Fiamma”, la tensione meditativa e intellettuale viene addomesticata, diventando insostituibile strumento di comprensione e conoscenza. La fiamma che, in un camino, ispira ed accompagna l’introspezione e l’intuizione umana, in una candela diventa strumento di studio, lettura, indagine dell’uomo, inteso come genere umano, verso l’uomo, e verso tutto ciò che lo circonda. La riflessione è resa attraverso uno specchio che restituisce, non l’immagine della vanità ma quella del lume (della ragione), ma la luce e il riverbero di una figura femminile elegante, drammaticamente tesa all’infinito e verso un concetto intellettualmente suffragistico (tanto dei diritti quanto del sapere). Grazie ad una fiamma dell’intelletto, che solo il principio femminile (non più schiavo ma consapevole di se stesso e del suo ruolo) è capace di custodire, la donna è compagna, amica, confidente e complice. La modernità, che questo fuoco del 1645 preannuncia, è la modernità di un genere umano idealmente coeso, senza distinzioni di razza, credo e, soprattutto genere. È la modernità di Artemisia Gentileschi! Nel ormai agghiacciante silenzio del roveto ardente (un fuoco muto per l’inconsistenza di un sopravvalutato padre celeste), l’uomo è pronto per dialogare nei sussurri della fiamma di una candela o nelle risate del fuoco in un camino.

Il fuoco non è più tramite per imposizioni narcisistiche di potere ma un alleato della conoscenza di sé, della propria compagna ed amica e del mondo.

 

Agostino Bergo

Streghe, ribelli, incantesimi e angeli di acciaio: viaggio in musica attraverso il fuoco – di Monica Seksich

Il fuoco, prima ancora che un fenomeno fisico, è uno stato dell’anima. Attraverso il fuoco si opera conoscenza, magia, alchimia. Oppure lo si vive, semplicemente, riconoscendone l’arcano potere trasmutativo. La musica da sempre ha attinto a piene mani, percependone l’essenza creativa e distruttiva primaria, e, da sempre, la musica ha cercato di raccontare il fuoco nel suo lato più magico, selvaggio, sensuale, rabbioso e indomito.
IL FUOCO DEI SENSI:
(https://www.youtube.com/watch?v=L18b3UQQ49I) Il primo pezzo, famosissimo, è da ascoltare immaginando di essere fiamma, e ardere sinuosamente, illuminando di rosso le mani della gitana danzate, che sta operando un sortilegio d’amore. Ecco a voi la “Danza rituale del fuego”, da “El amor brujo” di Manuel del Falla, qui con la bella coreografia di Antonio Gades per il film  El amor brujo di Carlos Saura. Nel rosso del fuoco e della notte, sale il calore della passione, quella feroce, pura e primordiale che bc402807-e3a2-416d-a064-e06c0158b617rimescola il sangue. Guardate l’orgia di mani sinuose da cui emerge la Dea rossovestita…

IL CALORE DELLA LUSSURIA
Nel 1978 non c’era solo il punk o il glam; c’era soprattutto la passione per la trasgressione, per l’esplorazione del proprio limite sensuale e sessuale, interrotta bruscamente dall’arrivo nei primi anni 80 dell’HIV. Ma nel 1978 questo brano spopolò, ed è stato omaggiato da diverse cover, tra cui una famosissima di Grace Jones. Il calore, un calore pressoché sulfureo, è il protagonista assoluto di questo brano sperimentale dei The Normal, “Warm leatherette”  (https://www.youtube.com/watch?v=S5QErPDNcj4&feature=youtu.be) letteralmente “mutandine di pelle calda”. Warm leatherette/Melts on your burning flesh/You can see your reflection/In the luminescent dash. Un inno della sensualità contrapposta alla morte (let’s make love/before you die)
IL FUOCO DELLA SPERIMENTAZIONE
HOT ON THE HEELS OF LOVE – nel 1979 i Throbbing Gristle uscivano con un caposaldo della cultura alternativa “20 Jazz Funk Greats” che a dispetto del nome è un disco dove il suono elettronico unito alla lussuriosa voce di Cosey Fanni Tutti, crea un inesorabile anelito sexy. Cosey ripete solo una frase (calda, caldissima) “I’m hot on the heels of love / Waiting for help from above (https://www.youtube.com/watch?v=tgqRXWFaGXw&feature=youtu.be). Qui il calore diventa peccato e trasgressione che invoca un aiuto trascendente, esaltando la dimensione quasi tantrica del brano.
FUOCO E CENERE: MUORE ZIGGY, RINASCE IL DUCA
Questo capolavoro del Ribelle Bowie, Ashes to ashes  – Scary Monsters 1980 (https://www.youtube.com/watch?v=HyMm4rJemtI&feature=youtu.be) è un’elegia alle ceneri della sua vita precedente. Di fatto aveva rischiato di bruciarsi anima e cervello con l’abuso di qualsiasi cosa, arrivando quasi alla pazzia. Ed ecco che con grande coraggio da fuoco a Ziggy, distrugge se stesso, rinascendo a una dimensione spirituale ed enormemente creativa, purificata dal fuoco della sua immensa passione per la musica. Il fuoco pulisce e brucia ciò che è inutile, e la cenere diventa humus per la crescita di idee nuove.

IL FUOCO DELLA PASSIONE, SETE INESTINGUIBILE
Damon Edge, Angel Fire (Alliance) (1985) – (https://www.youtube.com/watch?v=FJR05b7g_Ow&feature=youtu.be)  in questo dimenticato capolavoro di Damon Edge, leader dei Chrome, scomparso prematuramente, la voce bassa di Damon si strugge per un’amata dai capelli rossi (I don’t know where I am, You look like Angel fire) di cui 1077007a-dc37-4275-8d10-093da5c1755ccomincia a intuire la bruciante crudeltà; morrà negli anni 90 di solitudine, senza essere riuscito a dimenticarla. L’amore può davvero carbonizzare l’anima.

