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Spazio sacro della creatività

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Le Vie Del Pensiero

Pacha Mama – di Barbara Coffani

“Nel linguaggio del cuore è depositata e sigillata l’autentica essenza dell’uomo.”

Negli occhi dello sciamano, Hernàn Huarache Mamani

Ogni volta che mi si chiede di scrivere di una divinità, percorro due strade. La prima è quella dello sguardo: cerco immagini, foto, icone. Trascorro il tempo ad osservare i simboli, più rapidi, diretti e intensi di qualunque altra forma di comunicazione. La seconda è quella dell’osservazione di ciò che mi accade intorno durante la ricerca, perché ho notato che, quando inizio a studiare un dio, tutto sembra riecheggiarne. Tutto intorno, ogni cosa sembra pervasa, intrisa delle sue insegne, come se nominandolo, cercandolo, un dio e il suo mito si risvegliassero ed iniziassero a palpitare attraverso il quotidiano, come se non vedessero l’ora di riemergere da un sonno lungo tutta la storia. Forse è proprio vero che la mente vede quello che vuole vedere. O forse aveva ragione Baudelaire, quando diceva: “E’ un tempio la Natura, ove pilastri viventi a volte emanano parole confuse; l’uomo la attraversa tra foreste di simboli dagli occhi familiari” (Baudelaire, Correspondences)

Anche stavolta è così. Pachamama non è una novità, per me. Anzi, è una vecchia amica.

Non appena digito il suo nome in rete, mi si spalanca il paradiso terrestre: pitture di donne meravigliose, gravide, spumeggianti di vita e di capacità creativa; donne incinte, con enormi pance colorate, azzurre, blu, arancio, folte capigliature lussureggianti come foreste tropicali, abiti cuciti e dipinti con piante, animali, stelle, sole, luna, isole verdi, montagne brune, nuvole e acque turchesi…

Il suo corpo è il mondo. La vita è il suo corpo.

Pachamama mostra donne-dee all’apice del loro potere, dove il potere coincide con la capacità di dare vita, con la creatività. Pachamama è creazione.

Al vederle, anch’io mi sento come se fossi incinta. Da alcuni giorni non riesco a dormire, così approfitto dell’elevata soglia di eccitazione per documentarmi e leggere: d’altronde, perché dormire quando la primavera è così vicina?

Pachamama è una divinità della cultura andina, venerata in Bolivia e in alcune zone nord dell’Argentina e del Cile. Il suo nome deriva dal quechua, la lingua tradizionale andina, in cui “mama” significa “terra” e “pacha” significa “universo”, o “tutto”,

Mito e tradizione di Pachamama si sono diffusi, da alcuni anni a questa parte in Europa, grazie al lavoro di Hernàn Huarache Mamani, scrittore peruviano e “curandero”, ossia sciamano, impegnato nella rivalutazione della cultura tradizionale della sua gente. Egli ha iniziato a scrivere e pubblicare testi inerenti la sua terra (“Curanderos delle Ande” è del 1985) e in seguito è passato a scrivere opere di narrativa, come “La profezia della curandera” del 2001, “La donna dalla coda d’argento” del 2005 e “La donna della luce” del 2007, che hanno riscosso grande successo di pubblico. Al di là del fascino suscitato dalle ambientazioni e dalle sue capacità narrative, Hernàn Huarache Mamani deve fortuna, successo e buona accoglienza al messaggio di cui i suoi scritti si fanno veicolo, scritti attraverso i quali diffonde le idee inerenti a Pachamama.

Osservandolo, sentendolo parlare in alcune interviste, sono colpita dalla sua semplicità: è chiaro ed inequivocabile come un bambino, e da lui traspare una grande umiltà; senza alcuna forma di orgoglio o superbia, e molto realisticamente, afferma che il nostro pianeta è solo un granello di sabbia nell’universo, che non esiste nessuna forma di vita superiore alle altre, che ogni essere, non solo umano, ma vivente, ha gli stessi diritti, perché Pachamama ugualmente a tutti ha concesso il diritto alla vita. Quanto è lontano, questo concetto, dalle parole messe in bocca a Dio nella Genesi: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi, 1, 26-27).

Mamani definisce “Pachamama” un concetto: ella è, ad un tempo, madre celestiale, madre dell’universo e madre terra; se ne fa portavoce per scongiurare i problemi che sovrastano il mondo, aggravandosi di anno in anno, in particolare l’inquinamento, non solo ambientale, ma anche mentale e spirituale: in una visione olistica della realtà e del mondo, tutto ciò che l’uomo fa alla terra si riflette su di lui, l’uomo e la terra su cui poggia i piedi sono una cosa sola. Ecco perché il corpo di Pachamama è fatto di isole, nuvole e montagne. Inquinare noi e inquinare la terra, è la stessa cosa.

7fb554e4-e779-454e-892e-b16988eb454ePachamama è un essere spirituale che ci ha posti in uno dei più bei luoghi del sistema solare, luogo che l’uomo civilizzato sta rovinando, distruggendo e contaminando a causa della sua devozione al dio denaro, al possesso, alla proprietà privata, che non sono situazioni naturali. Ma si prevede il ritorno di una sorta di età dell’oro, il ritorno a un’epoca dove governavano antichi re mitici che garantivano pace e prosperità e che furono distrutti dai popoli guerrieri e tale ritorno è inevitabile perché in natura, la proprietà privata e il denaro non esistono.

Dal punto di vista religioso, Pachamama è un concetto di tolleranza: è necessario tollerare gli uni e gli altri, senza dividere nessuno, senza separare, senza escludere, perché gli esseri umani sono qui per vivere in armonia e per partecipare, a loro modo, al progetto di creazione. La donna, in particolare, ha dentro di sé un potere che la stessa Pachamama le ha donato perché lo utilizzi con amore. Per essere una vera donna, è necessario non avere paura ma essere libera e saggia e in particolare, occorre non essere un soggetto vittima di basse passioni, o di una sessualità egoista, possessiva, manipolatrice e repressiva.

Osservando le immagini che ho trovato, non posso non pensare alla Venere di Willendorf, una statuetta risalente a 26000-25000 anni fa, raffigurante una donna poco caratterizzata nel volto, ma definita da una notevole corpulenza dei seni e del ventre, per questo motivo collegata a culti di fertilità (anche se su questa ipotesi le teorie continuano ad essere piuttosto discordanti). Molte rappresentazioni di Pachamama, anche moderne o di tendenza new age, mostrano una donna incinta e con grandi seni. Il legame tra le due dee è evidente: in nessuna delle due è significativa l’individualità: infatti il viso non è definito, non vediamo un’espressione, non notiamo il colore degli occhi, né nessun altro segno di emozioni eventualmente provate; ciò che passa immediatamente, semplicemente, è il senso di abbondanza.

Pachamama accovacciata nella posizione della partoriente, con un bambino incanalato nel canale del parto e con il viso così estremamente stilizzato mi ricorda anche le Sheila na Gig, le sculture medievali irlandesi che raffigurano una donna accovacciata nell’atto di divaricare una vulva ingigantita. Nonostante la crudezza (e oscenità, agli occhi di noi moderni) della loro posizione, le Sheila na Gig erano statuette poste a decorazione di piccole chiese, con la funzione di proteggere dalla morte e dal male, e, in generale, poste a custodia di ogni apertura o passaggio. Con tutta l’ostentazione di nudo e la provocazione sessuale a cui siamo sottoposti senza riserve ogni giorno, con l’esaltazione esasperata del sesso, che trasuda ovunque, al punto che questa continua stimolazione sembra essere uno dei fattori responsabili dell’abbassamento dell’età media del menarca nelle ragazzine di oggi, mi fa seriamente riflettere il fatto che la posizione della partoriente possa essere da qualcuno considerata scandalosa, come in effetti accade…

La stilizzazione del volto di entrambe le immagini dice molto: parla di una sorta di anonimato, o meglio, di perdita di identità, che ha luogo sia durante il parto, sia durante qualunque passaggio tra mondi diversi, ed è una perdita di identità che riguarda sia la partoriente, che fa effettuare il passaggio, sia il neonato, che lo effettua e che non è ancora nessuno. Improvvisamente comprendo anche perché la morte non abbia volto, perché sia rappresentata da uno scheletro oppure coperta da un cappuccio nero: non ci avevo mai pensato prima, ma non c’è identità, nella morte, sia perché chi muore in qualche modo perde se stesso, sia perché la morte non distingue nessuno, non fa eccezioni.

Il copricapo sulla testa di Pachamama sembra la ruota di un pavone, o forse è un’aureola. Ha un’apertura a ventaglio, a 180 gradi: l’estensione dell’abbraccio di una madre, una madre a braccia aperte, un vuoto, uno spazio libero da riempire, un posto dove stare: il posto per noi.

Pachamama mostra anche i seni: in uno è dipinto un sole, nell’altro, una luna. Il mito racconta che Pachamama partorì due gemelli: che fossero questi, i suoi due figli? Che Pachamama sia madre della luce del sole e della luna che illumina la notte? Che sia madre del principio maschile e femminile? Che sia matrice di tutto ciò che esiste?