IL FUOCO DEL FUNK E DEL NON SENSE
Questo brano, “Burning down the House” – Talking Heads 1983 (https://www.youtube.com/watch?v=u06DpcFXc4U&feature=youtu.be) in cui si sente lo zampino geniale di Brian Eno,  nel cui video si vede davvero bruciare una casa, lo stralunassimo David Byrne canta la poetica della falsa tranquillità borghese, che nasconde infuocati e corrosivi disagi. Potete stare fermi solo se vi legate. La sezione ritmica è travolgente e africana.

IL FUOCO DELLA RABBIA
nel 1989 i Ministry, industrial metal band, escono con questo arroventassimo “Burning Inside,” taken from Ministry’s album, The Mind is a Terrible Thing to Taste (1989) (https://www.youtube.com/watch?v=E
M5DOSC0jUo&feature=youtu.be) qualcosa di lavico fuoriesce dalla chitarre, ruvide e scottanti: è il fuoco della rabbia, della disillusione, della violenza davanti all’ipocrisia. In questo brano secco e senza perdono come un inquisitore domenicano, l’ignizione è rabbiosa, rapida ed esplosiva. A tutto volume, per accendersi come pire.

IL FUOCO CHE FORGIA IL METALLO
E quando si è arrabbiati meglio si combatte: ed ecco che il fuoco serve a temprare l’acciaio. I Metallica nel 1984 cavalcarono il lampo, la rabbia diventa cosmica per ciò che era nostro ed è stato rubato: il fuoco della libertà. (https://www.youtube.com/watch?v=xjlgUx7_aN0). Con Fight Fire with Fire (combattere il fuoco con il fuoco) la rabbia di Prometeo diventa furia, velocità, ossessione antica. E a pensarci bene, la chioma incolta del Metallaro non ricorda le fiamme? Non urla l’anima Metal la sete da trascendenza, che questo calore primordiale accende impietoso?

13b2c58f-48df-448d-8313-13a1b91ad68aIL FUOCO DELLA MALINCONIA
Qui la voce roca di Cobain è corrosa dal blues. Dove vanno le persone cattive quando muoiono? Non nel Paradiso dove gli angeli volano, vanno al Lago di Fuoco a friggere, come durante il 4 luglio. Nirvana – Lake of fire (https://www.youtube.com/watch?v=uT1BuLYt2RU&list=RDuT1BuLYt2RU&index=1). Cobain, ragazzo perduto, bruciato dalla droga e dalla tensione tra bene e male. Il fuoco è l’unico elemento che scavalca la dualità. Fuoco è nelle stelle, fuoco è nell’inferno. Il fuoco è l’unica certezza.
AIN SOPH – IL SOFFIO DEL FUOCO
Chiudo questa esplorazione con uno struggente viaggio nell’anima. Soft Moon, al secolo Luis Vasquez, nuova psichedelica alchemica,  in “The Soft Moon” album (Captured Tracks, 2010) sussurra in questa inesorabile “Breathe the fire” (https://www.youtube.com/watch?v=WaMwHJWZOvY)
Nessun altro può dirmi
Chi sono io
sicuramente posso dire di essere colpevole
Ma non posso cambiare

Respiro il fuoco
E svanisco
Respiro via la tua innocenza
E assaggio le fiamme.

Ain Soph soffia nel fuoco, distrugge e ricrea.

Monica Seksich

Drammaturgia del Fuoco a Palermo incontro con Eleonora Pardo – di Maria Angela D’Agostaro

Lo spazio urbano è il luogo deputato per lo spettacolo della strada; ha come protagonisti una schiera di artisti che offrono il corpo e la loro singolare destrezza al pubblico che libero passa e si ferma, attirato dalla fascinazione o curiosità di ciò che sta accadendo.

Lo spettacolo della strada è un arte antica: i mimi, i jongleurs, i narratori, già sono presenti a Siracusa quando la Sicilia si chiamava Magna Grecia. Di solito il nome che ha valicato i secoli  accomunando questa categoria di artisti girovaghi è: saltimbanco. Lo vediamo protagonista, dopo aver transitato nelle feste romane, nel Medioevo, accompagnato da altre figure colorate e mascherate, quando i  Misteri sono annunciati da un’allegra parata. Molte volte gli artisti di strada, hanno lasciato la piazza della fiera e sono stati accolti nelle corti per allietare i mecenati di turno.

Le pratiche teatrali sviluppatesi nel tempo li hanno inglobati nelle compagnie girovaghe del 1500, saltimbanchi – commedianti, ma non hanno mai dimenticato l’odore e la polvere della strada, dello spazio libero.

In Francia alcuni hanno scelto il nomadismo delle compagnie circensi che si sono affermate in piena era romantica, altri muovendosi sempre tra performance teatrale e arti della pista hanno prediletto Le Boulevarde du Crime, sorto a Parigi. Lì erano sorti una costellazione di piccoli teatri che esibivano cartelli di una spettacolarità di consumo per la borghesia, per scrittori e intellettuali  stanchi della grande drammaturgia e ricercavano la magia del corpo, dell’orrido, della risata, della meraviglia e del meraviglioso.

Questi artisti hanno ispirato il rinnovamento del teatro, le teorie e la performance dell’attore che ha percorso nelle varie fasi tutto il novecento. Antonin Artaud, Eugenio Barba, solo per citarne alcuni, hanno visto nella spettacolarità che oggi chiamiamo urbana, una sacralità dissacrante che conduce il corpo  a spingersi oltre e a donarsi plasticamente ed emotivamente in pasto alle fauci del pubblico che desidera fruirne al di fuori delle barriere e distanza del palcoscenico all’italiana: è infranto lo specchio della quarta parete.

Molte volte l’arte di strada negli ultimi decenni ha avuto una connotazione civile e sociale, mentre in Francia  e in Belgio i nuovi “saltimbanchi” godono di diritti,  di spazi deputati e di riconoscimenti nei festival di teatro e nelle città, in Italia, in particolare in Sicilia, queste figure non vengono apprezzate dalle istituzioni deputate e di conseguenza anche il pubblico ne ha una visione parziale e distorta. L’artista di strada è considerato un parvenue, la sua legittima questua, elemento onorevole per il riconoscimento dell’esibizione nel Medioevo, è assimilato spesso ad accattonaggio.

Per comprendere e conoscere qual è lo stato delle arti performative circensi che troviamo negli spazi urbani di Palermo, ho incontrato Eleonora Pardo, artista che si esibisce in performance di teatro-danza con il fuoco.

Come nasce la performance di strada a Palermo e chi sono i protagonisti?

  • Nell’ultimo decennio sono molti coloro che si sono dedicati all’esibizione della propria qualità artistica negli spazi del centro storico. I protagonisti hanno scelto l’arte circense in tutte le sue pratiche ed espressioni in particolare: la clownerie acrobatica, la jonglerie classica con clave, palline, monociclo, sfera di cristallo e molti attrezzi e accessori che servono per “il fuoco”.

Questi artisti si esibiscono da soli o fanno parte di piccole compagnie ma la percezione è che appartengano ad un’unica famiglia, legati dal cerchio della passione per l’arte e il comune senso di amicizia. Vi è un codice che ci accomuna nel frequentare la strada,  ha come base: il rispetto degl’uni verso gli altri.

 

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In questo tipo di arte troviamo evocati ed espressi tutti e quattro gli elementi: se pensiamo all’aria certamente l’immagine che attiriamo è la giocoleria in tutte le sue accezioni; gli oggetti si librano e volteggiano, scompaiono e appaiono, si moltiplicano e il corpo flessuoso del performer ne insegue il divenire calcolato dall’abilità  e gestualità delle mani. La gioia assale e meraviglia anche lo spettatore adulto quando è l’acqua che diventa protagonista; Agata Leale crea uno spettacolo di leggere bolle di sapone di qual si voglia dimensione, che si rincorrono, che felici trovano spazio dentro le altre creando fantasmagorie.

 

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L’Aria chiama la terra. Sono diversi gli artisti di Palermo che si offrono come “attori totali” di teatrale memoria: Jonathan Marquis, Virgilio Rattoballi, Giorgio Cannata e Fabrizio Campo solo per citarne alcuni. Lo spettatore che ha potuto fermarsi e godere degli spettacoli di questi protagonisti è stato pervaso per dirla con Bergson da un ilarità che gli ha donato benessere e leggerezza:  “Ridendo, l’uomo si sente vivere”. La clouwnerie la fa da padrone là dove la parola diventa charabia, il volto diventa una maschera al di là del cerone, il corpo trova nella caduta calcolata ladestrezza e l’armonia con l’oggetto scelto. L’acrobazia, l’equilibrio, l’improvvisazione è la regina della piéce spettacolare. Costoro sono attori, acrobati, saltimbanchi che conoscono la magia del tempo e dello spazio e lo cavalcano, valicano toccando ora le stelle ed ora la terra.

L’ibridazione dei generi accomuna le arti performative della strada: corpo danzante, corpo che mima, corpo che saggia la gravità in alto e in basso.

 

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Eleonora tu ti esibisci usando il fuoco quali sono le caratteristiche?

  • Il fuoco esprime leggerezza e le sue lingue lambiscono subito l’alto, si espande creando differenti sfumature di luce.

Ho scelto il fuoco per riabilitare l’accezione negativa che lo connota; domarlo significa per me, esprimere il mondo della Volontà che arde dentro l’individuo. Usiamo il fuoco per dimostrare che rischiando si possono scoprire universi fantastici. Questo elemento quando viene usato in una danza crea delle figure particolari, uniche a cui puoi attribuire un significato.

Se disegno per terra una linea di fuoco disponendo della segatura mista a paraffina e l’accendo, già indico una soglia fra ciò che è bene e ciò che è male, attraversarla significa che sto superando dei limiti interiori.

Durante gli spettacoli molte volte lo manipolo, lo offro ai miei compagni di viaggio ed al pubblico in quest’ultimo caso assurge a simbolo di volontà di azione, di condivisione e di amicizia.

Per me è importante il rapporto dinamico e plastico che il corpo e la sua espressione, instaura con il fuoco; la meraviglia da suscitare nella percezione dello spettatore quindi, non sta nell’azzerare la salivazione attuando dei giochi di “pericolo”, ma nella facoltà magica che sprigiona passione, che percorre come una carezza la schiena e avvolge il cuore a desiderare di carezzare le fiamme e rimanere illesi.

Ho sempre proposto spettacoli che narrano una storia a sfondo sociale che rende universale il concetto di umanità: questo elemento amplifica la performance e la percezione di ciò che sta accadendo al di là della caducità del tempo e dello spazio.

Mi potresti descrivere il percorso degli artisti del fuoco a Palermo?

  • Tutti abbiamo iniziato all’interno di un’unica compagnia, ma dopo un periodo di formazione, ciascuno di noi ha cercato la propria strada come è giusto che sia, per esprimere la propria individualità e creatività. La maestra indiscussa secondo me, di questa disciplina a Palermo è Sabrina Firmaturi.

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Interrompo la conversazione e pesco nella mia recente memoria che mi ha spinto ad intervistare Eleonora. “Io stessa, ho avuto il piacere di assistere ad uno spettacolo di questa splendida donna e artista a gennaio scorso. Sono rimasta affascinata da come coniuga la danza usando musiche che chiaramente evocano atmosfere gitane e orientali. Ella, leggiadra, ancheggiava, strisciava i piedi cercando l’accoglienza di Madre Terra, e sventolava il suo ventaglio di fuoco fendendo l’aria. Fuoco e sensualità femminile era il segno portante dello spettacolo. Era finito il tempo della cenere e l’artista incarnava l’araba fenice, colei che sa il segreto che porta con sé il fuoco; in virtù di questa Sapienza con la danza lo donava agli spettatori con ardente amore. Tutti potevamo vedere e goderne, ma solo con il permesso della Vestale del fuoco lo si poteva sfiorare anche solo con l’immaginazione; si aveva accesso al divino cerchio solo se scelti o se coraggiosi. La performance di quella sera si è chiusa proprio con la richiesta ad uno spettatore di provare la divina e infuocata ebbrezza. Accanto alla danzatrice del fuoco si è esibito Valerio Genovese che ha dato prova di destrezza e di grande complicità di amorosi sensi con l’elemento e con la donna.