Attraverso i suoi seni dipinti, o tatuati, è espressa l’interezza e la totalità: lei è colei che nutre tutto. Lei è tutto. Ma non solo. Sposto continuamente lo sguardo da un seno all’altro, dalla luna al sole, e capisco che il segreto di Pachamama, il mistero della sua forza e il suo messaggio, non sta nell’identificarsi con una delle due polarità da lei mostrate, ma nell’identificarsi con “il passaggio” da una polarità all’altra. In questo senso, ella è tutto: perché non si può essere tutto se ci si identifica, se ci si irrigidisce su una posizione, su un ruolo, su un aspetto. Invece si può essere tutto quando si passa da una cosa all’altra in continuazione.

Ho seguito delle lezioni di danza del ventre che, al di là della valenza seduttiva e “da harem” che ha acquisito nel tempo e con il turismo, nasce come danza sacra delle donne che anticamente veneravano la dea Iside. A completamento di ogni figura, quale che fosse, l’insegnante ci faceva riportare alla posizione di partenza, e ci faceva incrociare le braccia ad X sul petto, a livello del cuore. Questa posizione serve a richiamare la centratura, serve a riprendere equilibrio e come pausa, prima di iniziare un nuovo passo. Le braccia, nell’antica danza dedicata ad Iside, vanno incrociate tra i seni perché lì c’è il cuore. Questo vedo, oscillando lo sguardo da un seno all’altro di Pachamama: non la scelta tra sole e luna, non l’”aut aut” ma l’”et et”, il passaggio dall’uno all’altra tramite il cuore, perché è questo che c’è tra i seni. Anzi: solo per mezzo del cuore può aver luogo questo passaggio. E il cuore non è prerogativa delle donne, ma di tutto ciò che è vivo, quale che sia il suo genere. Dunque, Pachamama suggerisce la trasformazione, il cambiamento, il passaggio. Lei è il ponte, il veicolo, il canale, dipinto, del resto, anche al centro del suo corpo, dove, già predisposto per uscire alla luce, sta il contorno di un bambino che deve nascere.

Il simbolo di Pachamama è il rospo, animale sacro nella tradizione contadina delle Ande, dove rappresenta la ricchezza. Simile al rospo, la rana era invece sacra presso gli Egizi. Se nelle Ande sognare un rospo è interpretato come l’arrivo della ricchezza, presso gli Egizi la rana preannunciava l’arrivo delle piogge che, ingrossando il Nilo, avrebbero garantito la piena e di conseguenza la fertilità della terra egizia, grazie al limo fecondo che ricopriva il terreno una volta che le acque si fossero ritirate.

La magia del rospo, come degli anfibi in generale, è da ricercarsi nella sua capacità di scomparire nel fango per uscirne al momento favorevole. Sembra quasi dotato di una seconda vita e in effetti, anche il nome scientifico allude alla sua doppiezza: anfibio significa infatti due vite, con riferimento alla fase in cui il girino, non ancora rana, vive nelle acque come un pesce e con l’aspetto di un pesce, e all’altra fase in cui invece, da adulto, vive sulla terra ferma. Tra le varie ritualità associate a Pachamama, gli andini usano nascondere doni, alimenti, tabacco, denaro o altro, in alcune pentole sottoterra, come offerta alla dea. Presso gli egizi era venerata una dea-levatrice dalla testa di rana, di nome Heqet, o Heket, che sovrintendeva ai misteri del passaggio dalla vita, alla morte, alla nascita e rinascita… Il passaggio, ancora una volta: tra luoghi, tra mondi diversi, che non ha neppur senso mantenere separati e distinti poiché Pachamama è la madre-tutto.

Heqet è una delle dee che i mitologi pongono alle origini della figura greca di Ecate, l’anziana dea dei trivi, che ha già dentro di sé tutti i passaggi e le fasi della vita della donna; il trivio fa probabilmente riferimento alla posizione privilegiata di cui si può godere da un incrocio, che concede la vista su tutte le direzioni: allo stesso modo, è privilegiata la posizione dell’anziana, che ha già visto ogni cosa nella vita. Anche Ecate, come Heqet e Pachamama, è legata al passaggio da un mondo all’altro, oltre che ai cicli naturali di vita, morte e rinascita. Nel mito di Demetra e Persefone, infatti, è lei che accoglie Persefone alla sua uscita dagli Inferi per restituirla a Demetra ed è l’unica dea, insieme a Persefone ed Hermes, che ha il potere di andare e tornare dall’Ade.

Anche l’archeologa Marja Gimbutas parlò della dea rana come di colei su cui confluivano i poteri della morte e della rigenerazione; Gimbutas mostrò tracce e manufatti di una devozione che durò quasi 10000 anni. Inoltre in molte tombe greche, romane ed egizie sono stati trovati amuleti a forma di rana, e lampade in terracotta con il sigillo della rana, recanti iscrizioni del tipo “io sono la resurrezione”. La mentalità di chi vive a stretto contatto con i cicli naturali è semplice, come è semplice la natura: la rana vive tra la terra e l’acqua, in zone di confine; vive due vite e si trasforma; sembra scomparire per sempre nel fango, e invece ricompare quando le condizioni meteorologiche sono favorevoli: per chi sa osservare la natura, è semplice trovare il collegamento tra la rana, o il rospo, e il simbolismo della trasformazione.

Non posso fare a meno di ripensare a quando ero bambina, alle passeggiate estive con mia madre, in campagna, di sera, lungo i fossi, accompagnate dalle lucciole, e a quando cantavano le rane e lei mi diceva che sarebbe venuta la pioggia… Saggezza contadina.

Poi ripenso al gracidio delle rane, a quel suono riprodotto nella nostra lingua umana: gra… gra… gra…

… Gra… come grazia… gra… come gravida… gra… come gravità… gra… come gratis, gratuità, gratitudine…

Grazia come Ave Maria, gratia plena… gratis come un dono, dono come gebu, la runa che significa G, che simboleggia il dono e che ha la forma di una X, come la X delle braccia sul petto delle danzatrici del ventre…

Sono sempre più in fermento: mi sento come la schiuma che sta traboccando da un boccale pieno di birra dorata e decido di fare una piccola ricerca etimologica. Sulle parole che cominciano per “Gra”.

Gravità e gravidanza hanno qualcosa in comune: derivano dal latino “gravis” e rimandano al concetto di pesantezza e di pienezza; gratuità e grazia, invece, derivano dal greco “charis”, che indica ogni cosa che si rende piacevole agli altri: l’avvenenza, il favore, ma anche il dono, la ricompensa. In qualche modo, la pienezza e la bellezza sono collegate e, del resto, in “ave Maria, gratia plena” si afferma esattamente questo: chi è gravida, è piena di grazia, e chi ha la grazia dentro di sé, porta la vita. Fra le immagini di Pachamama ce n’è una, originaria di Cerro Rico, in Bolivia, che rappresenta la dea come una Madonna, esempio del sincretismo religioso che i gesuiti hanno operato nelle terre conquistate dagli spagnoli.

La dea è interamente ricoperta da un abito rosso, decorato da fiori e animali, e reca ai suoi piedi un globo biancastro, una specie di palla che rappresenta il mondo, un’immagine incredibilmente simile alla figura delle papesse in certi tarocchi. Il legame simbolico con la Madonna e, quindi, con il concetto di femminile portatore di grazia e fecondità, qui è particolarmente evidente.

Anche in altre lingue esistono parole che si sviluppano a partire da suono simile a “gra”, e che sono riferibili a significati analoghi a quelli già citati: growth in inglese, ad esempio, che significa crescita, o croitre, crescere, in francese, da cui i famosi croissants, che non tutti sanno essere i dolci delle streghe, così chiamati perché a forma di luna crescente. La cosa divertente è che tutte queste parole derivano da una radice hindi o sanscrita, -kar, o -kra, che significa “Creato”.

È bastato ascoltare le rane.

Per curiosità, ho cercato nell’alfabeto ebraico il significato della lettera G. Ho trovato che si chiama Ghimel, e che simboleggia beneficienza e culmine. Secondo la cultura ebraica, Ghimel rappresenta un uomo che vede un povero sulla soglia della porta di casa, e gli porge del cibo: ancora una volta ritorna il tema della soglia e della concessione di nutrimento, che significa concessione di vita, fertilità e abbondanza; Ghimel è associata al numero 3, che rappresenta il figlio, nel senso di essere che si forma e nasce dalla precedente unione di due altri esseri. Il numero 3-figlio è l’entità perfetta che allude alla capacità di neutralizzare forze contrastanti per unirle (di nuovo l’integrazione) in una terza, più resistente, più duratura e portatrice di continuazione. Sono gli stessi concetti di cui parla Mamani, collegati a Pachamama.

Un’idea inconsueta suggerita da Pachamama, che rompe uno stereotipo tipicamente occidentale molto radicato, è la relazione tra il principio femminile e l’equilibrio. Nei secoli, per noi occidentali l’equilibrio è sempre stato sinonimo di ordine e in relazione con il maschile: partendo dalla Genesi (dove Dio crea sostanzialmente mettendo ordine tra le cose e separandole, dividendole e categorizzandole fra loro in modo da dare loro un’identità e da distinguerle l’una dall’altra) arrivando al predominio della ragione e della capacità di analisi, viste sempre come qualità tipicamente maschili. All’opposto, solitamente, la donna è l’incarnazione dell’isteria, della follia, della debolezza, dell’incostanza e dello squilibrio. La donna è irrazionale, emotiva, instabile, debole; non a caso è collegata alla luna, che indica la mutevolezza e la mancanza di stabilità (quando non addirittura la pazzia) mentre l’uomo è collegato alla chiarezza senza dubbi del sole. L’equilibrio è tendenzialmente riferito al maschile, per le caratteristiche di razionalità, fermezza e determinazione dell’uomo. Non si trova mai una relazione tra l’equilibrio come frutto dell’aderenza ad un principio femminile: non c’è quasi mai un femminile portatore di legge, ordine ed equilibrio, se si escludono alcuni miti greci, come Atena, o la stessa Vergine Maria, che sono comunque in secondo piano rispetto a superiori principi maschili. Invece, ecco che Hernàn Huarache Mamani parla dell’esigenza di riferirsi ad una divinità femminile per riportare l’equilibrio nel mondo, per salvarci dal caos che sta per sommergere ogni cosa. Da dove vengono, esattamente, il disordine e lo squilibrio? Mamani parla del dio denaro e della tendenza alla proprietà privata: ma tutto ciò è riconducibile alla tendenza al possesso, che non è male in sé, quanto per il fatto che il possesso, così come lo intendiamo e applichiamo oggi, significa “prendere qualcosa da un tutto e separarlo per farlo mio”: il possesso è andato a coincidere con il separare, con lo staccare; non è altro che voler tenere qualcosa unito a noi attraverso un’azione disgregatrice su qualcos’altro. Ogni volta che differenziamo, distinguiamo, separiamo, operiamo un “solve”, che si oppone al “coagula” necessario all’opera d’amore. Per ottenere l’equilibrio, più che separare per mettere ordine, si deve mettere armonia. Ma non si può fare armonia quando si escludono delle parti di una totalità. Ciò che noi abbiamo dimenticato e perduto, è il concetto di armonia fra le parti, di bellezza come frutto della grazia e, viceversa, di grazia come naturale succedere alla bellezza. La bellezza per noi moderni, invece, è fatta di tagli. Anche chirurgici.

Certo, Mamani gode di una posizione privilegiata e di un punto di vista speciale sulle cose, perché è un curandero. Il curandero è una persona che vive il presente: in lui manca sia la proiezione sul futuro sia il continuo rimuginare sul passato, azioni sul tempo tipicamente moderne e “nostre”, derivate dalla credenza in un “regno dei cieli”, in una felicità e in un premio non gratuiti ma da guadagnare, che giungeranno solo alla fine dei tempi, e da una concezione del tempo lineare, e non ciclica, che ci spinge a vedere le cose come in un continuum fra il “fu”, l’”è” e il “sarà”. Anche vedere il tempo in questo modo crea separazione e scissione. In Pachamama, questa forma di separazione manca: perché lei è “madre spazio-tempo”. Lo spazio, che è il passaggio da un luogo all’altro e che non permette ubiquità agli esseri umani, diventa una dimensione rotonda, come il suo copricapo e come il suo corpo; il tempo, linea orizzontale che va dal passato al futuro, diventa solo il momento, il punto presente. Come l’immagine di un cerchio, diviso a metà, Pachamama concentra in sé tutte le dimensioni. Come nella ruota di medicina dei nativi americani, come nella rosa dei venti, come nel coperchio del pozzo del Calice di Glastonbury. E come nelle rappresentazioni del Cristo in maestà, dove il Cristo, cioè il figlio, il dono perfetto, l’eternità garantita dalla continuazione della specie, il frutto dell’amore, la conferma concreta dell’amore e il dono che un uomo dà ad una donna e che una donna dà ad un uomo, è al centro di una cornice a forma di mandorla. Un’elaborazione dell’originale forma del cerchio. Cos’altro, se non l’apertura sacra del grembo materno? Mandorla, in francese, si dice amande, che deriva dal latino amanda, da amare…

Un sincronico significativo: ho accennato, all’inizio, al fatto che quando mi accingo ad approfondire una divinità o un mito, osservo ciò che accade intorno a me. Questo articolo mi è stato proposto il giorno di San Valentino. In seguito, dopo averlo completato, ho scoperto che presso i romani il periodo di San Valentino era chiamato lupercalia ed era dedicato a Pan, nella sua forma di Luperco, protettore del gregge. Pan è il dio dell’istinto naturale e selvaggio, della terra, dei boschi e della sessualità spontanea, gioiosa e creativa. Il suo nome, in greco, significa “tutto”.

Barbara Coffani

Ardenti memorie che neppure il fuoco cancella – di Barbara Coffani

C’è una stretta connessione tra l’elemento Fuoco e una delle figure più affascinanti e conturbanti del nostro inconscio collettivo: quella della Strega. “Non dire a tua figlia come finirà. Non dirglielo. Quando lei ti chiede se un giorno voi potrete volare, dille di sì. Dille che vi alzerete da terra a cielo velocissime e brillanti come le faville dei falò.” (1) È il diavolo a parlare, a suggerire a Margherita la strega una pietosa bugia.  “Voleremo, mamma, un giorno?” aveva chiesto la bambina, con tutta la leggerezza e ingenuità dei suoi sette anni. La strega doveva aver lasciato intendere qualcosa a sua figlia, forse qualche allusione alle sue esperienze psico-fisiche di volo notturno, allusioni vaghe e imprecise che avevano acceso nella bambina il fuoco della curiosità. Ma la fine di ogni strega è sulla pira e poiché questa destinazione/destino non si può evitare, anziché spaventare e angosciare la piccola con la risposta di una futura inevitabile verità, meglio sfumare le cose con una frase che tuttavia rivela solo a chi sa intendere,  trasformando il rogo in “giocosa occasione di volo”: “Certo, volerete, come le faville dei falò.” La fiamma tende naturalmente verso il cielo… Sembra poesia, ma è orrore. L’orrore dei roghi destinati a tutti coloro che sceglievano l’”altra strada”. Il rogo era la pena destinata agli eretici: tra le fiamme morirono Jacques de Molay, Giovanna D’Arco e Giordano Bruno, per citare solo pochi nomi esemplari e su loro e su molti altri le condanne di stregoneria ed eresia confluirono e si confusero. Il termine “eretico” deriva dal greco “airesis” che significa “scelta”. È tristemente buffo constatare che quello che dovrebbe configurarsi come possibilità – e quindi, nel ventaglio del possibile, forma di libertà, giacché io scelgo quando ho molte opzioni diverse tra cui muovermi – diventi invece “la scelta sbagliata”, quella che ti porta nella direzione del nemico, scelta che comporta ineludibile condanna. Personalmente, l’eresia mi ha sempre affascinato. Non so se esista un’altra parola che porta su di sé in maniera altrettanto concentrata ed ossimorica un senso e il suo opposto: da “libertà di scelta” a “restrizione ad una sola scelta possibile” (fra l’altro proprio la strada verso la Morte, elemento rispetto a cui nessuno è libero).  Sembra poesia ma è orrore; eppure, sembra orrore, ma è libertà, o meglio, desiderio di libertà: quella libertà cercata nei raduni per ricongiungersi ai diavoli, leggi “antichi dei”, leggi “antenati”, leggi “ritmi naturali”, e ricercata anche  nelle erbe usate per il sabba e per alzarsi in volo.

92c9a17c-2094-458c-9bd1-58dc73622c03Che cosa fa, di fatto, una strega? Trasforma e si trasforma. Non voglio certo  associarmi alle velleità purificatrici dei “mandanti dell’accensione” ma l’origine della parola “fuoco” è “pyr”, etimo greco anche di “puro” e “purezza”. Secondo il pensiero comunemente diffuso, si usava il fuoco per purificare le streghe e salvar loro l’anima. Forse fumo negli occhi, ancora una volta, uno dei tanti numerosi embrujos di chi ha la coscienza sporca e una gran coda di paglia. Infatti, “Si è perduta la lingua dell’amore. Questi cani, adesso, non possono nemmeno credere che tu ce l’abbia, un’anima. Ecco perché ti stanno martoriando così”  suggerisce il diavolo a Margherita, accostandosi a lei e offrendole l’arnica che la uccide impedendole di attraversare altro dolore e altra tortura. I sostenitori della coscienza sporca giustificano i roghi delle streghe con l’obiettivo di salvare anime, passando sopra il fatto che a lungo, durante l’epoca in cui torture e roghi erano attivi, la chiesa non riconobbe l’anima alle donne (2) e negando che anima e corpo sono una cosa sola e che il danno che si agisce su una parte riverbera anche sull’altra… In ogni caso, se è vero che la strega tende all’Arte della Metamorfosi, qual è l’agente di trasformazione per eccellenza, da sempre, se non il fuoco? Il fuoco che trasforma sostanza e forma, liberando lo spirito dalla materia. Il fuoco che porta lo spirito, ora privo di materia e leggerissimo, su su nelle più alte sfere, a contatto con il nervo olfattivo/cervello degli dei. Il fuoco che toglie dallo spirito ogni pesantezza, ogni traccia di residuo materico permettendogli di volare. È significativo notare come, fra le tante sostanze utilizzate dalle malefiche per sperimentare volo et similia, fin dai tempi più antichi (e non sospetti) in cui i riti avevano luogo senza l’ombra incombente del Malleus, fossero presenti ingredienti strettamente correlati al fuoco o più in generale ai suoi effetti o a situazioni ad esso collegabili, almeno in campo semantico. L’aconito per esempio, che provoca prurito, febbre e senso di calore interno; la belladonna,  che alza la temperatura corporea inibendo l’attività delle ghiandole sudoripare; il giusquiamo e lo stramonio, che provocano alterazioni percettive e sensoriali, simili alle allucinazioni di chi ha la febbre alta. Una nota a parte merita l’ergot, parassita della segale, che in tempi passati diede origine a vere e proprie epidemie di intossicazioni. L’ergotismo, conosciuto anche come fuoco di Sant’Antonio, fuoco sacro o male degli ardenti, si manifesta con il bruciore, e il rossore e il prurito e i fenomeni allucinatori in passato collegati alla possessione demoniaca. Infatti una parte degli studi dedicati alla stregoneria sostiene che dietro al fenomeno vi fosse proprio l’intossicazione da segale cornuta, specialmente in quelle regioni dove la segale era alla base dell’alimentazione e dove la povertà dei fruitori non permetteva di variare i cibi né di avere alimenti puri e di qualità, che quindi potevano essere infestati da parassiti. Ma la segale cornuta era presente anche nel pane impastato per i rituali eleusini (3) oltre ad essere una delle sostanze utilizzate dalle herbarie per provocare l’aborto. Un’altra fra le varie interpretazioni della stregoneria, la associa a disturbi psichiatrici come l’isteria o la mania, ora definita “disturbo bipolare”. Ironia della sorte, la traduzione inglese di tale disturbo è “touched with fire”.