Lo spettacolo ha incarnato a pieno la dualità del fuoco in cui alberga il principio femminile e maschile.”

 

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Quali sono gli altri protagonisti che vuoi segnalare?

  • Ho avuto il piacere di esibirmi con Gabriella Matranga che considero una mia maestra dalla quale ho appreso l’importanza dell’espressione corporea; Brida Luna, Malù, Betty Militano per citarne alcuni. Un mondo che ha un’impronta fortemente femminile e in ogni spettacolo, che si sviluppa da un canovaccio, si sottolinea la cura e il rinnovo del mandato delle vestali: perpetue custodi del rinnovamento della Vita.

Maria Angela D’Agostaro

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Ardenti memorie che neppure il fuoco cancella – di Barbara Coffani

C’è una stretta connessione tra l’elemento Fuoco e una delle figure più affascinanti e conturbanti del nostro inconscio collettivo: quella della Strega. “Non dire a tua figlia come finirà. Non dirglielo. Quando lei ti chiede se un giorno voi potrete volare, dille di sì. Dille che vi alzerete da terra a cielo velocissime e brillanti come le faville dei falò.” (1) È il diavolo a parlare, a suggerire a Margherita la strega una pietosa bugia.  “Voleremo, mamma, un giorno?” aveva chiesto la bambina, con tutta la leggerezza e ingenuità dei suoi sette anni. La strega doveva aver lasciato intendere qualcosa a sua figlia, forse qualche allusione alle sue esperienze psico-fisiche di volo notturno, allusioni vaghe e imprecise che avevano acceso nella bambina il fuoco della curiosità. Ma la fine di ogni strega è sulla pira e poiché questa destinazione/destino non si può evitare, anziché spaventare e angosciare la piccola con la risposta di una futura inevitabile verità, meglio sfumare le cose con una frase che tuttavia rivela solo a chi sa intendere,  trasformando il rogo in “giocosa occasione di volo”: “Certo, volerete, come le faville dei falò.” La fiamma tende naturalmente verso il cielo… Sembra poesia, ma è orrore. L’orrore dei roghi destinati a tutti coloro che sceglievano l’”altra strada”. Il rogo era la pena destinata agli eretici: tra le fiamme morirono Jacques de Molay, Giovanna D’Arco e Giordano Bruno, per citare solo pochi nomi esemplari e su loro e su molti altri le condanne di stregoneria ed eresia confluirono e si confusero. Il termine “eretico” deriva dal greco “airesis” che significa “scelta”. È tristemente buffo constatare che quello che dovrebbe configurarsi come possibilità – e quindi, nel ventaglio del possibile, forma di libertà, giacché io scelgo quando ho molte opzioni diverse tra cui muovermi – diventi invece “la scelta sbagliata”, quella che ti porta nella direzione del nemico, scelta che comporta ineludibile condanna. Personalmente, l’eresia mi ha sempre affascinato. Non so se esista un’altra parola che porta su di sé in maniera altrettanto concentrata ed ossimorica un senso e il suo opposto: da “libertà di scelta” a “restrizione ad una sola scelta possibile” (fra l’altro proprio la strada verso la Morte, elemento rispetto a cui nessuno è libero).  Sembra poesia ma è orrore; eppure, sembra orrore, ma è libertà, o meglio, desiderio di libertà: quella libertà cercata nei raduni per ricongiungersi ai diavoli, leggi “antichi dei”, leggi “antenati”, leggi “ritmi naturali”, e ricercata anche  nelle erbe usate per il sabba e per alzarsi in volo.