Barbara Coffani

Bibliografia e note
– Camilla G., 2003, Le piante sacre. Allucinogeni di origine vegetale, Nautilus, Torino
– Toro G. 2005, Sotto tutte le brume sopra tutti i rovi. Stregoneria e farmacologia degli unguenti, Nautilus, Torino
– Cardini, F., 1989, Le piante magiche, in Settimane di studio del centro italiano di studi sull’alto medioevo, tomo secondo, Spoleto
– Wasson, R. Gordon, Ruck, C., Hofmann, A.,The Road to Eleusis: Unveiling the Secret of the Mysteries. Harcourt, Brace, Jovanovich, 1978.
  • La memoria del grano, Barbara Coffani, 2012. Nel racconto, una strega di nome Margherita, arsa sul rogo e magicamente ancora in contatto con sua figlia che porta lo stesso nome, racconta verità che non trapelano dai verbali dei processi per stregoneria. Alle domande poste dall’inquisitore si intrecciano le domande e le considerazioni della bambina e attraverso il suo sguardo innocente la storia della strega sua madre e del diavolo-violinista acquista la delicatezza e l’incanto di una storia d’amore.
  • Sulla questione dell’ammissione dell’anima nelle donne da parte della Chiesa ci si confronta da tempo ed esistono varie teorie. Fra gli altri, Paolo Brezzi in La civiltà del Medioevo europeo, pare sostenere che la chiesa cattolica non la riconoscesse.
  • Wasson, R. Gordon ecc., cit. sopra

La Magia è nella vita – di Maria Angela D’Agostaro

12620787_10153878765107010_658842523_oCosa è la Magia? Se cerchiamo in un qualunque vocabolario possiamo leggere la seguente definizione: ·  1 Arte e pratica che si servono di fenomeni paranormali e occulti per agire sugli individui e sulla natura in genere SIN incantesimo || m. nera, effettuata con intenzioni malefiche e dannose nei confronti di qlcu. o qlco. | m. bianca, effettuata con intenzioni benefiche. ·  2 fig. Capacità di attrarre SIN fascino.

La fascinazione della Sapienza magica ha accompagnato da sempre il cammino dell’individuo, ha scandito la ritualità del quotidiano là dove ancora vigeva un completo amalgamarsi con i fenomeni che offre la Natura e l’Universo. La Magia si è celata dietro i volti di Sacerdoti e Sacerdotesse, di Dei, di Maghi e Maghe e/o Streghe e Stregoni. Pochi erano gli eletti/iniziati che per doti straordinarie o divine potevano accedere nel cerchio di fuoco e vivere di Magia affidandosi a Spiriti guida ora animali, ora elementali ( ondine, silfidi, salamandre, gnomi e fate), ora scintille Superiori appartenenti al sacro Empireo.

La magia ha cavalcato il tempo e lo spazio ed ogni popolo sulla terra, ha creato la propria lingua Tradizionale, ha edificato i luoghi di culto, ha dato vita alla Parola Sacra visibile e invisibile, Segni e Simboli hanno lasciato tracce indelebili su differenti supporti e materie. La Sapienza rimane per pochi anche se in ciascuno di noi alberga la Luce che lotta eternamente con l’Ombra / Male.

La Magia è stata confusa con la superstizione, ingabbiata e in nome di un qualunque Dio è stata bandita o irrorata di sangue. Donne/Streghe/ Guaritrici sono state uccise, messe a rogo, torturate, vessate, relegate al silenzio, negate, sol perché capaci di comunicare con i grandi culti del Sole e della Luna, della Grande Madre.

La Magia è stata depauperata dalle costellazioni di gruppi e sette segrete di un elemento essenziale e Antico, la funzione della Donna il suo sacro fuoco principio maschile che vive in lei in maniera naturale.

La Via Spirituale è un cammino straordinario a cui tutti possiamo accedere se non vogliamo rimanere dei dormienti, ed allo stesso tempo è per pochi. Oggi se andiamo in qualunque libreria troviamo testi che hanno per oggetto la Magia in tutte le sue sfaccettature, manuali su filtri, sulla chiromanzia, astrologia, cartomanzia, sugli angeli, sugli spiriti guida, sui rituali magici appartenenti alle differenti tradizioni e relativi Maestri.

Il testo Indagine sulla Magia scritto da Giuseppe Mirisola, edito da Lanterna Magica con una colta introduzione dal taglio antropologico scritta da Claudio Paterna, vuole essere un viaggio teorico-pratico che utilizza un linguaggio semplice per dare delle indicazioni a chi si vuole avvicinare alla Wicca e al mondo dell’invisibile. Il nostro autore dopo un lungo studio raccoglie e descrive poi donandoli al lettore una serie di strumenti che servono per agire con Magia, non dimenticando un assunto che più volte sottolinea “ l’unione gioiosa con la Natura. La terra è una manifestazione dell’energia divina … La magia nella Wicca è tutto ciò che ci circonda … La vera magia di un wiccan sta nel tipo di rapporto che egli instaura con se stesso, con la natura e con gli altri … non fa altro che creare dentro e fuori di sé dei movimenti di energia positiva tramite la meditazione e il contatto con la natura per influenzare positivamente la vita che lo circonda …”

Mirisola, pur scrivendo sui lati positivi della Wicca che ritiene una delle prime possibili vie da percorrere per coloro che si avvicinano a questo mondo, è un attento studioso e ricercatore e nel tempo ha acquisito una visione sincretica della realtà magica: ogni via se percorsa con un intento puro, sospinta dall’energia che è dentro e fuori di noi, può condurre l’individuo che pratica l’incantesimo ad attuare ciò che desidera, ad ampliare il proprio sentire ed ottenere quelle chiavi della conoscenza per vedere oltre. La ritualità, la forza della parola non hanno una connotazione appartenente o specifica di una religione monoteista come quella cristiana o politeista come quella neopagana, essa è potere in virtù dell’impronta energetica che dà l’individuo uomo o donna che sia, strega o stregone. Si possono usare diversi strumenti per attirare e dialogare con le energie: bacchette magiche, incensi, carte, rune il tutto nel rispetto di un rituale che segue un percorso preciso illuminato dalle cadenze annuali del Tempo, evocando a sé le forze dei quattro elementi sotto l’egira di Luna e Sole, ringraziando per ciò che si chiede o si ottiene.

Mirisola a cuore aperto offre al lettore la sua conoscenza ed esperienza, infatti nell’ultima parte raccoglie delle interviste fatte a persone che si occupano di Magia o che si sono avvicinate ad essa.

Il filo conduttore del libro rimane un profondo rispetto per ciò che è e sempre sarà, ogni cosa, essere vivente è intriso di immanente energia che aspetta di essere accolta, il Secretum è uno scrigno prezioso che vive come fiamma in ciascuno per alimentarla ci vuole Luce e Amore al di là delle differenti tradizioni la “Via è Una/O” come più volte ha sottolineato l’Autore in conversazioni che ho avuto il piacere di avere con lui.

Maria Angela D’Agostaro

L’isola che c’è – di Maddalena Inglese

“Siamo noi l’artefatto di noi stessi e l’inganno sono le nostre identità costruite davanti allo specchio. Quindi alla base di ogni travestimento, o camuffamento, o vestizione, vi è l’attivazione di una pulsione scopica desiderante retaggio dell’androgino. Lo specchio come immagine speculare per la formazione della nostra immagine. L’Io non è una componente scevra da ogni inganno e manipolazione che viene dall’esterno. L’Io è l’insieme di parti che stanno dentro e fuori, poiché l’Io si esalta e si abbatte in una continua evoluzione e non si mostra mai reale, neanche davanti allo specchio.”