92c9a17c-2094-458c-9bd1-58dc73622c03Che cosa fa, di fatto, una strega? Trasforma e si trasforma. Non voglio certo  associarmi alle velleità purificatrici dei “mandanti dell’accensione” ma l’origine della parola “fuoco” è “pyr”, etimo greco anche di “puro” e “purezza”. Secondo il pensiero comunemente diffuso, si usava il fuoco per purificare le streghe e salvar loro l’anima. Forse fumo negli occhi, ancora una volta, uno dei tanti numerosi embrujos di chi ha la coscienza sporca e una gran coda di paglia. Infatti, “Si è perduta la lingua dell’amore. Questi cani, adesso, non possono nemmeno credere che tu ce l’abbia, un’anima. Ecco perché ti stanno martoriando così”  suggerisce il diavolo a Margherita, accostandosi a lei e offrendole l’arnica che la uccide impedendole di attraversare altro dolore e altra tortura. I sostenitori della coscienza sporca giustificano i roghi delle streghe con l’obiettivo di salvare anime, passando sopra il fatto che a lungo, durante l’epoca in cui torture e roghi erano attivi, la chiesa non riconobbe l’anima alle donne (2) e negando che anima e corpo sono una cosa sola e che il danno che si agisce su una parte riverbera anche sull’altra… In ogni caso, se è vero che la strega tende all’Arte della Metamorfosi, qual è l’agente di trasformazione per eccellenza, da sempre, se non il fuoco? Il fuoco che trasforma sostanza e forma, liberando lo spirito dalla materia. Il fuoco che porta lo spirito, ora privo di materia e leggerissimo, su su nelle più alte sfere, a contatto con il nervo olfattivo/cervello degli dei. Il fuoco che toglie dallo spirito ogni pesantezza, ogni traccia di residuo materico permettendogli di volare. È significativo notare come, fra le tante sostanze utilizzate dalle malefiche per sperimentare volo et similia, fin dai tempi più antichi (e non sospetti) in cui i riti avevano luogo senza l’ombra incombente del Malleus, fossero presenti ingredienti strettamente correlati al fuoco o più in generale ai suoi effetti o a situazioni ad esso collegabili, almeno in campo semantico. L’aconito per esempio, che provoca prurito, febbre e senso di calore interno; la belladonna,  che alza la temperatura corporea inibendo l’attività delle ghiandole sudoripare; il giusquiamo e lo stramonio, che provocano alterazioni percettive e sensoriali, simili alle allucinazioni di chi ha la febbre alta. Una nota a parte merita l’ergot, parassita della segale, che in tempi passati diede origine a vere e proprie epidemie di intossicazioni. L’ergotismo, conosciuto anche come fuoco di Sant’Antonio, fuoco sacro o male degli ardenti, si manifesta con il bruciore, e il rossore e il prurito e i fenomeni allucinatori in passato collegati alla possessione demoniaca. Infatti una parte degli studi dedicati alla stregoneria sostiene che dietro al fenomeno vi fosse proprio l’intossicazione da segale cornuta, specialmente in quelle regioni dove la segale era alla base dell’alimentazione e dove la povertà dei fruitori non permetteva di variare i cibi né di avere alimenti puri e di qualità, che quindi potevano essere infestati da parassiti. Ma la segale cornuta era presente anche nel pane impastato per i rituali eleusini (3) oltre ad essere una delle sostanze utilizzate dalle herbarie per provocare l’aborto. Un’altra fra le varie interpretazioni della stregoneria, la associa a disturbi psichiatrici come l’isteria o la mania, ora definita “disturbo bipolare”. Ironia della sorte, la traduzione inglese di tale disturbo è “touched with fire”.

Barbara Coffani

Bibliografia e note
– Camilla G., 2003, Le piante sacre. Allucinogeni di origine vegetale, Nautilus, Torino
– Toro G. 2005, Sotto tutte le brume sopra tutti i rovi. Stregoneria e farmacologia degli unguenti, Nautilus, Torino
– Cardini, F., 1989, Le piante magiche, in Settimane di studio del centro italiano di studi sull’alto medioevo, tomo secondo, Spoleto
– Wasson, R. Gordon, Ruck, C., Hofmann, A.,The Road to Eleusis: Unveiling the Secret of the Mysteries. Harcourt, Brace, Jovanovich, 1978.
  • La memoria del grano, Barbara Coffani, 2012. Nel racconto, una strega di nome Margherita, arsa sul rogo e magicamente ancora in contatto con sua figlia che porta lo stesso nome, racconta verità che non trapelano dai verbali dei processi per stregoneria. Alle domande poste dall’inquisitore si intrecciano le domande e le considerazioni della bambina e attraverso il suo sguardo innocente la storia della strega sua madre e del diavolo-violinista acquista la delicatezza e l’incanto di una storia d’amore.
  • Sulla questione dell’ammissione dell’anima nelle donne da parte della Chiesa ci si confronta da tempo ed esistono varie teorie. Fra gli altri, Paolo Brezzi in La civiltà del Medioevo europeo, pare sostenere che la chiesa cattolica non la riconoscesse.
  • Wasson, R. Gordon ecc., cit. sopra

La Luna a mezzogiorno – Di Alfredo Pochet

La Luna a mezzogiorno.

Di Alfredo Pochet. Roma, 1 febbraio 2016.

Era da poco calata la sera sul villaggio nomade dell’altopiano di Porkràt.

Il giovane Shouz osservava i movimenti autonomi ed armoniosi degli elementi intorno a sé, come se ognuno di essi stesse prendendo parte ad un preciso rituale celebrato dall’Universo, senza alcuna distinzione tra esseri terrestri o divini.

I tre astri, perfettamente allineati, brillavano dall’alto della volta celeste; gli uomini serravano le mandrie al centro del campo, mentre pigri anelli di fumo disegnavano pennacchi sopra i comignoli delle tende.

L’aria era fredda, la terra umida.

Il fuoco scoppiettante tra le pietre ammantava il presidio di una bolla calda e lucente, fedele compagna notturna di Shouz, abile guerriero e devoto guardiano nelle notti del villaggio.

Vi erano in tutto ventuno famiglie nella piccola comunità dalla pelle gialla, governata da due ordini assembleari in grado di dar voce a tutti. Quello più rispettato – e per questo più influente – era il Cerchio delle Madri, che comprendeva ventuno donne, una in rappresentanza per ciascuno dei nuclei familiari di provenienza.

Ad esso seguiva il Consiglio dei ventuno Padri, altrettanto autorevole ma in subordine rispetto alle Madri, tradizionalmente composto da uomini più anziani di ogni famiglia.

Due infine erano i giovani che ogni discendenza aveva il dovere di destinare per la difesa della comunità al Primo Assembramento, la più antica tra le adunanze istituite dal popolo Murihé.

Shouz alternava con suo fratello Fahr la guardia notturna presso uno dei ventuno Focolari che circondavano, proteggendolo, il villaggio nomade, non lontano dalle tende della sua famiglia, al punto da poterne distinguere chiaramente i profumi e le voci.

Ma ciò che amava contemplare il giovane guardiano dagli occhi azzurri, erano le lingue di fuoco che danzavano nella sfera rovente e sfolgorante di fronte a sé: vortici caotici di forza primordiale!

Egli le osservava intensamente, senza mai distogliere lo sguardo da quel tepore sfavillante, catturato da quel fenomeno che così descrisse al Consiglio dei Padri quando ivi raccontò la sua straordinaria scoperta:

«Da circa trentasei lune ho imparato a guardare, ad ascoltare, a percepire gli odori della terra che compete al mio Focolare di guardia, fissando il mio sguardo sulla Fiamma delle fiamme che da esso divampa.

Riesco ad osservarla per un tempo assolutamente indefinibile, senza battere le palpebre, e più mi lascio catturare da ciò che vedo fuori di me, maggiore è la sensazione di sprofondare nell’invisibile che anima le mie azioni, i miei pensieri.

Eppure, in questo stato di apparente non-coscienza al mondo, cresce in maniera spaventosa la mia capacità di ravvisare ogni minimo cambiamento nel cerchio di terra che mi circonda».

Shouz era visibilmente intimorito mentre raccontava la sua storia al Consiglio, tuttavia ancor più evidente era la sua eccitazione nel descrivere ciò che poteva ascoltare, come lo stupefacente battito di minuscole ali, lo strusciare degli organismi infinitesimali simile, per le sue orecchie, al galoppo di una mandria selvaggia.

Narrava di scie prive di luce lasciate dalle foglie cadenti che egli era in grado di “vedere senza guardare”, degli occhi di belve affamate che poteva incrociare ed allontanare continuando a scrutare, tra le lingue di fuoco, la Fiamma delle fiamme.

Gli uomini del Consiglio non riuscivano a capire che cosa stesse accadendo a Shouz, non avendo nessuno di essi mai provato un’esperienza simile. Lo invitarono a mantenere l’assoluto segreto su questa inspiegabile vicenda, onde evitare prevedibili turbamenti tra gli abitanti del piccolo villaggio.

Nel frattempo, il ragazzo avrebbe potuto chiedere un ulteriore consulto sull’accaduto al Cerchio delle Madri, confidando nella capacità di comprensione femminile per sua natura in grado di traguardare i limiti di ciò che non è spiegabile altrimenti.

Le sagge donne Murihé, pur ignorando le cause del fenomeno descritto dal ragazzo, intuirono il richiamo ancestrale di quanto stava accadendo e gli suggerirono di seguitare a fissare le fiamme, fintanto che il suo Focolare non fosse stato violato da minacce esterne.

Shouz accolse entrambe le indicazioni, comprendendo e condividendo tanto le prescrizioni sul segreto dispensate dai Padri quanto l’invito al perdurare ricevuto dalle Madri.

Nel corso delle trentasei lune seguenti, durante i suoi turni di sorveglianza al Focolare, egli mantenne costante la sua dedizione alla pratica della fissazione della Fiamma delle fiamme amplificando, così facendo, progressivamente le sue facoltà percettive, espandendole e nello spazio e nella miriade di movimenti che avvertiva dentro di sé.

Il Focolare che presidiava fu l’unico tra i ventuno a non essere stato mai violato in così tanto tempo.

Alla trentasettesima luna, accadde. Di giorno.

Il sole splendeva in un azzurro privo di nuvole da un’altezza quasi  perpendicolare alla testa di Shouz, il quale osservava di buon umore i suoi piedi, compiacendosi del fatto che aveva imparato a riconoscere con estrema precisione il momento in cui l’ampiezza minima della sua ombra segnalava che si era giunti a metà giornata.

Accadde tutto all’improvviso: gli angoli della sua bocca si inarcarono verso il basso, il suo sorriso si contrasse in una smorfia di terrore: aveva appena vistola sua ombra sparire del tutto ed un enorme velo di oscurità allungarsi sui campi dove prima splendeva la luce.

Alzò lo sguardo e vide in cielo un cerchio, buio come la notte, frapporsi tra la terra sotto i suoi piedi pietrificati e il Sole, i cui raggi emanavano un colore inquietante.

Bloccato dallo spavento, immobile come l’albero sacro dell’altopiano di Porkràt, Shouz chiuse gli occhi e fermò il respiro.

Quando osò riaprirli vide un immenso anello di fuoco avvolgere l’oscurità del medaglione lunare che, lentamente, transitava dinnanzi al Sole; tra le lingue incandescenti riconobbe lei, la Fiamma delle Fiamme, bruciare sinuosa nel cielo violaceo.

Avvertì un’onda d’amore investire prepotentemente lo spazio intorno a sé, si sentì sommerso da un desiderio di infinito, sopraffatto da un intento di pura immortalità.

Quando percepì la stessa Fiamma bruciare nel suo cuore, allora intuì che cosa doveva essere fatto: e così fece.

Trascorsero molti giorni prima che Shouz potesse comprendere appieno il potere cosmico che era riuscito a carpire dagli dei grazie a ciò che aveva compiuto.

Accadde durante una visita di conforto a suo fratelloFahr, il cui figlio era stato colpito da una tremenda febbre invernale, di quelle che di tanto in tanto falciavano le vite più fragili dei Murihé.

Di fronte a quella scena straziante, Shouz provò un sentimento sconosciuto, una sorta di assoluta compassione attiva rispetto al bambino che, spontaneamente, toccò nei punti più freddi del suo corpicino indifeso e morente.

Dopo pochi attimi il piccolo Hakin, figlio di Fahr, lasciò l’agonia e riprese a vivere.

Shouzabbandonò il villaggio, trascorse trentasei lune in assoluta solitudine in un luogo che non rivelò mai a nessuno.

Al suo ritorno creò la Ventiduesima Congregazione, un nucleo di appartenenza destinato solo agli uomini e alle donne alla ricerca della Verità votata alla Terapeutica, da egli custodita in gran segreto e svelata solo d’innanzi al medesimo amore e alla stessa perduranza che lo avevano condotto a carpirla.

Da quel giorno in ogni villaggio dei Murihé e in ogni tempio del mondo c’è un Fuoco sacro che arde costantemente; grazie a Shouz,se anche noi sentiamo il richiamo dell’anima di un Guardianopossiamo avvicinarci al Focolare, scrutare la Fiamma delle fiamme e carpire il suo immenso potere.

Se sentiamo il medesimo amore e quella stessa volontà.