Mi sono permessa di autocitarmi estrapolando un passo della mia tesi di laurea “Lo specchio e l’inganno” scritta nel 2007 con la supervisione di Maria Angela D’agostaro, che svolgeva il ruolo del tutor ma che in realtà collaborò pienamente alla ricerca sul tema.

Quando si parla di specchi e di identità a me torna sempre in mente quel lavoro, e prima di iniziare a scrivere l’articolo decisi di andarla a riesumare fra i ricordi nascosti che custodisce gelosamente mia madre, come se fosse quella la sostanza del mio Io per lei. L’argomento della tesi era “Il costume nel cinema”, materia trattata dalla professoressa D’agostaro e ripercorreva un volo di secoli che andava dal Simposio di Platone con il mito dell’Androgino alle raffigurazioni cinematografiche che avevano preso in esame lo sguardo dentro lo specchio, attraversando l’uso del mascheramento tramite il costume e la psicologia del travestimento. Fu un grande lavoro perché ai tempi la mia immagine nello specchio era integra e incapace di spezzettarsi capendo le dinamiche di quello che è lo sgretolamento dell’Io.

Perché dovrebbe esistere un inganno davanti allo specchio? Perché l’uomo non è se stesso quando si riflette? Ma soprattutto, perché l’uomo cerca un confronto con se stesso? Le domande sembrano avere delle facili risposte e partono dal principio che non siamo soli e che dobbiamo sempre metterci a confronto con qualcosa, e per primi con noi stessi che siamo il risultato di ciò che viene dall’esterno. Sembrerebbe che la perdita di identità pura l’abbiamo dall’inizio della nostra vita già con il contatto della madre vista come colei che chiede e pretende e ci indirizza verso una vita da percorrere. E poi vi sono i traumi, quelli che subiamo, che ci accompagnano, che ci sfigurano, che si riflettono fuori e dentro di noi. Così è sempre una maschera quella che vediamo riflessa nello specchio. Una maschera che molte volte abbiamo costruito come una nuova pelle del ricordo. Il nostro volto riflesso è l’insieme di pensieri positivi e negativi, vi sono i complimenti esterni che riecheggiano quando il colore di un rossetto è uno piuttosto che un altro. Ci sono gli occhi che indicano il vostro umore, c’è il naso a ricordarvi che respirate e che siete vivi, c’è la bocca capace di parlare e di dire “Io esisto”, ci sono i capelli appuntati come la moda vi ha suggerito. E poi, per ogni individuo, ci sono le particolarità quelle che raccontano una storia; le cicatrici, le bruciature, i resti della vostra adolescenza, le rughe: quelle d’espressione perché avete pianto o riso molto, e quelle del tempo che non è gentile con nessuno di noi. Ogni giorno riflettersi è una scoperta nuova, un nuovo quadro che ogni tanto piace e ogni tanto disturba. Ogni giorno i nostri occhi si incontrano con i nostri occhi e si fanno forza, due guarderanno il mondo che li circonda e due guarderanno solo il ricordo del mondo che hanno vissuto prima. Due occhi che giudicano prima loro e poi il loro riflesso, che non smettono mai perché sono incapaci di focalizzare quello che c’è dietro quell’immagine nello specchio, non vedono la stanza, perché quella fa paura, quella rappresenta il vuoto da riempire del mondo che non conosciamo. Ecco come prende il sopravvento l’Io, l’immagine che guarda se stessa e annulla tutto ciò che la circonda intraprendendo un percorso semplice e blindato dove si sta comodi poiché il corpo supplisce alla mente e al cuore.

Siddharta riflettendosi tirò fuori dallo specchio d’acqua la sua essenza porgendogli una mano e furono due corpi, uno davanti all’altro che parlarono e scoprirono il bene e il male. Narciso fece di sé un doppio sé aumentando il suo ego e quel suo riflettersi costantemente nell’acqua, quell’immagine che lo rendeva pieno e vivo, quell’immagine costruita sul mito del bello, del puro, del limpido fu tutto quello che ne rimase. Se quell’acqua invece l’avesse frantumata buttandosi dentro avrebbe scoperto una bellezza più grande, il suo respiro, quello che non esiste quando l’acqua ti avvolge e non ti puoi aggrappare all’immagine che si è costruita, ma puoi solo affidarsi alla vita e alla natura che combattono per farci sopravvivere, perché fuori dallo specchio noi siamo la somma delle parti, ma dentro lo specchio, immersi nell’acqua, noi siamo un unicum che non ha bisogno di parti ma solo di echi di vita.

Maddalena Inglese

Specchio specchio delle mie brame – di Barbara Coffani

db512a89-0d94-41b5-b28e-7f0fefd108b7La prima volta che vidi Biancaneve era il 1972. Avevo quattro anni e lo andai a vedere al cinema con i miei genitori. Ricordo di aver provato un reale terrore al momento della trasformazione della Regina in strega, un terrore che riuscii a superare solamente grazie alle parole rassicuranti delle mie cugine più grandi, a cui raccontai per filo e per segno il film al mio ritorno. Loro mi dissero che sì, ero stata molto coraggiosa ad assistere a quella scena terribile, e in qualche modo riuscirono a riconfortarmi. Mentre mi parlavano, mi guardavo attorno nella loro cucina, controllando che fosse tutto come sempre, tutto a posto, senza tracce di “magia” e che nessuna strega si muovesse furtiva nel buio in fondo al lungo corridoio. Sì: era stato solo un cartone animato.
Ricordo anche il mio sgomento e l’angoscia nei confronti del cacciatore, che avrebbe dovuto strappare il cuore della fanciulla nel bosco e riportarlo alla Regina come prova della morte d Biancaneve. Mi chiedevo dove avrebbe trovato il coraggio di compiere un simile gesto e, mentre mi coprivo gli occhi con le mani, dove avrei trovato, io, il coraggio di guardare quella scena. Sono tutte emozioni che  ho superato. Quello che invece permane uguale ad allora è il mio stupore nei confronti dell’atteggiamento della Regina. Allora, come ora, non  riuscivo a capire che cosa volesse da Biancaneve e perchè si accanisse tanto contro di lei: perchè per me, la Regina era bellissima. Mi chiedevo per quale ragione la Regina fosse tanto assillata dall’idea di non essere abbastanza bella. Certo, aveva un aspetto severo, austero. Era altera, gelida, distante… ma restava comunque stupenda. Quindi dov’era il problema?  Osservandola al cospetto di Biancaneve, non vedevo una persona più bella dell’altra, ma una più “rassicurante” dell’altra. Biancaneve, con la sua faccia tonda e con le sopracciglia curve, mi metteva tranquilla, sembrava una bambina… ma non era “più bella”.  Pensavo che il problema fosse nello Specchio. Doveva essere lui, il vero cattivo.
Visto che in tutte le favole che conoscevo allora (Biancaneve e Cenerentola) il personaggio cattivo della situazione era sempre una matrigna, mi aspettavo che anche lo Specchio fosse donna. E invece no: inizia a vaticinare, ed ecco una voce da uomo. Chi poteva essere costui, che teneva la Regina talmente soggiogata al suo giudizio? Un uomo, forse, a cui la Regina voleva a tutti i costi piacere? Perchè la Regina gli dava retta anziché guardarsi e vedersi per come realmente era, perfetta?
C’è qualcosa di profondamente antico legato al gesto di specchiarsi. Quando il  nostro sguardo si posa su una superficie riflettente siamo portati a rallentare, a trattenerci, a sostare anche solo per pochi secondi, un po’ come quando incontriamo lo sguardo di un’altra persona. Ci fermiamo a “riflettere” su quanto lo specchio ci rimanda: siamo proprio noi, ciò che vediamo? E la Regina che cosa vedeva veramente in quello specchio?
bd65fb4f-9ab8-4317-a73e-88699d89ce6fDi certo non se stessa. Se si fosse vista davvero sarebbe stata fiera di sé. Invece vedeva la sua antagonista, Biancaneve, che in una lettura simbolica rappresenta una sorta di alter ego e complementare. Tant’è vero che la Regina è la Regina “Nera”, mentre l’altra è “Bianca” come la neve.  Da bambini ci hanno insegnato ad associare il nero al male e di conseguenza il bianco al bene, ma poi si impara che le cose sono un po’ più complesse, che c’è sempre un punto di nero nel bianco, e un punto di bianco nel nero. Sono tanti i punti di contatto fra le due donne: la Regina prende un posto importante nella famiglia della bambina, in alcune versioni vuole sposare il suo principe, vuole addirittura appropriarsi del suo “cuore”, in uno scrigno. Ecco perchè Biancaneve è proprio l’Ombra della Regina nera. Ogni specchio rimanda la nostra immagine riflessa al contrario, in maniera simmetrica: quello della Regina Nera le rimanda non lei stessa, e neppure un’altra persona e un altro mondo, bensì lei stessa “al contrario”.
Molte tradizioni concordano sulla superstizione che lo specchio possa essere il luogo dove si intrappolano le anime: così anche in Biancaneve, la Regina Nera ha perduto l’anima, rimasta intrappolata nello specchio in cui continuava a rimirarsi. Qualcosa di magnetico e misterioso negli specchi c’è: i bambini vi si avvicinano con stupore e li toccano e vogliono vedere dietro fino a quando non imparano che ciò che vedono è solo riflesso.  Stupore e meraviglia sono  due sentimenti che attirano e destano attenzione, e la catalizzano verso l’immagine riflessa un po’ come accade anche per la propria ombra, con cui capita di fermarsi a giocare…
Crescendo, poi, lo specchio diventa lo strumento che ci rimanda l’immagine del nostro stato. E’ raro che ci guardiamo allo specchio per rimirarci; prevalentemente lo facciamo per controllare che sia tutto a posto e gestire eventuali “imperfezioni”. Specchiandoci, non cerchiamo tanto quello che siamo, quanto quello che vogliamo essere agli occhi del mondo: ed è quello che accade alla Regina Nera, che lungi dal vedere la propria straordinaria bellezza, vede quello che non ha e che non è. Il paradosso è che la fanciulla Bianca che la Regina guarda nello specchio non è ciò che le manca, ma una parte di sè che lei non riesce a vedere. Tipico, questo, dell’invidia, intesa come l’essere focalizzati su ciò che ci manca e che riteniamo abbiano gli altri più di noi, presunta mancanza da cui scaturisce l’enorme dolore che provano gli invidiosi. Ma l’invidia ha anche un ulteriore significato, più profondo e nascosto: deriva da in-video, ossia “vedo in”, “vedo dentro”, ed è collegato all’eccesso di in-trospezione, o meglio, di focalizzazione su se stessi, e all’incapacità di vedere gli altri e soprattutto il legame che agli altri ci unisce. Quel che sembra essere il segreto dei neuroni specchio e dell’empatia di più recente scoperta.
Se la Regina Nera non fosse stata così accecata dall’invidia ma solo un pochino più empatica, avrebbe compreso che la fanciulla Bianca dall’altra parte dello Specchio non era che una parte di lei. Ma allora, sarebbe stata un’altra storia… E questa, forse, la racconteremo un’altra volta.
Barbara Coffani