La Fenice – di Francesco Lodato

Il mondo dell’Arte Sequenziale vive una strana esistenza sospesa tra concezione visuale e natura letteraria che le permettono di attinge a piene mani da tutto i materiali mistico-religioso creati dall’uomo nel corso dei millenni.

Non è un segreto se la primaria differenza nell’impostazione dell’immaginario fumettistico derivi dalla nazione di origine e dalle influenze culturali secolarizzate in esse: non è un caso se la filosofia antica ed i principi della fisica aristotelica si trovino spesso alla base della narrazione.

In un universo, quello dei fumetti di supereroi, che si affacciava al mondo partendo dalla natura profetica di Superman, l’intreccio tra religione, mitologia, filosofia ed alchimia sta alla base di molti concept per personaggi che tutti conosciamo.

Pensiamo ai Fantastici Quattro: sono solo la rappresentazione della normale famiglia americana in lotta con il cambiamento sociale degli anni 60? Probabilmente si, ma al contempo rappresentano l’interezza universale degli elementi naturali secondo gli antichi greci: Aria (l’abilità di svanire della Donna Invisibile), Acqua (il potere di rendersi elastico/fluido di Mr Fantastic), Fuoco (l’autocombustione della Torcia Umana) e Terra (la pelle rocciosa della Cosa).

Un nucleo familiare perfetto che ricrea al proprio interno un microcosmo completo assumendo tutte le caratteristiche prima, o Arché, care ad Anassimandro, Anassimene, Talete ed Eraclito sul cui pensiero ci vogliamo soffermare.

Il Logos di Eraclito veniva, metaforicamente, definito dalla natura guizzante delle fiamme in continuo mutamento come l’uomo stesso, dalla loro infinita capacità di consumare materia, o terra, per produrre energia bruciando l’aria, modificandola attraverso il calore per poi ricadere sulla terra nutrendola sotto forma di pioggia, quindi di acqua: il ciclo dell’universo.

Il fuoco è uno dei quattro elementi alchemici fondamentali proprio per la sua capacità di modificare gli stati della materia e la creatura mitologica che rappresenta questo fenomeno viene chiamata Fenice, l’uccello capace di rinascere dalle proprie ceneri il cui nome, proprio per questa sua natura di mutazione ciclica, veniva associato alla mitica Pietra Filosofale.

Ogni mitologia, dalla Cina alla Grecia, possiede una propria versione di questa creatura che compare nella Bibbia, nel Corano, nei testi sacri egizi ed Indù come nei racconti pre islamici de Le mille e una Notte.

Se in Egitto il suo ciclo vitale di morte e rinascita, in quanto creatura legata la culto del sole, era vincolata all’acqua, negli alti paesi è sempre stata identificata come una forza di rinascita derivante dalla distruzione, stesso dicasi per il mondo del fumetto in cui questo animale mitologico trova una collocazione fondamentale dal finire degli settanta.

La Fenice dell’universo Marvel (quello degli Avengers e di Spiderman) è una creatura onnipotente, una forza primaria del cosmo che viaggia attraverso l’universo sin dal momento della creazione con un duplice scopo: far progredire le civiltà pronte per il balzo evolutivo o distruggere quelle perse ormai nella stagnazione socioculturale. Essa non possiede un vero controllo su questa dicotomica relazione legata all’essenza stessa del fuco prometeico, ma si affida ad un ospite, nella fattispecie la rossa chiomata Jean Grey degli X-Men affinché, attraverso una relazione simbiotica, le permetta di comprendere il mondo in cui si è imbattuta e le potenzialità della sua popolazione.

Il mondo dei fumetti è un luogo strano, di messaggi stratificati per le diverse tipologie di pubblico che prendono in mano un comic book e la Fenice riassume in se molte delle concettualità archetipiche legate al fuoco: a partire dalla duplice natura creativa/distruttiva della fisica Aristotelica, attraverso la Volontà di potenza di Nietzsche fino al languore dei sensi, erotico e sensuale della psicologia contemporanea.

78ca8d0b-fa31-404b-8f23-1500995a7effLa storia editoriale del personaggio, nella versione originale, rappresentava perfettamente il rapporto tra l’uomo ed il bisogno si rinnovamento che deriva dalla Volontà di potenza intesa come perpetua pulsione al cambiamento dei valori, sia esso in positivo o in negativo.

Non è un caso se la Fenice possegga anche nei fumetti una duplice natura: la carriera fumettistica che ne racchiude la parabola giunge infatti al culmine con la celebre “Saga di Fenice Nera” in cui il lato oscuro della, un tempo, giovane ed ingenua Jean Grey si materializza in una nuova personalità oscura, sensuale e vendicativa capace di distruggere un intero pianeta abitato per placare la follia di una mente corrotta dalla fiamma del potere.

Jean Grey afferma la propria maturità sessuale nel corso degli albi citati trasformando il puro fuoco benevolo della Fenice nelle oscure e languide fiamme del peccato manifestando una natura oscura che la colloca tra i malvagi tout court: quelli che, perso ormai ogni legame con la realtà, si lasciano corrompere dalle tenebre.

Gli X-men sono sempre stati un fumetto fortemente adolescenziale e questa duplice natura della Fenice ne è solo un esempio: un sapiente utilizzo di un cammino esoterico molto potente per rappresentare il passaggio del ragazzo all’età adulta o, esotericamente parlando, del mistero all’accettazione.

Non è casuale se il culmine della vita editoriale della Fenice sia il proprio suicidio: un gesto di chiarezza, una presa di responsabilità per i proprio errori che porta la creatura a pagare con la vita la propria colpa rinascendo purificata dal peccato, nuovamente solo come Jean Grey, attraverso l’esperienza umana più preziosa raccolta durante la propria esistenza: l’amore che vince la morte e purifica lo spirito.

Saranno i sentimenti di Ciclope e Wolverine, l’amicizia di Tempesta e l’affetto suo mentore, il Professor Xavier a portare la Fenice in uno stato di consapevolezza tale da accettare la propria morta sicura di una rinascita nel segno del rinnovamento.