Leggere Lolita a Teheran, ovvero la letteratura come specchio dell’attualità – di Carmen Brucato

b8e2dc60-75a7-4e06-a8b8-55e1c8f76efdLeggere Lolita a Teheran non è solamente un libro, un best-seller scritto con semplicità e con uno stile eccellente che ti catapulta direttamente nell’Iran degli anni ’80. È, soprattutto, un’esperienza, un affresco di piccole ribellioni, un arazzo di sensazioni che travolgono il lettore.
Specialmente in questo periodo in cui l’Islam è, nel bene e nel male, spesso al centro della discussione, la lettura di questo libro dovrebbe essere quasi obbligatoria. Ci ricorda, in un momento sociopolitico in cui molti sembrano dimenticare che tutti gli esseri umani sono simili, come tutti possano trovare un filo conduttore che ci unisce, al di là del credo religioso, dell’orientamento politico o del luogo di nascita. Il filo conduttore, in questo caso, è la letteratura.
Azar Nafisi, la donna che ha scritto questo attestato d’amore per la letteratura, era – ed è tutt’ora, sebbene altrove – un’insegnante. Un’insegnante di Letteratura Inglese, donna a Teheran, nel pieno della rivoluzione islamica. In sé raccoglieva quindi molti degli elementi che i sedicenti rivoluzionari volevano sopprimere. Ha avuto quindi un punto di vista purtroppo “privilegiato” nell’osservare e poter raccontare molte delle soppressioni che il nuovo governo quotidianamente faceva subire al suo popolo, e ce le racconta attraverso lo specchio perspicace dei libri che faceva studiare ai suoi allievi.
In Leggere Lolita a Teheran Azar Nafisi ripercorre disordinatamente il suo periodo di insegnamento universitario, man mano sempre più ostacolato da nuovi divieti, da studenti convinti che tutto ciò che proviene dall’occidente sia satanico e da movimenti rivoluzionari via via più aggressivi. Poi la guerra con l’Iraq, spaventosa, distruttiva e terrorizzante, l’abbandono dell’insegnamento pur di non indossare il chador, l’accettazione di qualche compromesso pur di riprendere ad insegnare e la nuova, definitiva – per quanto riguarda Teheran – rinuncia alla docenza.
Fu a questo punto, nel 1995, che dette via al progetto che è anche l’anima stessa del libro: raccogliere intorno a sé sette studentesse, notate durante le lezioni, e tenere con loro delle lezioni/discussioni private sulla letteratura. Le sette studentesse non hanno quasi nulla in comune, eccetto l’amore per i romanzi che si ritroveranno a leggere e commentare insieme nei due anni successivi, una volta a settimana. Vanno dalla fondamentalista religiosa alla ribelle dichiarata, ognuna con proprie esperienze, virtù, difetti e i “classici” problemi nella vita quotidiana di una donna in un paese che cerca di togliere alle donne ogni libertà acquisita nel corso dei secoli.
Il libro è diviso in quattro capitoli più l’epilogo, ognuno dei quali intitolati ad un’opera o un autore letterario: Lolita, Gatsby, James e Austen. Attraverso queste opere e molte altre, Azar ci racconta la sua quotidianità, le sue esperienze, i suoi pareri e, in poche parole, la sua vita.
La letteratura, per cui sia l’autrice che le sue sette ragazze nutrono un profondo rispetto e amore che le unisce al di là delle differenze e delle esperienze personali, viene usata come specchio della realtà. Si potrebbe pensare che sia uno specchio deformante, visto che vengono usati autori e contesti stranieri all’interno di un’esperienza culturale intima del proprio paese, ma proprio per questa differenza, proprio per la lontananza dei contenuti dei libri dalla quotidianità degli studenti, la letteratura, in questo contesto, mantiene la sua forma più pura di specchio rivelatore.
Quasi a volerci indirettamente confermare questo aspetto della letteratura nel loro soggiorno ritirato dal mondo, Azar ci racconta di come scorgesse il meraviglioso panorama: “Dal nostro appartamento al secondo piano […] si vedevano i rami più alti di un albero dalla folta chioma e in lontananza, al di là dei tetti, i monti Elburz. […] Dalla mia poltrona le montagne non si vedevano, però le loro cime, incappucciate di neve anche d’estate, e gli alberi che cambiavano colore con le stagioni si riflettevano nello specchio ovale appeso alla parete di fronte.” Allo stesso modo, in quella stanza privata, la letteratura è uno specchio che gli permette allo stesso tempo di vedere un mondo lontano, un panorama diverso dal loro quotidiano, ma anche di scorgere meglio quanto le circonda, con la sua luce e oscurità.
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Ripercorrere passo passo le esperienze di Nafisi richiederebbe quasi l’intera trasposizione del suo libro. Diremo solo che con la sua mano leggera, quasi poetica, lei attraversa guerre e rivoluzioni, morti e sconfitte, lotte, punizioni e dettagli della vita quotidiana di una donna indipendente facendole sembrare insieme orribili e paurose, ma anche forti e delicate.
Queste otto donne, con il loro cerchio di amicizie, conoscenze, famiglie e quant’altro, hanno dovuto attraversare un momento di profondo mutamento sociopolitico del proprio paese. Un mutamento che le voleva ridurre a camminare a testa bassa, timorose di quanto le circondava, e che eppure hanno attraversato restando sé stesse, nonostante le percosse ricevute in più di un’occasione.
Ma, come dice l’autrice stessa, “Era come se la situazione politica avesse divorato tutto. Tutto, tranne la letteratura”. Alla fine di tutto resta sempre la parola scritta a rivelare il bene e il male del mondo che ci circonda, come uno specchio capace di mostrare impietosamente anche le più piccole imperfezioni insieme ad un sorriso abbagliante che non svanisce nell’oscurità che ci circonda.
Questo, per me, è stato il significato più puro di questo libro: raccontare come la letteratura ha aiutato tante persone, permettendo loro di specchiarsi in un mondo diverso, trasformandosi esso stesso in uno specchio per analizzare la società moderna ancora oggi, a vent’anni di distanza.
Carmen Brucato
 

Ecolocalizzazione sentimentale. La disconferma e le ferite di Eco – di Barbara Coffani

Non si dice Eco, se non si dice anche Narciso. Così, insieme li conosciamo, lui in fuga come un cervo e lei dietro, sd2e65aff-3d74-4da3-b433-21d415088ae4pasimante/spasimando in caccia, struggendosi e letteralmente consumandosi di desiderio fino a  rimanere soltanto voce. Narra la leggenda che la ninfa cadde innamorata del più bel ragazzo che si fosse mai visto, ma innamorata senza speranze di essere ricambiata, vista la durezza di cuore di Narciso.

Perchè il fenomeno dell’eco è così dolorosamente struggente?