Così sarà nell’infinito ciclo narrativo dell’arte sequenziale in cui ogni idea mai partorita dalla mente dell’uomo viene ripresa, rivisitata e ricostruita per passare, sotto nuova forma, alla generazione successiva per rinnovarne la creatività e capacità di sognare.

 

Francesco Lodato

La Magia è nella vita – di Maria Angela D’Agostaro

12620787_10153878765107010_658842523_oCosa è la Magia? Se cerchiamo in un qualunque vocabolario possiamo leggere la seguente definizione: ·  1 Arte e pratica che si servono di fenomeni paranormali e occulti per agire sugli individui e sulla natura in genere SIN incantesimo || m. nera, effettuata con intenzioni malefiche e dannose nei confronti di qlcu. o qlco. | m. bianca, effettuata con intenzioni benefiche. ·  2 fig. Capacità di attrarre SIN fascino.

La fascinazione della Sapienza magica ha accompagnato da sempre il cammino dell’individuo, ha scandito la ritualità del quotidiano là dove ancora vigeva un completo amalgamarsi con i fenomeni che offre la Natura e l’Universo. La Magia si è celata dietro i volti di Sacerdoti e Sacerdotesse, di Dei, di Maghi e Maghe e/o Streghe e Stregoni. Pochi erano gli eletti/iniziati che per doti straordinarie o divine potevano accedere nel cerchio di fuoco e vivere di Magia affidandosi a Spiriti guida ora animali, ora elementali ( ondine, silfidi, salamandre, gnomi e fate), ora scintille Superiori appartenenti al sacro Empireo.

La magia ha cavalcato il tempo e lo spazio ed ogni popolo sulla terra, ha creato la propria lingua Tradizionale, ha edificato i luoghi di culto, ha dato vita alla Parola Sacra visibile e invisibile, Segni e Simboli hanno lasciato tracce indelebili su differenti supporti e materie. La Sapienza rimane per pochi anche se in ciascuno di noi alberga la Luce che lotta eternamente con l’Ombra / Male.

La Magia è stata confusa con la superstizione, ingabbiata e in nome di un qualunque Dio è stata bandita o irrorata di sangue. Donne/Streghe/ Guaritrici sono state uccise, messe a rogo, torturate, vessate, relegate al silenzio, negate, sol perché capaci di comunicare con i grandi culti del Sole e della Luna, della Grande Madre.

La Magia è stata depauperata dalle costellazioni di gruppi e sette segrete di un elemento essenziale e Antico, la funzione della Donna il suo sacro fuoco principio maschile che vive in lei in maniera naturale.

La Via Spirituale è un cammino straordinario a cui tutti possiamo accedere se non vogliamo rimanere dei dormienti, ed allo stesso tempo è per pochi. Oggi se andiamo in qualunque libreria troviamo testi che hanno per oggetto la Magia in tutte le sue sfaccettature, manuali su filtri, sulla chiromanzia, astrologia, cartomanzia, sugli angeli, sugli spiriti guida, sui rituali magici appartenenti alle differenti tradizioni e relativi Maestri.

Il testo Indagine sulla Magia scritto da Giuseppe Mirisola, edito da Lanterna Magica con una colta introduzione dal taglio antropologico scritta da Claudio Paterna, vuole essere un viaggio teorico-pratico che utilizza un linguaggio semplice per dare delle indicazioni a chi si vuole avvicinare alla Wicca e al mondo dell’invisibile. Il nostro autore dopo un lungo studio raccoglie e descrive poi donandoli al lettore una serie di strumenti che servono per agire con Magia, non dimenticando un assunto che più volte sottolinea “ l’unione gioiosa con la Natura. La terra è una manifestazione dell’energia divina … La magia nella Wicca è tutto ciò che ci circonda … La vera magia di un wiccan sta nel tipo di rapporto che egli instaura con se stesso, con la natura e con gli altri … non fa altro che creare dentro e fuori di sé dei movimenti di energia positiva tramite la meditazione e il contatto con la natura per influenzare positivamente la vita che lo circonda …”

Mirisola, pur scrivendo sui lati positivi della Wicca che ritiene una delle prime possibili vie da percorrere per coloro che si avvicinano a questo mondo, è un attento studioso e ricercatore e nel tempo ha acquisito una visione sincretica della realtà magica: ogni via se percorsa con un intento puro, sospinta dall’energia che è dentro e fuori di noi, può condurre l’individuo che pratica l’incantesimo ad attuare ciò che desidera, ad ampliare il proprio sentire ed ottenere quelle chiavi della conoscenza per vedere oltre. La ritualità, la forza della parola non hanno una connotazione appartenente o specifica di una religione monoteista come quella cristiana o politeista come quella neopagana, essa è potere in virtù dell’impronta energetica che dà l’individuo uomo o donna che sia, strega o stregone. Si possono usare diversi strumenti per attirare e dialogare con le energie: bacchette magiche, incensi, carte, rune il tutto nel rispetto di un rituale che segue un percorso preciso illuminato dalle cadenze annuali del Tempo, evocando a sé le forze dei quattro elementi sotto l’egira di Luna e Sole, ringraziando per ciò che si chiede o si ottiene.

Mirisola a cuore aperto offre al lettore la sua conoscenza ed esperienza, infatti nell’ultima parte raccoglie delle interviste fatte a persone che si occupano di Magia o che si sono avvicinate ad essa.

Il filo conduttore del libro rimane un profondo rispetto per ciò che è e sempre sarà, ogni cosa, essere vivente è intriso di immanente energia che aspetta di essere accolta, il Secretum è uno scrigno prezioso che vive come fiamma in ciascuno per alimentarla ci vuole Luce e Amore al di là delle differenti tradizioni la “Via è Una/O” come più volte ha sottolineato l’Autore in conversazioni che ho avuto il piacere di avere con lui.

Maria Angela D’Agostaro

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