Perchè l’eco ci dà l’impressione che ci sia qualcuno ma ci testimonia che non c’è nessuno. Indica il vuoto e  la solitudine. Indica che in lungo raggio, la nostra voce potrà rimbalzare e non riceverà accoglienza da nulla, non sarà assorbita da nulla. Se tale assorbimento avesse luogo, ci sarebbe un’implicita  comunicazione: invece no, solo il nulla. L’eco è un evento dal sapore simile a quello di un tepore climatico estemporaneo e improvviso, che invita una tenera pianta inesperta a germogliare fiduciosa nel sole che, invece, crudelmente scompare, lasciando spazio al gelo e alla desolazione e alla morte certa della piantina.
Narciso deriva da “narkè”, che significa stupore, assopimento, sonnifero. E avvelenamento. C’è in lui qualcosa di tossico, stupefacente e venefico e inoltre la figura di Narciso è sempre in qualche modo correlata a forme di “rapimento”, non necessariamente estatico, o di un’estasi non necessariamente sana: Narciso è rapito dalla sua stessa immagine e finisce per annegare nello stagno che la riflette; anche Persefone è rapita da Ade nel momento in cui si sofferma a cogliere un narciso e, per finire, Ila è rapito dalle ninfe quando si sofferma presso una fonte a bere, in un atteggiamento che rieccheggia-rievoca quello di Narciso.
Narciso è manifestazione degli effetti del nome che porta: è infatti un essere insensibile, così come rende insensibili un narcotico, un veleno che stordisce arrivando a volte a paralizzare. Contemporaneamente, Narciso provoca effetti narcotici: desta stupore in chi lo vede, dipendenza, come una droga, e piano piano avvelena e consuma fino all’annientamento.
Eco e Narciso sono metafora di due diffusi errori comunicativi ed affettivi. Narciso è colui che vive contemplando se stesso senza alcuna benchè minima forma di condivisione; non può essere altrimenti, la sua insensibilità congenita gli impedisce ogni forma di empatia.
Eco è invece l’emblema della persona senza centratura, talmente proiettata sugli altri da non esistere per se stessa. Lo squilibrio dell’uno genera e ben si amalgama con lo squilibrio dell’altro.
Eco non divenne pura voce solo per amore: era già predisposta ad essere soprattutto “voce”. Era infatti, fra le Oreadi, la più ciarliera. Tanto da essere scelta, secondo alcune versioni del mito, da Zeus, per intrattenere Era e farle compagnia distraendola mentre Zeus si dilettava nelle sue faccende extraconiugali.
Cosa accade alle persone che parlano molto? Cosa c’è all’origine del loro chiacchierare, cosa lo suscita? Forse, in certi casi il senso di sentirsi vive. Esiste una relazione tra il parlare e l’esistere, basti pensare a Sherazade, viva e sopravvissuta fintantochè narratrice di storie,  ma anche alla stessa “Parola di vita” e al “Verbo” che dà vita, o all’azione divina di nominare per creare, presente in molta mitologia e nella stessa Genesi. Ad un livello più basso, qualcuno può certo convincersi che il fatto di “parlare” significhi e vada a coincidere con l’essere degno di attenzione e, quindi, con l’esistere.
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Ebbene Era dai mille occhi puntualmente scopre l’inganno dello sposo e si vendica sulla ninfa, condannandola non al silenzio ma a poter ripetere solo le ultime sillabe delle parole ascoltate. Una beffa tremenda, giusta punizione se rapportata al fatto che Eco raccontava a Era solo una parte della verità, e non quella di cui Era avrebbe dovuto, giustamente, come da suo ruolo, essere messa al corrente. La condanna di Era è terribile precisa e soprattutto, ontologicamente deleteria, perchè colpita a quel modo, la ninfa non riesce più a comunicare con nessuno.
Inutile dilungarsi sulla  patologia narcisistica, perchè significherebbe seguire e assecondare ancora Narciso, portando l’attenzione su di lui togliendola agli altri. Significherebbe confermare la sua abilità nel calamitare l’attenzione e l’energia in gioco distogliendola dalla relazione, anche se ad onore del vero, il Narciso mitico non trae piacere dal fatto di essere desiderato e voluto, quanto dall’autocontemplazione. Molto più interessante è, invece, l’errore comunicativo fra Narciso ed Eco, passato molto spesso sotto silenzio o ridimensionato nella sua importanza, rispetto alla descrizione della patologia narcisistica. Parlo della disconferma. È questo che fa Narciso: non dà risposte, anzi, ignora completamente. E non lo fa per ricevere attenzioni, la sua non è strategia seduttiva. Lo fa proprio perchè gli altri, per lui, non esistono.
La disconferma è evento estremamente crudele. Pensa a tutte le volte che tu gli hai parlato e non ti ha risposto. A tutte le volte che gli hai scritto; in epoca di posta cartacea era forse più che ragionevole dubitare dell’arrivo a destinazione di una missiva. Forse era arrivata, forse aveva risposto ma non era arrivata la sua… C’erano lunghe distanze da coprire e tempi lunghi, e non era così semplice e immediato comunicare. Era più difficile che si creassero situazioni così palesemente offensive. Ma oggi, con tutto in tempo reale… Non c’è più quella morbida zona d’ombra delle illusioni. È tutto svelato. Si vede, se una persona ha ricevuto un messaggio. Si vede dalla doppia spunta azzurra di Whatsapp, si vede nelle chat, con la scritta “visualizzato alle”. Si vede anche quando il bollino della chat è verde, segno che c’è, e lì, tu invii il messaggio ma niente, non risponde.
Sbavi, muori, scondizoli letteralmente, scrivi ingiurie e minacce a destinatari non meglio precisati, ma niente, nessuna risposta. E tu, diventi Eco.
La disconferma è questo: è una non risposta. Nella comunicazione, quando io invio qualsiasi messaggio, posso ricevere una risposta di assenso o di dissenso, ma in entrambi i casi vengo presa in considerazione dal mio referente e questo mi dà il senso della mia esistenza. Si verifica una sorta di “ecolocalizzazione del mio messaggio”, un po’ come avviene per i pipistrelli. Loro si muovono evitando gli ostacoli e individuandoli tramite l’eco delle proprie emissioni sonore. A seconda di come queste tornano loro indietro, i pipistrelli si fanno un’idea di dove arrivare senza sbattere e senza ferirsi: questo significa in buona sostanza che è la forma dell’ambiente esterno che mi restituisce il confine del mio corpo e, di conseguenza, della mia forma. È come se la mia voce e le cose che dico incontrassero un ostacolo metaforico nel mio interlocutore, che mi rimanda, di rimbalzo, una risposta, di qualunque tipo essa sia, facendomi capire come mi percepisce e come io posso essere ai suoi occhi. Anche Goethe aveva parlato di qualcosa di simile. Ne “La metamorfosi delle piante”, a proposito della forma delle foglie, aveva suggerito che fosse dovuta non solamente ad un progetto interno ma al vuoto che si trova loro intorno, spiegando in questo modo la differenza fra foglie nate da un’archetipica pianta madre iniziale. Ecco quindi che nel momento in cui non ricevo nessun tipo di risposta, e specialmente se questo avviene in presenza del mio interlocutore, quando cioè questi non mi degna di uno sguardo, è come se davanti a me non ci fosse nessuno che prende in considerazione il mio messaggio. Nessuna onda sonora torna indietro a definire i miei contorni, i contorni del mio essere. Ergo: io non posso avere un’idea della mia forma agli occhi dell’altro. La disconferma è così terribile perchè colpisce a livello ontologico e il messaggio che io ricevo di fronte al fallimento del recapito della mia missiva non è “destinatario non trovato” bensì “mittente inesistente”.
Eco però può essere in qualche modo rivalutata se viene considerata come “testimone”.  Peròbisogna chiedere l’aiuto di due altre importanti entità: Mnemosine ed Estia.
Eco è ciò che resta del corpo di una fanciulla che un tempo esisteva. È memoria, quindi. Proprio perchè se io sento una voce significa che c’è una presenza, anche se la voce è flebilissima.
Il confine tra assenza ed essenza è quanto di più sottile ed ingannevole possa essere.  L’assenza, la mancanza di qualcosa/qualcuno, si trasforma rapidamente in essenza, ossia ciò che non si distrugge e rimane immutato nel tempo e nello spazio, la parte eterna seppur più sottile, la parte più potente benchè concentrata. Penso agli oli essenziali: così concentrati, così volatili, eppure così potenti e persistenti. Ebbene paradossalmente, Eco è assenza di sé a testimonianza dell’essenza dell’altro.
La diade Eco-Narciso rimanda anche alla diade Hermes-Estia, dove Estia è la dea senza parvenze, senza “persona”, senza aspetto eppure essenziale, centro e radice, tanto concentrata in se stessa da non avere nemmeno bisogno di mostrarsi ed esistente, forse, solo per bruciare dello stesso fuoco che tiene acceso, il fuoco del dio. Mentre Hermes,  dio dell’inganno, della parola e del commercio, esiste solo in funzione delle sue relazioni con gli altri. Ebbene Hermes è sfuggente e inafferrabile, molto più vicino a Eco, tanto sfuggente da risultare quasi immateriale,  mentre Estia è fissa e stabile, testimone dell’attesa dell’altro. Le vestali attendevano la possessione del dio. “Perchè hai scelto di amare un dio? Ti accorgerai che è un amore senza scambio”, dice Achille a Briseide in “Troy”.  In mezzo, il fuoco. A fare da centro catalizzatore, il luogo dell’eterno ritorno per Hermes. In quanto ogni Hermes sempre tende al fuoco di Estia.

Barbara Coffani

Chi perde paga, Stephen King – di Carmen Brucato

3a333d13-83e9-4a64-acb2-29642f1102ddStephen King è uno di quegli scrittori da cui è quasi impossibile riuscire a sfuggire. Se si bazzica  ogni tanto in libreria, sarà capitato almeno una volta di imbattersi nelle pile di libri dell’ultima pubblicazione del prolifico autore. Se piacciono i film, sarà capitato di vederne almeno uno tratto da qualche suo libro. Ultimamente anche il mondo delle graphic novel e dei telefilm non è sfuggito dalla penna del Re del Terrore, rendendo incredibilmente difficile non imbattersi in lui.
Mentre in America è già uscita la raccolta di racconti “The bazaar of bad dreams”, che vedremo nelle nostre librerie solo nel 2016, lo scorso settembre King è tornato nelle librerie italiane con “Chi perde paga” (Finders Keepers nell’originale), secondo volume della trilogia a tinte gialle del Re, che per una volta dismette i panni del maestro del brivido per dedicarsi al genere hard boiled, un poliziesco nudo e crudo.
Se nel primo volume, Mr. Mercedes, Stephen King non era riuscito a convincermi del tutto, pur gestendo in maniera magistrale una storia lontana anni luce dai suoi soliti intrecci, in questo secondo volume mi ha definitivamente conquistata.
Questo libro si può tranquillamente definire il volume dei ritorni. Non solo ritornano alcuni dei personaggi che avevamo imparato ad amare ed odiare nel primo volume, ma il ritorno delle cose, l’eco che si sviluppa tra le diverse epoche di questa storia, inanella gli eventi che porteranno alla conclusione, è la vera protagonista.
Questa vicenda non è iniziata con il ritrovamento di un baule, ma con l’uomo che l’ha sepolto, ci dice uno dei protagonisti, Bill Hodges, alla conclusione del libro. Infatti la storia si svolge, nella sua prima metà, in un parallelo tra il passato – dal 1978 in poi – al presente – tra gli anni 2009/2014 – in cui indizi, oggetti e parole intrecciano legami tra persone distanti decenni intessendo un’eco di pensieri ed emozioni. Legame indissolubile che unisce personaggi altrimenti distanti anni luce tra loro è dato dalla vera protagonista di questa storia: la letteratura.4539a416-87df-4ea8-9975-600060e7e9f2
Ed è anche per questo motivo che “Chi perde paga” è un libro di ritorni: Stephen King, a distanza di 27 anni da Misery – conosciuto dal grande pubblico grazie al film “Misery non deve morire” – propone un tema a lui probabilmente vicino e caro: il lettore che si erge a giudice sull’autore.
Se in Misery avevamo una folle infermiera che, trovato e fatto prigioniero il suo scrittore preferito, lo costringeva a scrivere il ritorno della protagonista dei suoi romanzi, in Chi perde paga un pazzo adolescente decide, nel 1978, di giustiziare il proprio scrittore preferito, reo di aver reso “un venduto” il suo personaggio letterario più amato. Sebbene la trama sia differente sotto qualsiasi altro punto di vista, è proprio la capacità – o più probabilmente, in questo caso, l’incapacità – del lettore di giudicare a pieno l’operato di uno scrittore, una delle protagoniste di entrambi i romanzi di Stephen King.
In Chi perde paga, quindi, vediamo le vicende di due giovani: nel 1978 il ventenne Morris Bellamy che, come detto sopra, in un impeto di odio uccide l’autore del suo libro preferito, ne ruba gli scritti inediti, i soldi e li seppellisce, prima di finire in galera; nel 2009, invece, conosciamo il dodicenne Peter Saubers, che, dopo aver assistito impotente alla distruzione economica e morale della famiglia ad opera prima dalla crisi e infine dal tragico incidente del padre, ritrova il baule, usando i soldi per mantenere la famiglia e leggendo i manoscritti originali, scoprendo l’amore per la letteratura.
c20f5fbe-53c3-403e-add7-dbdecac7d4ceL’eco che si sviluppa tra i due personaggi, che si muovono su binari paralleli ma distanti, è evidente quasi fin da subito: pur essendo uno folle e malvagio e l’altro generoso e gentile, entrambi sviluppano un morboso attaccamento non solo nei confronti del protagonista del libro, ma anche della stessa opera letteraria, arrivando a considerarsene quasi gli unici veri amanti e i proprietari di diritto. È questo morboso attaccamento che, solo nel 2014, porterà i due infine ad incontrarsi e scontrarsi.
In questo libro Stephen King ha dato il meglio di sé, intessendo una trama interessante e appassionante, condendola con il suo stesso amore per la letteratura che, pur nella follia dei protagonisti, riesce a donare un vago tocco poetico all’opera.
Attendiamo con impazienza il terzo volume della trilogia, in cui tutte le fila lasciate in sospeso nei due volumi arriveranno alla loro conclusione.

 

Carmen Brucato

Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne – di Maddalena Inglese

download (1)Il 16 Novembre 2015 si è tenuto al Teatro Biondo di Palermo il primo concento in teatro dei Verdena, dopo 16 anni di onorata carriera. Una proposta innovativa per la città in cui vivo e anche per il gruppo entusiasta nel fare una nuova esperienza. Il Biondo, dallo scorso anno si era già lanciato nella proposta di una sua stagione musicale, ma questa non aveva mai previsto un concerto che urlasse volumi altissimi e un genere di musica che ti vieta di stare comodamente seduto sul velluto rosso perché ogni colpo di batteria ti sconquassa tanto da evitarti di stare fermo.
Così fra uno Stabile disposto a scommettere e una città che non offre luoghi adatti per questo genere di concerti è arrivato il compromesso e la fusione. Il teatro si svecchia e accetta qualcosa che suona troppo nord europeo per il sud dell’Italia. Le critiche sono state fortissime prima dell’evento: il luogo è ritenuto poco adatto ad accogliere un impianto tecnico acustico che potesse suonare bene fra i palchetti della struttura all’italiana. Eppure ieri sera la magia è avvenuta. I Verdena sono saliti sul palco e hanno reso lo stile liberty dei nostri amati Florio contemporaneo. Hanno inoltre regalato una scaletta piena di sorprese ai fans proponendo un viaggio lungo tutta la loro carriera, visto che Palermo non li ha potuti sempre accogliere in questi anni.
800 persone vivevano lo stesso momento cantando a squarciagola, muovendo le teste all’unisono rimanendo educatamente seduti ai loro posti e apprezzando lo spettacolo dalle linde sonorità che l’acustica del teatro gli regalava. 800 ragazzi uniti dalla musica, dal desiderio di vedere live la riproposizione di brani che li hanno accompagnati nella loro vita. Io che con i Verdena ci sono cresciuta mi sentivo emozionata nel ripercorrere con le loro note il diario della mia vita. Eppure ieri sera il pensiero di essere dentro una rete nord europea con un teatro che diventa luogo di aggregazione giovanile per un attimo mi ha fatta tremare. Forse l’idea di essere nei soliti posti mi avrebbe coccolata di più, con un massimo di 300 persone con cui condividere un momento, con l’aria piena di fumo, un’acustica pessima ma lontano dai riflettori. Un pensiero è andato a quel teatro che Venerdì 13 Novembre a Parigi proponeva la stessa situazione, dei giovani uniti ad ascoltare musica e a cui è stato violato il loro spazio. Un pensiero intriso di terrore mi ha pervaso; ho guardato le uscite di sicurezza, ho guardato i miei compagni di viaggio a cui era passato lo stesso pensiero per la testa, e ho meditato su quella fatale sera, quando davanti al televisore il fiato mi si era bloccato immedesimandomi sull’atroce realtà che stavano vivendo le vittime dell’attacco, in quel momento ero là incredula, avvolta dallo smarrimento e dalla paura, colpita dalla morte.
Non è di politica che ora voglio parlare e forse neanche del concerto di ieri sera, ma del ricordo che mi porterò dentro, di quella sensazione di bellezza che mi ha fatto passare una serata piacevole e di quell’amaro che aleggiava nel mio palato, quella nota stonata di vite spezzate, quella rabbia che agisce e non si ferma davanti all’innocenza, quel malessere che non riesce a curarsi perché in cancrena dentro una società che non ascolta più i diritti ma processa doveri. È un mondo che sente il cuore grazie al rullante di una batteria e, non sapendo contenere l’entusiasmo di quella nuova emozione, salta delirante in preda all’euforia. Credo che sia una bella responsabilità curarsi del piacere di 800 persone, e credo che nulla, neanche la paura debba fermare il progresso che crea bellezza se usato bene. Il mio è un pensiero piccolo, piccolo come la vita, piccola come un seme che anche io ho dentro ed è capace di mandare avanti questo mondo. E allora che le nostre lacrime versate per tutte le vittime che la guerra fa possano far germogliare nell’humus del mondo nuove piante di vita sana e bella da vivere.
Non è la paura che mi fa paura è la consapevolezza che anche io devo entrare in guerra nel mio piccolo mondo che mi terrorizza, che senza armi possiedo i mezzi per far andare avanti la mia terra e che se non li userò rimarrò in un teatro che non è in grado di accogliere la novità come il miglior mezzo per partecipare alla vita. Ieri sera però ho partecipato ad un inno alla vita senza scordare la morte.

Maddalena Inglese

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